lunedì 6 marzo 2023
Come stai, in una parola? 5
giovedì 10 novembre 2022
Come stai, in una parola? 4
[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]
Stufa
Devo confessarti che più albe vedo, più mi convinco che la bellezza sia inesauribile, però si contamina con le brutture, che di tanto in tanto ci sporcano la vista e la vita.
Vedi, qui non ho molto: una stanza di legno con l’acqua ghiaccia, un tavolo sghembo, un letto e una stufa che puzza, ma tu spingi gli occhi là fuori. Le montagne ci guardano, sembrano enormi santuari votati alla Luna, che in cambio le fa brillare e giocare con le ombre. Mi ricordano che, a volte, per combattere le delusioni, basta il coraggio di uscire e lasciarsi stupire. Tu ora non demordere. In cambio, vedrai, le montagne restano lì ad aspettarti.
Incolto
Stamattina il signor M. si è alzato diverso. Beninteso, la sveglia è suonata solita, precisa, ha fatto tre squilli come ogni giorno, è stata spenta e dopo lo stiracchiamento di cinque secondi e mezzo, anche le gambe hanno avuto il quotidiano incontro con le pantofole, giù dal letto, parallele sul tappeto. Poi tutto è proceduto regolare fino al bagno, tredici passi, uno sbadiglio, una grattata alla chiappa sinistra, lo sciacquone e un altro sbadiglio. Il rubinetto aperto tutto dal lato caldo, due pompate di sapone liquido, un colpo di tosse, ma poi, riflesso nello specchio, sulla faccia di M. è apparso qualcosa che non vedeva da anni: la ricrescita della barba, che la sera prima si è dimenticato di farsi. I secondi a toccarsela, incredulo, hanno scompaginato l’intera tabella di routine del mattino e, ormai perduta, M. si è ricordato di avere delle ferie arretrate e una gran voglia di rimanere così, incolto, almeno fino alla prossima sveglia. Perché a volte la pratica migliore è non fare.
Fluttuare
Credo che le coperte abbiano un potere ancestrale. Quando si sveglia prima della sveglia, rimane con la bocca sotto le lenzuola a far finta di non voler prendere sonno di nuovo. Sono soffici e sanno di casa e lui adora fluttuare in uno stato di paralisi appagante, come quando ci si sta per addormentare, così quando ci si dovrebbe alzare: tutto ciò che ingombra la testa sembra più gestibile, lento, silenzioso, come di fronte all’oceano. L’importante è non affogare nel mare di coperte, mentre ci si convince che uscirne o non uscirne non faccia alcuna differenza. Invece la fa e che ogni umano ne fosse consapevole, sarebbe l’inizio di una società del benessere.
Wof
Fuori, il grigio del cielo fa risaltare i tetti, gli edifici sembrano più spigolosi. Dentro, fa freddo, i capezzoli delle centraliniste innalzano un controcanto all’architettura esterna, sotto i tendoni fatti dai maglioni.
Un’altra giornata di turni al Wof - World of fetish procede, fra una chat con uno che vorrebbe leccare piedi e una telefonata per noleggiare una croce di sant’Andrea. Tutto regolare.
F. sta parlando di lubrificanti e ne consiglia uno al silicone per l’occasione, una penetrazione anale con un toy tentacolare, intanto in mezzo all’archetto dell’auricolare si fa strada un pensiero strano, imbarazzante e proibito: vorrei un lungo abbraccio.
Perdo
Maledetta ora solare, si accendono i lampioni prima che uno esca dall’ufficio, così per mantenerci, finiamo a barattare il sole. Se lo ripete in silenzio G. e scuote la testa, mentre cerca le chiavi dell’auto. Le trova, quando nelle cuffie gli parte la penultima dell’ultimo album dei Phoenix: ogni volta che mi innamoro, perdo un po’ di musica. Skippa la traccia. Torna alle chiavi. Le infila nella serratura, in un secondo è sul sedile, va alla cintura di sicurezza con un gesto automatico.
Nella vita quanto è difficile combaciare.
Clic.
Torna alla traccia che aveva saltato e parte.
Vivo
Caro A., se torni su questa pagina significa che la mattina fai di nuovo fatica ad alzarti. Non incolparti. Ecco alcuni consigli direttamente da te stesso.
Respira fino in fondo.
Mentre tieni gli occhi fissi sul nulla supino, o ti accartocci tra le lenzuola, pensa che in un universo parallelo un altro te, né più né meno meritevole, sta ridendo fino alle lacrime, un altro senza motivi apparenti si sente perso ma orgoglioso, riceve un premio, un altro sta avendo un orgasmo. In qualunque momento puoi ricongiungerti a loro e superarli. Basta provarci. Come? Provando. Al netto dei disgustosi privilegi, è così per chiunque e tu non sei da meno. Tu meriti di stare bene. Lo so che non basta volerlo, ma provarci è già stare meglio e per provarci, basta provarci.
Lo senti il corpo? Ce l’hai, ti serve da una vita. Metti su quella canzone che ti faceva ballare. Muoviti a tempo. Senti? Sei vivo.
Ora decidi se perché te lo devi, perché comunque puoi, o perché vuoi, in ogni caso lavati, vestiti, portati fuori e trattati con gentilezza. Perché – lo so che è sfiancante – tu sei tu e nessuno può sostituirti. Riprenditi il diritto di immaginarti felice e provaci. Magari ci riesci, magari no, ma intanto perderai il conto di quanti universi hai creato, solo vivendo.
martedì 9 agosto 2022
Come stai, in una parola? 3
[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]
sabato 4 giugno 2022
Come stai, in una parola? 2
[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]
Piena
Stamattina C. non ha preso il caffè. Se ne pente appena approda sulla banchina affollata e il treno fermo con la gente schiacciata fra le porte, in filodiffusione la vocina arrugginita del conducente: lasciar chiudere le porte. È scocciato.
Nulla è cambiato dalla pandemia, pensa, immobile, dopo un’altra nottata insonne non sbatte più le palpebre.
“È piena.” Una voce, non metallica, distrae il suo sguardo.
“Dico la metro. È piena.”
“Già.”
“Poco male, aspetteremo quella dopo.”
Con il vento artificiale del vagone che si allontana, C. e P. spalla a spalla, come sulla copertina di un manga ambientato a Tokyo, iniziano a parlare e, perfetti sconosciuti, ancora non sanno che guarderanno film dallo stesso divano, spalla a spalla.
Boh
– Ma ti rendi conto?
L. si rende conto. È finita. Lo sanno entrambi, ma è difficile ammetterlo e ancora di più dirselo a vicenda. Quando si smette di coincidere, bisognerebbe lasciarsi come i procioni nei meme, dopo che hanno scopato attoniti sui tetti o, se preferisci qualcosa di meno animale, come tappo e tetrapak, pacificati, ognuno nel proprio bidone della differenziata. Mai più insieme, per sempre un po’ simili. Come due foglie della stessa palma.
Queste similitudini non le condivide.
– Allora, hai qualcosa da dire?
– Boh.
– Davvero, sei serio?
– Senti, ho capito, lo so. Domani inizio a portare via la mia roba. Ma adesso ti va di andare a guardare le stelle sul tetto?
Sbilenco
Questo superpotere dei trenta, per cui stai bene con gli altri ma stai tanto bene da solo, a G. non piace. È la dodicesima persona con cui esce in questo mese e mentre gli parla, vede il bivio: uscire tenendosi per mano, oppure tornare a casa a mani vuote. Uscire insieme, dormire insieme, rifarlo e fidanzarsi, sposarsi, litigare insieme e disimparare la solitudine, sempre insieme, oppure restare uguali a se stessi, finché si può. Si sente sbilenco, come lo sgabello su cui finge di ascoltare, spostando il peso da una gamba all’altra, da un epilogo a un altro e comunque, il vero superpotere è sapere di poter scegliere.
Si alza.
Diluito
Ormai è una tradizione che ha paura di infrangere. Venerdì, arriva l’ora di chiudersi dietro la porta dell’ufficio per due giorni interi. Estrae il telefono, apre Tinder, il primo profilo distante almeno cinque chilometri, con gli occhiali: match! Stasera però il drink è più diluito, comunque abbastanza da evitare la solitudine della fine – settimana – o quantomeno anestetizzarsi un po’, in due, prima che i doveri tornino a soffocare il vuoto dei desideri.
Effervescente
Le file in farmacia sono meno monotone da quando la macchinetta sputa biglietti grida il reparto in cui si fanno acquisti, così se qualcuno è qui per i profilattici possono intuirlo tutti, tipo ora: il verdetto è igiene personale, allora ragazzo, normali, sottili, ritardanti, o dentifricio? XL? Io e la signora con l’integratore effervescente con ferro e vitamina c vogliamo saperlo; chissà chi avrà la serata più effervescente.
Ansia
Scale, biglietto, tornello, scale, banchina e lanciati!
Metro presa. Le porte si chiudono, la gente mi guarda, batticuore, in galleria le finestre diventano specchi non richiesti: ho ancora i capelli bagnati che sembra che abbia sudato, merda, il vestito forse è troppo scollato e questo cuore in gola perché non rimane nel petto?
Mi ero scordata che l’ansia a volte viene anche per le cose belle. Rivedersi dopo dieci anni. Ma cosa pensiamo? È cambiato e ricambiato tutto. Anche a quarant’anni ci si può sentire adolescenti alle prime volte? Almeno il sorriso mi sta proprio bene.
Via Lattea
Dopo il terzo drink e qualche sigaretta, che tanto non conta perché è festivo, F. cammina verso casa con le mani in tasca. Odia tenerle ciondoloni, come se non sapesse che farsene, come non sa che fare con quell’opportunità di lavoro all’estero, pagata uguale, ma più scomoda, diversa, lontana e chissà.
La via è buia, silenziosa e deserta, finché un petalo di geranio non gli plana sul naso. Estrae le mani e alza gli occhi, scopre che di notte anche le metropoli sono supervisionate dalle stelle.
Se avessimo la certezza di essere soli nella Via Lattea, non esisterebbe più cura alla depressione. Per fortuna non sappiamo nulla, nemmeno dove mettere le mani quando guardiamo il cielo e proprio per questo conviene andare a tentare tutte le vie che si può.
Insoddisfatto
Insoddisfatto è il mio secondo nome, vorrebbe interromperla per dirglielo, ma non è il caso di sfoderare simpatia allo sportello della posta. Si limita a dirselo a voce alta nella testa, ride anche, guardando il proprio riflesso nel vetro di fronte e indirettamente il viso dell’impiegata. M. vorrebbe tracciarne il profilo con le dita, come facevamo da piccoli sulle finestre appannate, poi aggiungerle un fumetto che dice: buongiorno e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte! Ma anche questo rimane solo nella testa, però uscito di lì, passerà di fronte alla gelateria e per una volta entrerà a prendersi un gelato, tutto puffo, senza rimpianti per una volta, come faceva da piccolo.
Sciolta + Spalancato
Qualcuno nel condominio di fianco ascolta una vecchia canzone. Anche quest’anno l’estate in città si preannuncia una granita sciolta nel portabicchieri durante una gita in montagna, strabordante per tutti i sensi. Chi cresce immaginando il mare fra i palazzi, sa fin dall’infanzia che questa stagione è pericolosa, appiccica addosso i pensieri, rallenta i riflessi, breve ma piena di tornanti. Il problema è che ci lascia sospesi a fare i conti con la nostra limitata umanità, di bassa pressione e alte pressioni, aspettative, ambizioni. Da soli. La nausea.
Almeno la Luna rimane in città, I. ha spalancato la finestra per farla entrare. Stasera i ricordi sono come fumo sopra un tavolo da poker, eppure dopo ventisette anni dalla sua morte Mia Martini ancora canta: La voglio in faccia la verità / E se sarà dura / La chiamerò sfortuna.
Per alcuni l’estate è un dolore che sa di solitudine e immobilismo, ma anche le peggiori sfortune poi passano e resta la musica.
Britneyspears
F. balla e come capita ogni volta che si dimena con un bicchiere in mano in mezzo a gente che non parla la sua lingua, pensa a tutto e a nulla che ricorderà una volta sorto il sole. Peccato, perché in tutto quel sudore realizza che alla fine l’insegnamento che davvero conta è fregartene dei giudizi degli altri e vivere come Britney Spears, ma senza padri.
sabato 30 aprile 2022
Come stai, in una parola? 1
Gnocchi
La stanza si è riempita di parole e sguardi, come un lampadario invisibile e pesantissimo, appeso a un filo. Poi le parole sono sparite e sono rimasti soprattutto i suoni, senza senso, prima incalzanti, poi più alti, fino a urlati. Silenzio. Nei piatti gli gnocchi sono diventati pezzi di neve e grandine. Gli occhi non si incontrano più e le bocche sigillate guardano i piatti, che assistono al litigio più infame della storia del 3C.
Accartocciato
Mi sentivo al sicuro, caldo, accarezzato, importante. Avevo una ragione per continuare a vivere e mantenermi presentabile, stirato, pulito, in ordine. Uscivo ogni ora e potevo rientrare nel posto sicuro, sicuro che ci fosse una ragione. Ora è freddo, buio e polvere. Ieri G. mi ha accartocciato e buttato nel bidone della carta. Insieme a fazzoletti sporchi, tovagliolini e un cartone della pizza non ho più senso e so che nessuno avrà memoria della lista di cose da fare che mi aveva scritto sulla pancia di quadretti e cellulosa.
Swish
Il vento parlava ai poeti del Novecento, ai duemilleschi forse resta la nostalgia del silenzio e lo smog. A questo penso, aspettando il treno ogni sera, come se potessimo davvero scrivere i pensieri, come se pensassimo davvero come parliamo, comunque in sottofondo un gran freddo e a frusciare solo gli altoparlanti mal funzionanti, mi sale il mal di testa…
– Swish.
– Come?
– Il vento. Il vento fa swish.
Annuisce imbarazzato. Potrebbe essere l’inizio di un film, forse alla fine chiama la vigilanza perché non è rassicurante un estraneo che ti dice swish sulla banchina, ma pensa tutto e niente di queste parole. Guarda una cartaccia sui binari: volteggia.
Verza
Piove. Silenzia il telefono. Sulle soglie dell’orto non odi parole che dice metalliche, nei vocali velocizzati, di stress metropolitano, ma odi parole più nuove, che parlano gocciole e foglie: ascolta. Piove. Sulla verza, che abbraccia la sua verzura, mentre noi andiam di aiuola in aiuola e il tran tran non è che un ricordo. Qui l’unico suono umano concesso sono respiri. Taci. Baci. Piove.
Pesante
Il laghetto del parco è uno specchio di cielo riflesso. Con qualche foglia fra le nubi e i pesci che volano, sembra un acquario di qualcuno con molta fantasia e tanta voglia di disorientare Nemo. Si aggiunge anche la pioggia e le gocce, che mi chiedo fino a che grado di profondità mantengano la loro identità, prima di diventare laghetto anche loro, come le gocce d’acqua che già c’erano, le foglie, i pesci, forse anche le nubi, poi il suono di qualcosa di più pesante: il telefono di una ragazza ha fatto spluf. Lo guarda, nuovo sasso sul fondo, o forse anch’esso acqua ormai e lei, al contrario, se ne va più leggera.
Stanca
La musica esce stanca dalle casse. È tardi, talmente tardi che forse questo tardi si può chiamare presto e la gente è già a letto, o ancora a letto. Anch’io sono stanca, ma non abbastanza per trascinarmi a letto – o forse troppo stanca per trascinarmici.
Vorrei chiudere gli occhi, riaprirli con il sole e dieci anni di meno, un futuro più lungo e la storia – e le storie – ancora a trama aperta, migliorabili. Sono stanca degli antagonisti e del genere tragico e che, nonostante tutto, per sopravvivere, ci si debba convincere che siamo in una commedia, scritta al buio.
Astronauta
La Luna è vicina, incorniciata, a portata di mano; una perla imperfetta e luminosissima. Vorrei ricordarmi più spesso quanto sono piccolo e quanto piccolissime siano le pietre che mi appesantiscono la testa, polvere, rispetto all’immensità del possibile, che alla fine è proporzione con la nostra immaginazione: basta allenarla per tentare quello che sembrava impensabile.
Come un astronauta in missione, D. dà le spalle al poster della Nasa. Per la prima volta da quando si è trasferito, nota una macchia a forma di viso sul pavimento. Sorride. Domani si alzerà e sa che cercherà di non calpestarla.
Male
Male male male, pensa. Si accorge di aver schiacciato il tappo della penna fino a imprimersi il tondino nel pollice. Ora pulsa.
La campagna non sta andando come dovrebbe, dopo quattro stage non retribuiti, un full time che pagava solo l’affitto, gli straordinari, i fine settimana da cameriera e le gambe gonfie, finalmente un posto decente, ma la campagna non sta andando come dovrebbe, nonostante la luce nella sala conferenze entri come in un romanzo.
– It’s a boy?
– Yes.
It is a male, pensa – non capirebbero, vivere lontana dalla lingua madre oggi dà la nausea. Forse anche la pancia le pulsa.
– Congrats!
Recuperando
L’asfalto gocciola, oggi il caldo lo scioglie e le sneakers di migliaia di corpi asciutti e muscolosi lo modellano, passo passo. Mai avrebbe pensato di partecipare a una maratona e mai avrebbe pensato di non arrivare ultimo, ma A. marcia, non si ferma e sta recuperando posizioni. Mentre corre guarda avanti, ma non vede niente di preciso, corre e basta, tutti i sensi si sono rivolti all’interno: si ascolta, sa che arriverà al traguardo a un certo punto e allora lì, sì, si fermerà, starà male qualche secondo e dopo essersi appoggiato all’asfalto caldissimo, i palmi all’ingiù e gli occhi all’insù, vedrà, vedrà che ce l’ha fatta. Può spuntarla dalle cose da fare almeno una volta nella vita. Realizzerà che si è allenato, è andato avanti per ore, senza realizzarlo, poi solo pochi minuti, secondi forse, alla fine, ha visto e vissuto davvero il presente. Esattamente come tutti giorni, anche quando non indossa le sneakers.
Nevica
Qui la primavera è arrivata inattesa, come al solito, ho ancora la giacca invernale e le calze pesanti, non ti dico al sole che caldo. Pensa che sono proprio dietro scuola, al parco, ti ricordi quando venivamo qui con i libri di chimica? Finivamo per non capirci niente e tanta era la luce che quasi non riuscivamo a leggere le pagine, tutte bianche sul prato, e le brioches alla nutella del bar che c’era? Tu avevi sempre il telo, io non portavo nulla. L’acqua forse... Pronto, ci sei ancora?
Sto passando sotto i mandorli, quelli di fianco alla statua della tipa, con le panchine intorno. Col vento perdono petali, sono ancora bagnati per l’acquazzone. Praticamente nevica. Da te com’è?
Intrappolata
Mi dispiace leggerti così. Forse dovremmo smettere questa corrispondenza, le lettere sono per i vecchi, o i morti giovani e a te invece serve sole, vive voci e qualche amore sbagliato. Me li racconterai quando verrai a trovarmi qui.
Vedi, tesoro, quando avevo la tua età, mi sentivo intrappolata.
Non capivo che era una bugia per compensare la paura grande che mi procurava la libertà di avere ancora tutti gli anni davanti. Ascolta la tua vecchia nonna. Da’ tempo al tempo, vivi più che puoi, come puoi, non rimproverarti mai. Un giorno ti sveglierai e con gli occhi ancora socchiusi penserai di essere a un passo dalla felicità. Invece, sarai già felice, ma tu non dirtelo.
Grandinata
A. non usciva da nove giorni. Non sono tanti in confronto ai lockdown, ma stavolta non ha mai mosso le tapparelle: dev’esserci stato più del lavoro e della pigrizia. A me fa strano chiedere il numero alla mia dirimpettaia, quindi fingo di farmi i fatti miei. Mi limito ad andare tutte le mattine sul balcone e controllo se qualcosa nel palazzo di fronte, allo stesso piano mio, si è mosso.
Stamattina una finestra era aperta a metà. Vorrei appendere un cartello e scriverle CIAO! Anch’io a volte non voglio alzarmi. A volte spesso. Ma mi sento stupida e il cartello forse neanche lo vedrebbe.
Spero abbia trovato qualche chicco di ghiaccio ancora sul davanzale e si sia stupita di come la città sembri un cocktail dopo la grandinata.
Felice
La sala è piena, gente seduta, gente in piedi, avevamo paura che dopo il covid non avremmo più saputo vivere come prima, invece quando siamo insieme dimentichiamo l’angoscia e torna la voglia di parlare, abbracciare, incontrare. Si fanno strada fra i tavolini e raggiungono gli altri due. Un appuntamento a quattro non è mai una buona idea, ma da qualche parte bisogna riniziare.
– Ciao!
– Ciao.
– Lui è Felice.
– Ciao, piacere.
– Piacere, ti senti rappresentato dal tuo nome?
Colla
Ieri ho rotto un vaso. Fanculo Pandora, ho giocato al puzzle dei cocci e l’ho ricostruito, ma maledetto attaccatutto, di nome e di fatto; ho ancora la colla sulle dita, la sento come se potessi toccarmi senza toccarmi – domande da bambini saggi, alla fine noi non tocchiamo sempre noi stessi? All’epoca però la colla era vinilica e ci divertivamo a strapparcene le pellicine dalle mani e che buono quell’odore un po’ tossico.
Stasera c’è la pizzata con i compagni di scuola. Mi chiedo cosa penseranno dei miei polpastrelli ruvidi. Avrò una stretta graffiante. Il vaso mi guarda, la pianta ringrazia. Non mi interessa cosa pensano gli altri, non siamo più a scuola e mi sento ancora bambina ma, per carità, non voglio essere saggia.
Scrocchiarello
– Scrocchiarello!
– Come prego?
Il capo lo fissa per qualche secondo e con una coreografia degna delle più inquietanti esibizioni di nuoto sincronizzato, anche il resto dei colleghi si volta a fissarlo. F. ha sonno, è l’ultima riunione della settimana e il cambio di stagione inizia ad avere un significato dopo i trenta. Non ha del tutto realizzato di aver emesso suoni dalla bocca, ancora spera di averlo solo pensato, mentre fissa concentrato il blocco di fogli davanti a sé, con la tavola rotonda a contemplarlo, ma il collega di fianco interrompe ogni speranza, sottovoce:
– Come nome di un farmaco per l’artrosi?
Lisbona
In Rua dos Douradores soffia un vento secco, caldo, S. si sente abbracciata, è così tutte le volte che atterra a Lisbona e per un attimo si sente sveglia e calma, un equilibrio che a Milano sembrava impossibile. Tira fuori il telefono, fa una foto alla via, apre whatsapp, cerca la chat e a memoria digita Pessoa: Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. Invece. Guarda il destinatario, ma prima di abbassare il dito sull’invio, alza lo sguardo ai fili del tram: questa sera è proprio una buona sera.
Strettocanaglia
– Signora, siamo in ritardo.
– Su su, veloci, finite di preparare, la carrozza è già fuori.
– Strettocanaglia!
– Clara! Non sono parole che si addicono a una signorina.
– Ma mamma!
– Nessun ma, quel corsetto più di così non può stringersi. Per favore, vogliate allacciarlo, grazie. E veloce infilati il vestito, che tuo padre è già in carrozza e Dio solo sa quanto odi aspettare. Dov’è tuo fratello?
– Non so.
T. era già all’ingresso, faccia a faccia con il ritratto del bisnonno. Estrae l’orologio dal taschino, guarda l’ora, guarda l’antenato, sente il padre gridare dalla carrozza e decide di slacciarsi l’ultimo bottone della camicia.