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giovedì 2 febbraio 2023

All’ultimo slam è sparito un poeta. 
Ho chiuso l’ennesima clausura, che mi impongo quando devo coccolare i miei mostri. Poi esco e la vita è uno spettacolo incredibile.

Mi piace camminare, dopo la mezzanotte di un giorno feriale per strada siamo tutti personaggi del Mago di Oz: un uomo grasso con le bretelle appoggiato a un paletto, fa spegnere e riaccendere il lampione con lo sguardo, comunica un messaggio morse all’aldilà, mentre una ragazza tutta di nero, con le cuffie e i capelli in tasca gli passa a fianco. Ho cantato Wonderwall senza dissimulare il labiale, la Luna ci è stata testimone.

La prossima volta che mi sento inutile e non mi viene da scrivere, mi metto per strada con il cartello “ritiro amsa” e vediamo cosa succede.

Quando d’inverno manca Milano d’estate, basta camminarla di notte. Una coppia si bacia come nelle poesie di Prévert, un cane porta fuori il padrone, all’incrocio sono passata col rosso, perché se non la rischi, cosa ce l’hai a fare la vita? Senti come tira il futuro.

Ho spesso scarpe scomode e mi spacco i piedi, però guarda quanti passi abbiamo fatto, ancora. Nonostante tutto il dolore, ancora scrivere poesie. Perché ogni giorno è resistenza. 

Secondo me, il poeta che è sparito, è andato a cercare se stesso. Secondo me, torna.

domenica 11 dicembre 2022

Memorandum

Se la testa si fa labirinto, esci. 

Se necessario, fingi di essere normale. In ogni caso, vestiti. 


Hai assaggiato la carne di cavallo: ti piace. La te che ha fatto sei anni di equitazione è sotto shock in un angolo, forse della testa, forse dello stomaco. Comunque fa’ la signorina, tieni per te qualsiasi battuta su Cicciolina.  


Puoi ancora uscire alle quattro da un locale e andare a mangiare un panino lurido con patatine fritte. Occhio però al freddo. 


Ricordati i guanti. 

Ricordati che hai un’auto in cui il tasto per disappannare il lunotto consiste in te che scendi e cerchi di sgelare il vetro da fuori. 

Ricordati che non è una buona idea farlo a mani nude. Nemmeno a bestemmie. 

Hai parcheggiato dopo il passo carraio. 


Il superpotere dei quasi astemi è che ti basta un gin tonic per pensare meno. Dopo due, inizi a ricordare meno automaticamente come si torna a casa. Dove. Quando. Perché. 


Ballare è meglio di parlare. 


Sudare però è meglio d’estate. 


Se domani ti svegli raffreddata, non farti gaslighting: è tempo di tornare a rischiare di ammalarsi in cambio di una bella serata. 

lunedì 1 agosto 2022

È il 4 agosto 2012, compi 19 anni e ti rifiuti di scriverli in numeri, perché le parole in numeri, dai; follia.

Hai diciannove anni e grossi piani fra i capelli, che tieni raccolti perché hai paura che il vento ti spettini e insieme disordini i pensieri, così precisi, ritagliati dai libri e dai film, che ti hanno estorto qualche sabato sera al prezzo dei primi baci, in cambio di una testa pettinata, mica come quella pazza di Ermengarda, con le trecce sparse sul petto in accusativo di relazione. No, noi saremo Carlo Magno, la notte di Natale.

Hai diciannove anni, le cose che ti fanno paura le hai cacciate sotto lo chignon, lontano dagli occhi lontano dal cervello, tanto sotto, che quasi osi dire che non ti spaventa niente, perché niente rimane vergine di spiegazioni sotto quella testa acconciata; nulla può andare storto.

Dieci anni dopo posso dirti che nulla andrà come credevi. 

Se si potesse tornare indietro e se gli output fossero prevedibili dagli input, mi piacerebbe che ascoltassi da te stessa alcune parole numerate. 

  1. La vita non è una tragedia scritta da Manzoni. 
  2. Le persone sono un casino. 
  3. Tu sei una persona. 
  4. Quello che ti sembra normale, non è normale. Vale anche per l’amore, soprattutto. 
  5. Cerca di non vergognarti, perché non esiste vergogna così imbarazzante da meritare il silenzio. 
  6. Parlare con gli altri, a volte, salva la vita. La tua è fra quelle. 
  7. Non sei come i tuoi genitori, per fortuna.
  8. Nessuno è ciò che gli capita. Questa sarà dolorosa da capire e difficile da mantenere, ma prima impari cos’è l’ingiustizia e l’immobilità sociale, prima puoi denunciarle.
  9. Non hai colpa degli errori degli altri. 
  10. Nonostante i tuoi inesausti sforzi ad accontentarli, non sei l’anticristo che ti hanno soprannominato. 
  11. Meriti di essere felice. Sarà forse la scoperta più faticosa che farai e ancora devi difenderla, ma fidati, vuoi, puoi e devi stare bene. Se qualcuno insinua il contrario, mandalo affanculo, chiunque sia. Se qualcuno sei tu, vai in psicoterapia. 

Il 4 agosto 2022 compirai 29 anni. Ora scrivi anche i numeri.

Il futuro rimane un parco giochi invisibile; se giochi, ti spettini, ma stai un gran bene.

lunedì 11 aprile 2022

La barra lampeggia sul foglio elettronico come una bradicardia: vi siete mai chiesti quante volte riappare e sparisce?
Io no.
La risposta è sessanta al minuto.
Fuori il cielo è turchese, le persone praticano attività che fino a un anno fa erano vietate: vanno al parco insieme, si ammassano, si toccano. Dentro, qualcuna sta perdendo i suoi anni migliori davanti al computer.
Vorrei poter dire che non sono io, che adesso che ho letto tutti i libri e guardato tutte le serie tv, ho finalmente imparato che la vita è una ed è mia e ora mi vesto, ma subito, poco, perché la primavera mi guardi là fuori, mi scaldi la pelle pallida e mi ricordi che sono giovane, anche quando invece mi sento solo stupida e prendo la carrozza, il diadema e pure i guanti da cavallo, che mi fa sorridere pensare che a conoscermi oggi nessuno direbbe che ho fatto sei anni di equitazione, infatti in pochi lo sanno, in pochi si accorgono che abbiamo la fortuna di vivere molteplici vite in una, e prendo anche un mazzo di fiori e vado a cercarmi uno spasimante, con cui riempire le giornate e le stanze e i parchi e far finta di sposarci, ma ogni giorno in un film diverso, con una persona diversa. Perché il problema è la noia, è sempre stata la noia e il coraggio di contraddirla.
Per fortuna è arrivata la primavera a ricordarmelo. 

venerdì 1 ottobre 2021

Sono su un treno insieme a un ragazzo, che oltre che sul sedile è sullo schermo dove ora sto digitando, incorniciato sopra il logo di Tinder. Continuo a guardarlo attraverso il vetro, così fa la mia generazione. Da un’altra generazione ma lo stesso vagone, una signora mi dice che la stazione di Milano Centrale fa schifo. Per me, colpa forse dell’architettura fascia, sa di nostalgia, dei ritorni a casa e dei ritorni in stazione, con la speranza che il successivo ritorno a casa sia con uno zaino di gioie più pesante, ma più leggero del prossimo ritorno in stazione e più cresco e più invecchio, più capisco che, a differenza del fascismo, la nostalgia mi piace. Come quando finisco le lacrime davanti a un telefilm, che da qualche giorno mi costringo a guardare in inglese, to improve my English, that I used to use less than dead languages. Kind of necromancy. For someone who puts all their hope in language it’s nasty to rely on foreign syllables. Btw reminding myself the limits of communication is a fair affair.
I can’t understand everything, but I feel it anyway, when one character seems they’re gonna die, then somebody says that they are not going to die, they can’t die, because they are [insert character name.] As if in their name, life, supposed destiny, would never be found the word death. They don’t die.

The Tinder boy remains a glass boy. 

Out of the screen instead, does happen that someone dies, even if they are our beloved. Wondering why Authors choose those that can be hired for all seasons and those that can’t, makes me cry twice: it hurts, because they deserved not to die even though they were off the fucking tv and nobody said they cannot die because of their significant and useless name, or maybe somebody said it, but the fucking life does not listen to any script; it hurts, because we’ll never see them again. And all that rests is a bunch of uncomfortable syllables melting from the eyes.

Remember the word of impossible returns? Nostalgia. Suddenly we feel big and small, like every time I come back to Milano Centrale. E come bambini temerari torniamo a parlare le nostre lingue madri e padri. 

giovedì 2 settembre 2021

Come gli amori più disperati, agosto sembra sbagliato finché non finisce.
I posti che diamo per sicuri, chiusi, blackout, zanzare, sudore, il sole bruciante, caldo troppo caldo. Le città troppo grandi vuote, piene le città troppo piccole, finestre spalancate che non filtrano le vite dei vicini e nemmeno i cibi che cucinano. Le vacanze, le vacanze nostre, brevi incerte scomode, le vacanze dei vicini, sempre più verdi, fotogeniche, le vacanze degli influencer, ingiuste, e le vacanze in potenza, che riposano nello stesso posto dove teniamo i buoni propositi, insieme agli amori più disperati. Le lentiggini, i ghiaccioli, l’olfatto amplificato fra i profumi degli sconosciuti. Vestiti leggeri. 
L’estate esagera, ogni volta. 
Ora è nostalgia.
Nove mesi per imparare a sbagliare meglio, prima di spogliarci di nuovo.
Sotto le giornate che si accorciano e i vestiti che si allungano, osare ripetersi che l’estate è prossima. E la prossima estate, promettiamo, la ameremo prima che sia troppo tardi. 

domenica 4 luglio 2021

Fra un mese esatto scadono i miei ventisette.
Da quando ho smesso di andare ai giardinetti con la nonna, ogni età mi è sembrata sbagliata: sono stata o troppo piccola o troppo grande, mai degli anni giusti nell’anno giusto. Anche adesso la mia età dipende più dal giorno che dagli anni, a seconda di cosa e di chi incontro, per la legge del confronto, che è giusto scoraggiare, ma alla fine è inevitabile, nella società della performance, basata su disuguaglianze. Ecco, ora mi sento vecchia.
L’altro giorno, fra l’odore di asfalto e protezione solare, ho scoperto di aver reimparato a sopportare l’estate a Milano e avrei voluto un ragazzo col motorino per il vento, le mani sui fianchi, far preoccupare mia madre nelle curve, e scappare appena fuori città, a dare un nome alle nuvole e a ipotizzare quanto ci ha rovinati la Disney. Mi sono sentita più giovane, poi di nuovo molto vecchia. Allora mi sono concentrata sul respiro, che ora mi viene facile, mentre qualche anno fa non mi sembrava nemmeno involontario, così come il battito del cuore e poter fare progetti che dessero per scontate le albe dei giorni successivi. Ho preso un respiro fino al fondo, al fondo di tutti gli altri organi, che non so nominare ma mi seguono da sempre, dappertutto, con fiducia e quella che chiamerei magia, se solo fossi meno cinica. L’aria della mia città mi è sembrata la stessa di quando andavo ai giardinetti con la nonna. Adesso saprei riconoscerla come l’odore di casa dopo un lungo viaggio, scomporla in parti di ossigeno e smog, badate che cambia a seconda dell’ora. Ho sorriso. Mi sono sentita quasi quasi giusta, in equilibrio, fra tutto quello che ho passato e il futuro che tira, l’ignoto, che per esperienza so terrificante, incredibile e spettacolare: spero sia emozionante tanto quanto quello che ignoravo al compleanno dei diciotto e che ora chiamo ricordi, brutti e belli, comunque memorabili. Perché alla fine, qualunque siano l’età, i pensieri, i dolori, le fortune, i pensieri vecchi e quelli spensierati e la bilancia delle memorie fra buone e cattive, l’unica cosa che conviene tenerci stretta, come una prescrizione medica a un’insicurezza cronica, è che la vita non è insignificante.
La nostra vita non è mai insignificante. 
Non dimenticarlo e compi tutti gli anni che puoi. 

mercoledì 14 aprile 2021

L’estate campeggia sulle nostre teste, come fossimo Teletubbies a inizio puntata, ma più felici. 
Oggi zero morti. 
Il giornalaio ha venduto tutti i quotidiani, la gente li appende e li conserva come fosse la Liberazione. In radio, al posto dei notiziari solo musica, ogni tanto qualcuno dice al microfono che non ci crede, ma ci deve credere e finisce in lacrime e risate, di nuovo musica. In tv, i telegiornali devono reinventarsi del tutto, scongelano i servizi su quanto spendono gli italiani e sul caldo, che è tornato l’unico nemico degli anziani, dopo i finti tecnici del gas. Netflix registra il più precipitoso calo di riproduzioni da quando è stato creato. I social sono deserti. 
Gli umani sono tutti fuori – e il T9 vorrebbe scrivere che sono tutti fiori da quanto popolano di nuovo gli spazi a cielo aperto, fuori dai soffitti, a calpestare tutt’altro che pavimenti e lasciare finalmente privacy ai mobili, rimasti soli nelle abitazioni. I modem si raffreddano, i frigoriferi dormono, le sedie si riposano, mentre fuori dalle finestre fioriscono le teste. Sorridono anche i malinconici, persino i vecchi che si lamentano e i bambini che piangono, ogni umano ride, perché da ore non si muore. 
Il peggio è passato, ce lo gridiamo con gli occhi e salutiamo anche chi non conosciamo; piano piano, impariamo che non abbiamo disimparato la vita normale. Quando dicevamo di aver paura di uscire, di non saper più stare con gli altri e non sentire più niente, stavamo solo scherzando, nemmeno ce ne ricordiamo, impegnati a liberare tutti i grilli per la testa, a catturare farfalle nello stomaco e a parlare, correre, ballare, ho già detto che sorridiamo fortissimo? Fino a scoprire i denti in fondo e al posto delle sirene c’è un’eco di esclamazioni, come quando si rivede un amico, che non si vede da un anno. Come fossimo in una favola di Rodari, o in una poesia di Benni con le rime baciate, / dove le vie tornano popolate / di persone non più annoiate, / l’odio evapora come a volte capita all’amore / perché da ore non si muore. / Non se lo spiega neanche il pastore: / credeva fossimo alla deriva, invece / prima o poi, la vita arriva. 

Ma oggi non è oggi. Eppure c’è il sole.

martedì 6 aprile 2021

April is the cruellest month

Aprile è il mese più crudele, ormai lo ripeto da qualche anno e un anno spero che la primavera mi smentirà. Intanto cerco di fare come Lester Burnham, sorridente, anche quando la testa gli è crollata in una pozza di liquido rosso e tutta la vita gli passa davanti agli occhi, che non guardano più.
Vorrei poterti chiedere cosa pensi dei palazzi che tirano su, per illuderci di una nuova modernità, ma negarci lo sguardo. Torno spesso dove nonno mi portava da piccola e mi chiedo come cresceranno i bambini senza tramonti: sopravvivranno, come quasi tutti, come me. Vorrei chiederti cosa vedono gli occhi che non guardano più.
Hanno detto che se vai in giro con un fidanzato o il papà non ti fischiano, ma chi non ha nessuno dei due? Eppure, molto più spesso del solito ho voglia di raccontare che mi sento come un quadro ad altezza sguardo, perfettamente centrato – discutevamo persino dell’altezza a cui mettere i chiodi nei muri, tu avevi Vitruvio, io l’horror vacui. Ora con il vuoto familiarizzo. 
Sono la milanese più noiosa che conosca. Dopo ventisette anni di persone che se ne vanno, sullo stesso orizzonte che cambia, ancora mi fermo a guardare i sacchetti che volteggiano per strada.

È aprile; metto su un pezzo dei Beatles. 

Because the world is round, it turns me on.
Because the wind is high, it blows my mind.
Because the sky is blue, it makes me cry.

Chissà come lo canterebbe Renzi.

lunedì 15 marzo 2021

Il cielo è blu, mi chiedo chi abbia deciso il colore dell’asfalto. Forse, se vivessimo in una scatola di matite, anziché circondati dai colorini smorti delle facciate stanche di città consumate, saremmo più predisposti all’allegria. Così sarebbero stimolati anche i pantoni della fantasia, dei ricordi, persino il blue monday sarebbe però blu fiordaliso. Forse conosceremmo più nomi di colori, forse nonna non dovrebbe chiedermi ogni giorno se sono vestita a lutto. Forse no. 

Sono sveglia da poche ore e il mio telefono è già al 20% e l’unica cosa che vorrei è tornare a letto, anche se persino dormire non è un posto sicuro, quando le facciate più diroccate sono proprio quelle del lobo frontale.

Siamo in lockdown nella nostra testa almeno dall’adolescenza e chissà quando usciremo. Vorrei che oggi fosse un giorno, che a nessuno abbia fatto male. 

Invece.

Tristezza si proietta su ogni superficie a cui mi affaccio. Le passeggiate sono solo fra i lobi, o i lombi, comunque i propri. Comunicare è un precipizio, siamo sempre ai lati opposti della faglia di sant’Andrea. Nessuno si salva da solo e spesso non si salva. Se vivessimo città variopinte, forse si arricchirebbe anche il nostro campionario di buio e la nostra capacità di guardare la notte. Imparare il dialetto delle bestie che ci abitano, spolverare le fotografie che ci fanno piangere, accogliere tutti gli oggi che sono stati oggi e non li avremmo voluti, altrimenti interviene il corpo di pulizia – igiene mentale – comandato dall’inconscio, che non conosce mezze misure. La fatica di essere animali teleologici dentro a gabbie di entropia.

Non c’è vaccino alla malattia mortale che è la vita, Zeno aveva ragione.

Bisogna avere cura delle proprie ombre, per non rinunciare al sole. Però non è mica giusto. 

lunedì 15 febbraio 2021

La compagnia degli ultimi mesi: libri e un gatto.

Vorrei scrivere un libro per ogni libro che ho letto, per farne un edificio, all’interno del quale ognuno possa perdersi: dimenticare il telefono, il ticchettio degli orologi, le sirene per le strade, l’acqua che bolle per la pasta, il cuore nel petto. Scordare il peso delle mancanze e il vuoto delle aspettative che tirano, sincronizzarsi con un ritmo lontano ma familiare. Respirare concentrato eppure disperso, su un altro piano di realtà. Solo, in compagnia. 
Quando qualche giorno fa, prima che un professore vestito da maestro d’altri tempi, nello spazio del mio computer, nel tempo di una videochiamata, mi facesse i complimenti, ho pensato che se esistessero diversi universi paralleli, in cui si inscenano tutte le ipotetiche trame della nostra vita, dovrebbero essere proprio un numero che non so scrivere, perché in tanti credo di essere già morta per ogni attacco di panico che ho avuto e ho immaginato anche che almeno in uno dovevo pur essere felice e forse è questo.
Qui, dove posso pensare alla me di altri universi e che qualche me di altri universi pensi a me in questo universo, dove più sono i libri letti, più aumentano quelli da leggere e non vedo l’ora di perdermici. Perché alla fine mi ritrovo sempre, un po’ più intera eppure multipla, proprio come i capitoli di un libro in divenire. Qui, dove ho anche sognato di dover proteggere quel gattino in un mondo post apocalittico e nonostante i mostri da uccidere, non era un incubo. Un po’ come ogni giorno: nonostante i mostri, non è un incubo.
Ecco, ai noi di altri universi direi che la nostra dimensione non è poi male. A parte la fila alla posta.

sabato 28 novembre 2020

Difficile è un aggettivo di cui non mi piace abusare, perché so che la sorte sta sempre lì a origliare e ama giocare al rialzo, ma un anno fa prendevo un aereo, l’ultimo per ora, ed era proprio difficile: difficile era non solo prendere l’aereo, ma sopravvivere, in quelle lunghe giornate, giornate lunghe almeno un anno, a cercare di non dare buca ai primi incontri col dolore.
Ma nonostante quegli impegni, cadenzati e imprevedibili, comunque costosissimi, forse ancora da saldare, io sono andata a diecimila metri dal suolo, poi sono scesa, sono stata tre giorni in una città che non parla la mia lingua, a dire le mie poesie; ho quasi vinto un poetry slam con poeti da parti del mondo più o meno lontane, dato il meglio e il peggio, combinato qualche casino, mangiato male, consumato le scarpe su strade mai battute e poi sono risalita su un aereo e atterrata in un altro viaggio, che ha previsto una pandemia globale, di nuovo a casa.
Se ripenso a quei giorni, provo nostalgia. Della normalità apparente, della folla, di camminare senza mascherina e di non dover rispettare i confini dell’autocertificazione. Ho nostalgia delle persone, delle occasioni, delle poesie a voce alta, dei concerti, persino dell’agitazione un po’, degli abbracci, della stanchezza meritata, di una trama alternativa, che forse non vedremo mai. E oggi, da questo futuro che si trasformerà di nuovo in passato più velocemente di quanto pensiamo, voglio lanciare una sfida alla sorte: che il 2021 sia così bello da mandare in crisi Rob Brezsny. Che ci rimanga nelle memorie come l’anno più felice di tutti, finora – e sono sicura che avrà duri avversari, almeno nella nostra infanzia. Un anno incredibile per la tanta contentezza che ci tirerà le labbra, per quante risate ci alleneranno guance e addominali e gli occhi saranno pieni di pace e entusiasmo. La notte, i sogni faranno a gara di memorabilità con i baci e le parole, che saranno un mettere in comune semplice: felice consuona con facile, facciamo risuonare l’anno venturo di piacere.
Se non dovessimo riuscirci, l’appuntamento è sempre qui, fra un anno, a non smettere di augurarci il meglio per il futuro che ci aspetterà dopo il futuro.

giovedì 26 novembre 2020

Il mercoledì è la vasca dopo cui penso di non avere abbastanza bracciate per tornare alla scaletta. Come se poi, nella mia vita, fossi stata in piscina così tanto spesso da potermi permettere similitudini che sanno di cloro. Di loro.
Vorrei inventare uno strumento che con un tocco proietti fuori di noi tutto quello che abbiamo sotto pelle, compresso fra le cellule, a volte battezzato in idee, storie, voglie, paure, angosce e permetta poi di farle capire anche agli sconosciuti. Tu mi dai la mano, io ti do la mano e in un battito di ciglia ci comprendiamo, ma del tutto: ci prendiamo tutto, ci scambiamo tutti i pensieri, condividiamo i sorrisi e le lacrime che hanno inciso la nostra memoria ram, quelli che ci hanno disturbato la fase rem, ciò che ha costruito così l’umano che siamo e anche cosa o chi l’ha distrutto. Potremmo dire che abbiamo capito un pezzo di noi, di loro. Degli altri.
Invece la piscina è una boccia senza scaletta e io sono solo un pesce rosso con tanta fantasia.
È giovedì ormai, ne sprecherò un po’ per immaginarmi uno strumento che ci permetta di capirci senza linguaggi: forse comprenderemmo che siamo tutti diversi e per questo tanto simili. Dei nuotatori fuor d’acqua.

domenica 15 novembre 2020

Ho sfoderato il cappotto pesante, profumato di tintoria, per fare il giro del quartiere. Quasi nessuno ha assistito alla sfilata e ho pensato che siamo tutti la Fondazione Prada: physically closed digitally active. Le parole scorrono così sui led, come un treno sui binari di fronte. Oggi ho costeggiato la ferrovia; mi ha ricordato che il mondo continua a girare anche fuori dalla finestra, dagli schermi. Mi chiedo se abbia questo ruolo per tutti i nonni che ci portavano i nipoti: ricordargli che ancora esistono i posti oltre l’orizzonte, dove per ora non possiamo andare.
Il cielo sopra Milano è un foglio sporco, ci scrivo mentalmente queste parole, mentre il marciapiede è un emisfero di cicche e foglie secche su cui rischio sempre di inciampare. Poi, a un certo punto, finisco i metri. Per non peccare di tracotanza non supero i confini, faccio ritorno, finché la mano per le cose da fare (ormai le mani hanno compiti ben precisi, una per le scarse interazioni col mondo esterno, l’altra per sistemarmi mascherina e capelli davanti agli occhi) mi avvisa che siamo tornate al portone. Anche oggi l’Odissea è tascabile. Con la mano per il mondo interno ripiego il foglio sporco che ho sulla testa. Mi servirà a notte fonda, a fantasticare sul giorno in cui potremo finalmente smentire Prada.

lunedì 9 novembre 2020

Oggi è un giorno difficile, ma non voglio dire perché. Ma mi spinge a constatare, più del solito, che viviamo l’assurdo. Per esempio abitiamo profili virtuali che mischiano foto di morti a foto del culo – un po’ anche il mio. E tutto questo non è sbagliato, ma profondamente distonico. Siamo distonici. Se ci pensi, alla fine siamo proprio un insieme di idee astratte, pensieri altissimi incollati a una manciata di sporchi organi. Siamo l’amore e siamo gli organi sessuali per farlo, divenuti parolacce, sacri e sacrileghi allo stesso tempo, come i ricordi che ci portiamo dentro e il setaccio che usiamo per trattarli. Siamo purissimi e sporchi, per questo osiamo provare a fare l’amore anche dopo l’olocausto.
Da sempre mi chiedo come sia essere qualcun altro, come si stia dentro la testa e nelle diverse parti del corpo, o dello spirito di un altro: se c’è il mio stesso ritmo, se ci sono più immagini, più colori, meno frastuono, meno parole e la stessa Area 51 gestita dal senso di colpa. Se scrivo, lo faccio per capire se il disturbo che sento, lo sento solo io. Spesso la risposta è no e io sospetto di doverle la vita.
Per questo confesso in uno stupido post-it attaccato agli schermi dei social, che oggi, qua dentro, c’è un gran viavai. I dotti lacrimali fanno gli straordinari, attivano la macchina dei ricordi e anche la centralina della vergogna, perché siamo sempre qui a parlarci, fra un post commemorativo e un post con, di e sul culo, e a me proprio non andrebbe di sputarci le creature che mi ballano nel cuore, però lo faccio perché spero – ed è quasi una fede – che possa fare bene e toccare quello che di immateriale abbiamo tutti in comune. Per sentirci meno soli.
Non volevo dire perché a me oggi fa sentire proprio sbagliata mettere il ricordo di mio padre in un posto pieno di cuori come amen nei commenti, frasi di circostanza digitate di fretta, abbracci non dati, fra selfie e foto alle foto di chi i selfie non se li può più fare, invece alla fine l’ho detto. Ho fallito. Ho svelato e ora Maya ha freddo. Perché così è la vita e io sono un uomo, un miscuglio di tragedia e commedia che non si dà pace e non digiterà: buon compleanno, papà. No. Perché ti sento nei polsi ogni giorno, ma non ci sei più e chi dice il contrario, usa male i social.
Più che farti ricordare dal mondo intero, avrei voluto allungare la tua permanenza e ancora, così, ci provo con un’apologia. Se non dovessi riuscirci, daremo la colpa alla mancanza di sintonia o sintonizzazione, ché è sempre colpa della (tele)comunicazione.

martedì 22 settembre 2020

Lucio Dalla canta La sera dei miracoli dall’altoparlante del telefono, perché la mia auto ha molti optional, come la sauna d’estate e la privacy dei vetri appannati d’inverno, ma non la radio. Ai semafori ho sempre la sensazione che non stia ferma, poi ripenso al libro di scienze delle medie: movimento indotto, non è il nostro treno a muoversi, ma quello sul binario accanto.
Si muove la città.
Comunque schiaccio il freno fino in fondo, mi piace illuminare di rosso chi mi sta dietro e proprio nel mio specchietto retrovisore, vedo i profili di Pilota e Copilota che si avvicinano, fino a diventare il riflesso di una coppia che consuma nel migliore dei modi le attese.
Si baciano per tutto il rosso. Ogni tanto Pilota si stacca per controllare se la fila è ancora la coda al semaforo, o forse quella per imbarcarsi su un traghetto di un viaggio di nozze per niente ufficiale.
È la notte dei miracoli, fai attenzione.
Scatterebbero tantissimi ricordibuoni.jpg. Copilota ride, poi torna a fondersi con la sagoma di Pilota. Tengo a freno il voyeurismo, anche se vorrei scattargli una foto. Mi limito a immortalare il quadretto nel mio hard disk di serie dedicato agli sconosciuti e torno a fissare il semaforo. Da un disco interno vicino, ma diversissimo, estraggo un altro file: papà che mi regala l’Arbre Magique “Ibiza Cocktail”. Si sprecarono le battute. Forse era uno dei tuoi tanti modi per consigliarmi di andare? Ma a partire sono stata sempre più brava con l’immaginazione e anche stanotte vorrei raccontarti dell’asfalto e le sue buche, crateri lunari in circonvalla, delle ombre, che mi inseguono e a furia di immortalarle, un giorno magari si scuciono, di un dolore non mio e che ho pianto in macchina, c’era Dalla, il semaforo, un profumatore per auto e due che sembravano amarsi in così poco spazio, da far esplodere di gioia gli occhi degli altri. Scatta il verde.
È la nave che fa ritorno
per portarci a dormire.

lunedì 21 settembre 2020

Cartoline dalle non-vacanze

Ti vedo. Che è tardi e ancora non dormi. Stai a letto in posizioni sguaiate e digrigni i denti sovrappensiero. Pensi pensieri scomodi, instancabili e complessi, in definitiva indicibili: se li proiettassimo su un grande schermo in piazza, ne andresti fiera? Neanche li riconosceresti tutti. Ti vedo che vorresti toglierti le mutande dall’avvallamento fra le chiappe e che non stai dritta con le spalle. Così invece tette un po’ troppo in fuori, signorina. Io ti vedo. 
Questo è quello che possono installarti, in una zona imprecisata fra capelli e collo, le elementari dalle suore: qualcuno ti osserva, sempre, ovunque e a fondo e non è un semplice voyeur. Lui ti giudica. E tu senti tutto, in un’allucinazione bigotta, che noiosa ti accompagna nelle giornate. 
Questo è quello che possono inculcarti le elementari dalle suore, se non sei la bambina soprannominata Anticristo dalla sua stessa madre: eccomi. Io ricordo che diffidavo di dio, anche quando non avrei saputo formulare questa frase e a scuola abitavo stanze arredate coi crocifissi. Il mio non credo fondava su una sensazione piuttosto chiara: che se dovevo pregare dio più volte al giorno, beccarlo a messa almeno una volta a settimana, non nominarlo e mai contraddirlo, conoscerne vita morte miracoli, confessargli le caramelle mangiate e tutto quello che mi frullava fra i codini, per avere in cambio il suo amore eterno, a sei anni, allora era una grossissima palla – al piede; per omonimia, una bugia. Un po’ come molti mariti, mi dicono. 
Allora conveniva credere ad altro. Agli amici, ai compagni di classe, anche se ogni tanto se ne uscivano coi superpoteri, alla palla da pallavolo. Alle favole che mamma mi leggeva prima di dormire. Alle parole.
Dio, io ti vedo.
Negli occhi dei nostri simili, che non sono sicura siano lo specchio dell’anima, ma so che spesso sono i primi organi che condividiamo. E se solo fossi un’influencer, avrei riassunto tutto in eyes don’t lie e via con gli hashtag, invece vi dico che se credessimo nell’uomo almeno la metà di quanto io non credo in dio, saremmo una comunità con meno mariti, più donne con la schiena dritta e bambini, con le carie, ma sorridenti.

mercoledì 9 settembre 2020

Fine.

Dedico queste pagine ai miei genitori.
Grazie, di avermi dato un nome.

Con queste parole finisce la mia tesi, che ho caricato oggi. Oggi è l’anniversario dei miei. Ma il verbo così inganna, la lingua invece costringe a essere franchi: sarebbe l’anniversario dei miei, se ci fossero entrambi. Gli anniversari di matrimonio a metà non sono previsti, per questo non oso gli auguri, che suonerebbero – anzi, suonano – una battuta di cattivo gusto.
Io però li ringrazio tutti e due, con la sfrontatezza dell’indicativo, perché con le parole si può dire l’indicibile, si può indicare al presente anche chi non esiste che nel passato. E non immaginate quanto manca.
Di seguito una serie di fatti al condizionale. Mi farebbe un regalo, forse direbbe che sono stata brava, con un po’ di sarcasmo, probabilmente litigheremmo, sarebbe contento, ma senza dimostrarlo.
Di seguito una serie di fatti all’indicativo. Mamma pensa a fare tutto anche per te, compreso litigare, il regalo lo voglio e voglio anche saltare la siepe durante una pandemia globale. E poi sai cosa ho capito di aver ereditato? Che siamo proprio bravi a non dare a vedere quando, quanto siamo felici.
Ma i figli esistono per rompere, quindi adesso confesso che sento dentro di me una nave che vuole prendere il largo, che nonostante tutto a qualcosa e a qualcuno ancora credo, come che ogni giorno, alla fine, è un bel tramonto, su cui scrivere poesie e correre in posti che non so, per regalarle a chi ancora non conosco, ma voglio scoprire. E alla fine va bene anche il dolore.
La foto di laurea mi sembrerà per sempre più vuota, perché ciò che è prezioso, spesso ha un prezzo.
Grazie, mamma. Grazie, papà.
Per esserci ed esserci stati, ed esserci.
Grazie a voi oggi posso dare nomi alle cose e scusatemi se ancora non ho imparato bene ad amare, però voi siete l’origine di ogni tentativo.

domenica 6 settembre 2020

Ansia e panico sono parole abusate, al punto che in qualche modo di dire le intendiamo sinonimi di fico: cioè, da panico, zio. Per compensare cerco di usarle il meno possibile. Per anni non le ho nominate, anche se ci convivevo, ripromettendomi che un giorno avremmo fatto i conti, a parole e non numeri, come al solito, per spiegare a chi non sa com’è rimanere intrappolati sotto la propria pelle, senza trovare l’uscita, mai. Forse quel giorno è arrivato, forse è persino passato, forse il benessere psicofisico è soltanto una chimera di questo millennio, comunque se hai un disturbo di panico, quando poi non ce l’hai, te ne accorgi ed è come riemergere dalla spuma delle onde. I ricordi di ogni volta che hai pensato di morirne restano sassi sulla battigia e le onde possono ingrossarsi, di nuovo, sempre, lo sai, ma capita persino di riuscire a non pensarci e allora la vita diventa una corsa a perdifiato di quando eravamo bambini e ogni pezzo di mondo sembrava giusto così, come nei Lego. Ecco, ci auguro una stagione con più amore che ansia, una di quelle che ricorderemo con scetticismo quando le cose si rimettono male, ma ora ci spacchi le guance di sorrisi involontari. Nel frattempo, c’è da accontentarsi di essere una ragazza da panico.

venerdì 21 agosto 2020

Penso ai miei glutei. Cuscino fra me e il cuscino su un regionale disordinato, freddo e stanco di fine agosto. Non penso quasi mai alle mie chiappe così, nelle vesti di operaie alle fondamenta della seduta, che stasera è davvero scomoda.
Il buio fuori incornicia nel finestrino i ritratti dei passeggeri: siamo pochi e tutti abbiamo fra le mani una luce rettangolare simile a quella su cui compaiono queste lettere. C’è anche il controllore, con la camicia azzurrina e tricolore a maniche corte, spiegazzata. È stanco. Ha freddo. Forse anche lui si chiama RE2084.
Non ci chiede i biglietti, si siede. Posa lo zaino, le mani fra i capelli, sul naso, a stropicciarsi il segno lasciato dagli occhiali neri, squadrati, esattamente come i suoi capelli e gli occhi. Non sa di sembrare il personaggio di una festa in costume a tema dipendenti statali più che un vero capotreno e comunque ormai è troppo tardi. Disordinato, infreddolito e stanco si igienizza le mani, estrae una scatola di plastica e cena, tardi, male, come uno di noi.
Caro Clark Kent delle tratte fra Veneto e Lombardia, tu che anche dopo aver mangiato con le mani, ti disinfetti le mani e appena hai finito sfoderi una caramella alla menta, da far sparire dietro alla mascherina. A te che nel taschino hai la penna di un azzurro per nulla coordinato con la camicia, mentre la parte dalla cinta in giù è di un blu tutto uguale, che la rende la metà sotto di un omino delle scatole TrenitaLego. A te, che dopo esserti incantato a fissare il sedile come fosse stato il tabellone della stazione Buoni Propositi, afferri il telefono e ti incanti sullo schermo spento e che sei qui di fronte a me, a te auguro ci sia qualcuno ad aspettarti al capolinea. Magari un’altra supereroina in borghese, a fianco al cui cuscino tu possa posare l’orologio, tutte le notti, e coi polsi più leggeri finalmente riposare.
Siamo disordinati, infreddoliti e stanchi.
Ti auguro qualcuno che ti faccia dimenticare quel pezzo di vetro e plastica che ora tutti accarezziamo.