Visualizzazione post con etichetta metropolitana. Mostra tutti i post
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lunedì 5 febbraio 2018

Cara Debora, l’hai mandato affanculo, lo so. E lui? Niente. Non ha manco visualizzato, è entrato su Whatsapp e non ti ha nemmeno degnata delle spunte blu.
Ha risposto al gruppo Calcetto del mercoledì, ha scritto qualcosa in quello di Quelli che hanno avuto il prof Non Ho Fatto In Tempo A Leggere, poi è tornato nella schermata delle chat e ti ha lasciata lì, in compagnia del tuo uno fra parentesi.
Ma Debora, si erano aperte le porte, siamo arrivati a Missori, Debora, abbi pazienza, dovevamo scendere tutti da quel lato, doveva spostarsi, per forza ha dovuto rimettere il telefono in tasca. Ascolta, io non mi faccio mai i cazzi miei in metro, sennò mi sale il panico e penso ad Allah, ma ti assicuro che non ha fatto niente di male, aveva persino le tempie con le goccioline di sudore, perché ha corso da moviola per salire in metro e poi non ha mai alzato lo sguardo dallo schermo, stava fisso su un articolo ma si vedeva che pensava ad altro, come quando è comparsa la tendina del tuo Vaffanculo e lui l’ha guardata e poi non l’ha nemmeno toccata, ha aspettato che sparisse da sola, mentre io stavo per mettergli le mani sullo schermo: oh, ma che fai, non dici niente a Debora?
Però, fidati. Mentre tu sarai alla terza chiosa al ventiduesimo commento del libro di congetture su perché non ha nemmeno visualizzato, Debora, ovunque tu sia, voglio farti arrivare le parole che ripeteva sempre la mia prof di tedesco delle medie, che prima era un prof, poi è diventata una prof, quindi chi meglio di lei può saperne?
“Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere.”
Non sono la De Filippi, continuo a capirne più di astronomia che di uomini e donne, figurati. Ma Debora, abbi pazienza. Non darti fastidio. È quasi san Valentino Nappi, è qui che dobbiamo essere tutti più buoni, non a Natale.
Debora, magari è impanicato e pensa ad Allah.
Debora, fidati. Sarebbe più proficuo cercassi quante varianti di te esistono con l’acca.

sabato 14 novembre 2015

Un Po' e sia (feat. Giuseppe Ungaretti)

Ho cinque minuti
per parlare
poesia,
per dire
cosa sia. Cinque minuti.

In cinque minuti
mi bevo un caffè:
si zucchera, si soffia; si soffia più vicino, si beve.
Si lecca il cucchiaino, si lecca il bordo tazzina, poi le labbra
e si guarda fuori
si osserva la propria immaginazione, al di là dei vetri, a sposare l’aroma di caffè col profumo freddo dell’aria, sotto questo cielo d’autunno che promette primavere, ma di sera si arrende all’inverno. Come me, sotto l’acqua a sciacquare la tazzina, come mi arrendo io, a farmi piacere quello che devo, anziché fare quello che voglio.
In cinque minuti,
fumo una sigaretta
l’ultima
senza incollarla alle labbra,
come un primo, lungo bacio,
in cinque minuti
corri, senza pensare a niente, “Permesso!” “Scusi!” fai due gradini alla volta, ti secchi gli occhi per non perdere tempo a sbattere le palpebre, salti sulla banchina, ti mozzi il fiato
ed esiti. Perdi il coraggio
di lanciarti
di lasciarti
andare,
che la vita non aspetta
non rispetta
i “lasciare scendere prima di salire”
e se ne sbatte
delle tue frette
senza meta,
ti (r)allenta
appena scordi
che c’era prima di te
ci sarà dopo i tuoi impegni,
grande
immensa
e hai paura
esiti
e le porte si chiudono. Non ti resta che aspettare gli altri quattro minuti in banchina
in panchina
in compagnia dei social
asociali
che ti riempiono la home, in casa
ti perdono
imprigionato
aguzzino di te stesso
e dei tuoi pomeriggi
tascabili,
in balia di un esistere
che non sai più impiegare, su quella banchina, a cercare di pianificare l’inatteso, a scrivere liste di cose da fare per scrivere liste di cose da fare e poi, non sapere che fare.

In cinque minuti, posso respirare, grattarmi, parlare, starnutire
o starnutare
o sternutire
cercare sul sito Treccani la disamina su come si dice, infine soffiarmi il naso, leggere, pensare a me al mondo alla mia gatta al pensare, poi zittirmi; di colpo ascoltare il battito del mio cuore.
Cazzo, è veloce.
Cazzo, è troppo lento.
Oddio morirò,
non ho scritto tutte le poesie che avrei voluto, non ho restituito la chiavetta usb a Beppe, non sono ancora stata in India, non ho festeggiato per la laurea, sono troppo giovane, aiuto, fottuti cinque minuti interminabili !
Strazianti.
Strazianti.
Il tempo per massacrare di botte Aldrovandi – e vergognarsi della propria divisa. Cinque minuti per scagionare gli assassini di Cucchi – non per elaborare il lutto della morte di un figlio.
Cinque minuti per morire in un terremoto, magari dopo aver litigato con la propria mamma e non averle parlato per cinque ore, giorni, mesi. Anni.
Cinque minuti per affogare migrante, molto meno per mandare affanculo Salvini.
5 minuti per morire a 13 anni, boccheggiante e palestinese sui marciapiedi di Israele, come fossi un rifiuto, nessuno lo soccorre, qualcuno lo insulta, cinque minuti per caricarne il video online, fatto con un cellulare: trema immobile sdraiato a terra, un pesce rosso fuori dalla boccia, pregava forse, pensava alla sua famiglia, al dolore soffocante, al cielo riverso sopra di lui, che forse non pensa proprio a niente, nel tentativo di ingoiare gli ultimi respiri, ricoperto di sputi, noi stiamo a guardare;
che se esistesse dio
basterebbe
a odiarlo.

Vi batte ancora il cuore?

Cinque minuti per fare un respiro profondo,
distendersi
rilassarsi.
Cinque minuti per cadere dalle scale e bestemmiare sottovoce.
Cinque minuti per scoprire, la mattina, appena svegli, che, nonostante tutto, c’è un cielo blu ad aspettarti oltre le persiane.
Cinque minuti per capire che sono già sei.
Cinque minuti per mentire a chi ti chiede se hai una moneta e ripensarci.
Cinque minuti di connessione col mondo, per sentire tutto e sentirsi in tutto; felici.
Cinque minuti per arrivare in macchina al pub e cinque minuti per
lamentarsi che non c’è parcheggio.
Cinque minuti parlo di poesia
– ho detto –
ma cinque sono passati
e ancora non si sa che sia,
la poesia.

Perché cinque minuti non bastano
a parlare poesia.
Ché la poesia non è
nessuna
delle cose che ho dette.

La poesia
è quello che rimane,
Il gesto fra la parola e il silenzio
Pensiero nella pausa delle virgole
L’adrenalina di un microfono aperto
L’emozione di una viva voce

La poesia è un porto
sepolto
:

Di questa poesia
ci resti
quel nulla
d’inesauribile segreto
   

sabato 16 novembre 2013

Dialoghi disurbani _1

«Oggi quanti saranno?»
«Secondo me più di ieri.»
«Ieri ce ne sono stati cinque, no?»
«Sei!»
«Ah già, quei due l’hanno fatto insieme. Quando ero giovane io, queste cose si facevano da soli, mica cogli amichetti!» «Non me lo dica, non me lo dica. Mi ricordo ancora il mio primo fratello. Quando lo fece era stato l’unico in tutto l’anno, qui a Milano. La mamma era così orgogliosa che ci aveva portati tutti a vederlo. E prima di lui mi ricordo mia zia.»
«Anche lei era umana?»
«Si, sono passati molti umani nella nostra famiglia. L’ultima è stata mia moglie.» «Davvero?»
«Eh si… Quando ci siamo sposati non lo sapeva ancora, ma poi si è scoperta umana anche lei.»
«E dove l’ha fatto?»
«Lei era di Roma, è voluta tornare giù a farlo.»
«Ho capito. Noi invece non abbiamo avuto tanti umani. L’ultima è stata una cugina della mia bisnonna. E poi mia mamma, io ero appena nato.»
«Pochi casi.»
«Sì. Adesso è spuntata mia nipote.» «Oh, mi dispiace.»
«Già, a quanto pare riesce a piangere. La scorsa settimana a scuola hanno studiato l’apartheid e lei si è commossa.»
«Quanti anni ha?»
«Dunque, fa l’ultimo anno di liceo, quindi… Diciotto.»
«Almeno l’avete scoperto presto.» «Si, infatti.»
«Deve ancora farlo?»
«L’hanno fissata per la prossima settimana. Giovedì, mi pare. Se vuole venire a vederla, saremo alla fermata Maciachini.» «Quella sulla linea gialla?» «Si, quella. Ha deciso di farlo lì, non vuole dare troppo fastidio. È sempre stata timida.»
«Volentieri, non mancherò. La fascia oraria è questa pomeridiana?»
«Si, dalle 14 alle 16. Lei è la seconda.»
«Perfetto. Senta, le va se ci spostiamo più avanti? Qui in fondo alla banchina non si vede niente.»
«Ha ragione, non si sente nemmeno l’impatto del corpo contro il treno.»
«Allora è meglio se ci sbrighiamo: la metro arriva tra due minuti e quello là è certamente qui per buttarsi.»
«Dice? Ho dimenticato a casa gli occhiali.»
«Scommetto che è umano.» «Perché?»
«Guardi: ha i pantaloni bagnati.»

giovedì 28 febbraio 2013

Metropolitana

Si spinge
si strattona
si respinge
una schiera di sguardi orfani.

Inciviltà sotterranea.


TRASPORTI POETICI: mezzi poetici e mezzi pubblici

giovedì 8 novembre 2012

Linea gialla

In fondo al vagone, incastrata fra le pertiche, si aggrappa un’anziana in sedia a rotelle.
Crocetta, fermata Crocetta.
Le porte della metro sbattono e tranciano gli arabeschi fumosi, disegnati dalla bombola agganciata allo schienale della sua carrozzella. Un odore farmaceutico torna a spandersi tra i passeggeri.
Lì vicino, un ragazzo si schiaccia nell’angolo contro la cabina vuota del conducente e con la bocca socchiusa si sventola una mano davanti al naso raggrinzito. Dà un’occhiata alle feritoie della bombola, da cui sale il vapore biancastro, ai tubicini umidi che vi fuoriescono, alla bandana intorno alla testa glabra seduta tra le ruote; poi torna a fissare il suo IPad e gli sussurra: “Che schifo.”
Perpendicolare al tablet una quarantenne, appoggiata sul bordo del sedile, continua a chiedere a chi le sta attorno: “Vuole sedersi? Lei vuole sedersi? Vuole?” Insiste con la borsetta sulle ginocchia in procinto di alzarsi.
Quando le si avvicinano un viso dai tratti asiatici e un paio di codini, aggrotta d’improvviso la fronte, appoggia la schiena al sedile e accavalla le gambe. Rimane in silenzio.
Scioglie la profonda ruga in mezzo alle sopracciglia e riprende: “Vuole il mio posto?”, solo una volta che la cinesina si è spostata: ha avvistato un posto libero più avanti quindi, zitta zitta, si fa largo, urta spinge sgomita e calpesta. Si siede di fianco a due coetanei.
“Cinque euro che venerdì me la faccio.”
“Ma va’, non puoi. Farebbe vomitare anche mio cugino.”
“Oh, allora? Ci stai o no?”
Prossima fermata Missori.
“Bella. Zio, hai appena buttato cinque euri.” Con una mano dà un cinque al compare e con l’altra si tasta il cavallo dei jeans.
Dai sedili di fronte, intanto che si mangia le unghie con le gambe divaricate, un sorriso giusto accennato contempla la scena e non si accorge delle guance vermiglie, che portano la gonna seduta al suo fianco. Infatti, in piedi, appeso al corrimano tubolare, un uomo le continua a fissare, mentre si passa la lingua sulle labbra inarcate, come a pronunciare una lunga O.
Next stop Missori, doors open on the right.
La gonna si dirige verso la porta successiva a quella dietro alla bocca che la segue con lo sguardo. Quando estrae la mano destra dalla tasca per reggersi, le scivola a terra un fazzoletto accartocciato. Lo osserva di sfuggita, si guarda intorno, tranne che nella direzione di chi sa essere incollato alla sua faccia sempre più rossa, poi torna a fissare il suo riflesso nel vetro della porta.
Il rifiuto catalizza l’attenzione di un paio di occhiali in giacca e cravatta. L’uomo che li indossa nell’ultima schiera di sedili scuote la testa; in seguito riprende a gridare al suo auricolare: “Mi senti? Io ti sento, tu mi senti? Adesso?”
Missori, fermata Missori.
Ora che ha percorso il treno fino alla prima porta dell’ultimo vagone, un bicchiere tintinnante smette di zoppicare e allunga il passo, per riuscire a scendere dietro alla proprietaria del fazzoletto.
Nella fretta sfiora un soprabito cremisi a sinistra delle porte, il quale con un gesto fulmineo tira indietro i piedi fino a sbatterli contro il gruppo di sedili su cui si è accomodato. La botta echeggiante lo distrae dalla lettura della rivista su cui era chinato: si volta a lanciare un’occhiata al mendicante, poi si rigira a testa alta, sistema frangia e trucco sciupati dalla violenta e improvvisa torsione.
Prima di abbassare di nuovo lo sguardo sulle pagine del periodico, lo perde nella gigantografia di un film, che gli provoca una risatina acuta e ritrae un orsacchiotto, di spalle, con in mano una bottiglia di birra, intento a pisciare in un orinatoio.
EEEE
Sollecitato dal suono di chiusura delle porte, il trench ritorna a curvarsi sulla rivista.
Le porte sbattono.
“Mi senti?
Ehi, ciao! Tesoro, scusa, c’è un mio ex collega. Ci sentiamo quando arrivo.
Pronto? Pronto?
Allora come te la passi?”
“Tutto a posto, grazie.
Ma ‘sta puzza?”
“Dev’essere la sedia a rotelle là in fondo.”
Dietro all’auricolare ancora nelle orecchie degli occhiali in giacca e cravatta, il vetro unto del finestrino è ricoperto di disegni fallici e graffiti.
In alto, appena sopra la prescrizione di non appoggiare le mani, si staglia una manciata di lettere sottolineate da una linea gialla: “mai stato così estraneo a me stesso e così presente nella realtà.”