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lunedì 18 febbraio 2013

Epidemica

Pensi davvero di riuscire a nasconderti?
Lo so, credi che nessuno ti stia guardando, speri che l’occhio del mondo si sia chiuso un istante, proprio ora, su di te.
Ma io ti vedo, ti vedo e osservo il tuo indice scavare fino alle mucose più recondite del naso.
D’accordo per il freddo, le polveri sottili, l’influenza dilagante e i fazzoletti che non sai dove mettere quando esci di casa, però niente può giustificare l’intera falangina conficcata nel naso. Poi, ti prego, evita almeno di accompagnare al gesto quell’espressione tra il tonto e il compiaciuto con la fronte raggrinzita e il labbro superiore disteso.
Sul serio pensavi che nessuno ti avrebbe notato lì, sul marciapiede, alla ricerca degli organi interni passando per le cavità nasali?
Sai, forse un po’ ti capisco; le persone sembrano sempre più miopi anche a me, e non mi riferisco solo alle numerose nuove leve degli occhialuti, ma soprattutto ai ciechi con tutte le diottrie, quelli che guardano senza vedere.
Prendi per esempio la famiglia che abita qui di fronte. Dà il meglio di sé ogni sera, quando tutti e quattro i componenti sono seduti intorno al tavolo della sala e ingoiano la cena rapiti dal televisore: così, senza nemmeno dare una sbirciata a cosa contenga il piatto che si ritrovano davanti, imbambolati di fronte ai programmi dopo il Tg5, come se ognuno covasse una relazione di sangue con quella scatola parlante sopra il mobile piuttosto che coi commensali. Figurati che non portano a tavola nemmeno acqua, vino, saliera, pepiera, niente oltre al piatto di ciascuno, tanto nessuno si disturberebbe a chiedere o a rispondere.
Giusto durante la pubblicità scappa qualche monosillabo e domanda banale.
“Tutto bene oggi a scuola?” “A-ah.”
“Hai spostato l’appuntamento a mercoledì?” “Uhm-uhm.”
“Posso andare a dormire dalla Fede?” “A-ah.”
Ti lascio immaginare lo smarrimento quando, qualche mese fa, c’è stato un blackout, quindici minuti di silenzioso imbarazzo. Il felpato frastuono della ribellione dei loro corpi ancora pensanti, nonostante tutto; la muta carcassa d’idee mai concepite, minacciosa alla luce delle candele troppo taciturne. Il quieto affanno della loro incomunicabilità, finché non è tornata la corrente e allora hanno potuto ricominciare a ridere, da soli, insieme alla tv.
Insomma, ti capisco se hai pensato che nessuno spettatore della perlustrazione nasale si sarebbe accorto di te, lì, davanti al negozio.
E adesso che fai?
Davvero glielo fai appendere?
Permetti a quel ragazzo di attaccare la faccia di Maroni e la sua “Lombardia in testa” alla porta del tuo esercizio commerciale? Ma allora sei miope anche tu. Pure tu sei affetto da cataratta morale, l’incontrollabile epidemia italiana del ventunesimo secolo.
Sai, sulle malattie c’è poco da scherzare, come diceva mio nonno, c’è poco da ridere: infatti, a vedere quel manifesto sputato sulla vetrina e a pensare che domenica ci saranno le elezioni, mi viene tutto tranne che un sorriso.
Troppo spesso ho deglutito il rigurgito che facce come quella sulla tua locandina mi hanno provocato, ogni volta che decidevano che i capisaldi della società civile dovessero valere meno di una villa al mare; ogni volta che dimostrano che il disonesto batte l’onesto, l’ingiusto il giusto, l’incoerenza la correttezza e perciò infangano non solo le pagine dei quotidiani ma anche quelle della storia umana.
Ogni volta che hanno fatto promesse e non proposte, hanno pronunciato smentite, mai conferme, hanno detto barzellette al posto di condoglianze. Quando hanno iniziato a credere che al denaro servissero gli uomini, non il contrario, e hanno venduto, a caro prezzo, l’inestimabile.
Ogni qualvolta hanno incontrato altri miopi della propria e loro miopia, come te, e io mi sono proprio rotta.
In verità, tutti ci siamo rotti e in momenti come questo pare inutile cercare di riattaccare i pezzi: le membra di cui siamo stati smembrati, lontanissime fra loro, non possono più combaciare. Non mi resta che chiudere le persiane, mentre finiamo di prendere a picconate rabbiose quanto mi era rimasto in cui credere.
Tu torna pure a casa, sciogliti sul divano di fianco alla taciturna speranza che le giornate smettano di scivolarti addosso, non prima che siano finiti i programmi dopo il Tg5.
Io aspetterò che nel silenzio soffocante dell’oscurità alle quattro di mattina si sopisca quel tormento che troppo spesso mi accudisco dentro –oggi questo mondo non fa per lui. Fino alla prossima volta e in compagnia dell’illusione che le parole di Petrarca possano, un giorno, resuscitare.

Virtù contro al furore
Prenderà l’armi, e fia il combatter corto;
Chè l’antico valore
Negli Italici cuor non è ancor morto.

sabato 11 settembre 2010

GLI ATTIMI FUGGENTI, capitolo I: avere un buon materasso ha i suoi vantaggi

Ci sono dei momenti nelle giornate di ognuno particolarmente ispiratori e piacevoli, durante i quali proviamo l'inspiegabile sensazione che le nostre idee siano ben impresse nella mente, pronte a condurci attraverso l'apparentemente immortale esistenza che ci attende, la quale a sua volta sembra come inconsciamente chiara e interpretabile. Insomma, non sappiamo ancora descrivere cosa sentiamo, ma sappiamo di provarlo e abbiamo la netta sensazione che sia proprio la cosa giusta: non male, no?..
D'accordo, forse è piuttosto presuntuoso usare la prima persona plurale nel descriverli, dal momento che non posso decisamente sapere se questa condizione sia percepita da altri individui oltre alla sottoscritta, ma sarebbe altrettanto superbo affermare, che solamente io ho la capacità di godere di questi istanti che, come ho accennato prima, per una volta non sono (o almeno non mi paiono) angoscianti, deprimenti o malinconici; perciò, ritengo sia meglio usare il plurale.
E poi, parliamoci chiaro, il tono confidenziale del "noi" costruisce un'atmosfera, rendendo tutto più coinvolgente e sicuro, che l'egocentrico pronome singolare nemmeno si immagina.
Comunque, ho deciso di lasciare in qualche modo un ricordo di questi attimi fuggenti, affinché, rileggendolo nei periodi più duri, possa riassaporarne il gusto pieno di gioia di vivere, intriso di quella vaga soddisfazione del mentre in cui si pensa a quante esperienze la vita ci permette di affrontare, e affogato nel piacere dello scovare, dentro alle cose più semplici che quotidianamente ci circondano, quei particolari istanti di orgoglio esistenziale.
Il primo esempio di quei momenti piacevoli precedentemente descritti, è quello di quando, tornati a casa stanchi e spossati da una giornata senza un attimo di tregua, ci si corica sul proprio letto, riuscendo finalmente a ottenere un attimo indimenticabile senza muovere letteralmente un muscolo: abbandoniamo tutti quei pensieri che ci hanno affollato la mente durante il giorno, e ci imponiamo di concentrare le nostre attenzioni su quelle cose, a cui prima non abbiamo neppure potuto pensare di pensare.
Rimanendo così inermi sul letto, assaporiamo quella silenziosa melodia, che ci circonda e accompagna nelle braccia di Morfeo, dopo aver lanciato un ultimo sguardo a quello che abbiamo combinato, ed essercene più o meno compiaciuti, soli con il nostro caro materasso.
Alla fine, mentre decidiamo giustamente di distrarci, riflettiamo su cose diverse nel senso etimologico del termine, come di quante piastrelle sia composto il nostro pavimento, o quale sia il motivo per cui i fiori profumano. Respiriamo profondamente. Senza accorgercene, rilasciamo anche gli ultimi piccoli muscoli facciali ancora in tensione, addormentandoci...
Ecco, questo è proprio uno di quei fuggenti attimi, che mi fanno rivalutare il valore della mia esistenza.

martedì 15 giugno 2010

Vorrei essere un Puffo!

Ho appena finito di vedere un film con Sandra Bullock e Keanu Reeves, di cui non conosco nemmeno il titolo; è una delle tante storie decisamente patetiche (che però io non disdegno mai di seguire), in cui fino all'ultima scena la situazione sembra irrisolvibile, ma proprio alla fine qualcosa va per il verso giusto, e quindi vivono tutti felici e contenti...
Comunque, la mia riflessione non riguarda questo film, ma il divario tra realtà e finzione.
Ho sempre pensato che quest'ultima fosse assolutamente affascinante, ma la realtà ha sempre ricoperto un ruolo più importante: sono molto interessata dalle storie fuori dal comune, di cui trabocca la letteratura di tutti i tempi però, ogni volta c'è un particolare istinto non ben identificato, che mi porta a dedicarmi soprattutto alla realtà.
Ora, non voglio dire che sia uno sbaglio anzi, il contrario probabilmente causerebbe molti più problemi, tra cui la certa delusione quando scoprissi di non vivere nel Fantastico mondo di Amelie o tra i Puffi, però devo ammettere, dal momento che continuo a cercare di evadere dalla realtà tramite libri, immaginazione, telefilm, e a desiderare di impossessarmi, anche se solo per poche ore, della vita di qualche personaggio fittizio, che la realtà potrebbe essere tranquillamente sorpassata dalla fantasia.
Ciò non significa che adesso mi dilungherò in una di quelle ciniche descrizioni, che mostrano quanto la vita di una "povera" ragazza adolescente, i cui problemi sono solamente di tipo filosofico o scolastico, possa essere dura e crudele, ma semplicemente volevo affermare che un viaggetto nel mondo di Alice nel paese delle meraviglie non mi dispiacerebbe affatto. Infatti, ogni cosa nelle storie inventate va sempre a finire nel migliore dei modi, o in quello che tutto sommato sembra il più bello e augurabile; anche Romeo e Giulietta, sebbene si concluda con la morte di entrambi i giovani, presenta una fine, che appare come la migliore, poichè Montecchi e Capuleti, riconoscendo i loro errori, si riappacificano, e l'amore tra i due protagonisti, proprio perchè non consumato, diventa l'ideale stesso di Amore, compagno di quelle mirabili storie, nelle quali il principe azzurro è pronto a correre i peggiori pericoli per baciare la dama amata, ed è invece lontano dal più reale futuro che avrebbe riscontrato, se la storia non fosse stata fittizia, cioè non così tragicamente eccezionale, dove Giulietta, perdendo la sua fresca bellezza a causa del passare del tempo e di una probabile maternità, sarebbe forse stata tradita da un Romeo stanco dei mille difetti della moglie e pronto a cercare una compagna più giovane e prestante.
Difatti, non tutte le vicende letterarie o cinematografiche vanno a finire bene, ma trovano sempre la conclusione più affascinante, desiderabile, attesa, insomma la migliore.
Perciò, la finzione è meglio della realtà.
Però, c'è da tenere presente che se non ci fosse la realtà, l'altra non esisterebbe, poichè quest'ultima è frutto delle menti di uomini che, realmente vissuti, hanno potuto partorire le storie che costellano il mondo immaginario.
In un certo senso, si potrebbe affermare che la finzione faccia parte della realtà stessa: oltre a nascere appunto dal reale, la fantasia è parte integrante della nostra esistenza, e si manifesta, oltre che nei prodotti di autori e registi, anche nei pensieri che frullano ogni istante nella testa di ciascuno di noi. Quindi, ogni volta che ci ritroviamo a fantasticare, pensare, guardare un film, o ci immergiamo in un libro non facciamo altro che saltare momentaneamente nel cosiddetto mondo immaginario, che in verità è solamente una parte del mondo reale, che ci è toccato.
Insomma, possiamo affermare di possedere una vita che potrebbe essere paragonata alla stessa esistenza di personaggi fantastici, e che la realtà è anche finzione, mentre la finzione è solo una porzione della realtà, a cui gli uomini possono dedicarsi a loro piacere.
Diamine, allora la vita è proprio bella. Peccato ci sia qualcosa, che si chiami Fortuna, sfiga, abilità, bravura, intelligenza, astuzia, coincidenza, Fato, Dio, giustizia o ingiustizia, che non permette a tutti di girare il proprio film, come meglio credono.

lunedì 3 maggio 2010

... "Voglio una vita esagerata! Voglio una vita come Steve McQueen!"...

Come può non piacere la notte?
I lampioni, come gentili uscieri all'entrata di uno splendente hotel, illuminano il cammino ai passanti, per condurli sani e salvi nelle proprie abitazioni; le stelle, perennemente presenti, ma quotidianamente nascoste dalla superba luce solare, possono finalmente risplendere, facendo risaltare le venature delle soffici nuvole, che si ostinano a non ammettere che ormai è Maggio e la stagione invernale deve lasciare il posto alla fiorente e sempre più afosa primavera, che proprio non mi piace.
Mi ritrovo incantata da questo paesaggio fatto di interessante oscurità ispiratrice, e allora penso al mondo, due sillabe per contenere un pianeta popolato da un numero di abitanti con troppi zeri, per un' inetta alle materie scientifiche come me. Nuovi continenti da visitare, sorrisi da incrociare, città da odorare e cieli da ammirare: la vita è tutta a nostra disposizione, e ci chiede solo di non essere inutilizzata.
Ebbene si, una cosa di cui posso essere certa, sempre considerando quell'intrinseco margine d'incertezza, da cui sono perseguitata, è che non voglio essere apatica. Non voglio che le cose mi colpiscano senza provocare una mia reazione, cazzo!
Desidero commuovermi davanti a un video su YouTube, arrabbiarmi se qualcuno non rispetta la fila dal panettiere, rimanere in silenzio, immobile per alcuni minuti, per poter assaporare il tempo nella forma più pura, che si possa riscoprire in una società cronicamente frenetica, quale è la nostra; voglio sentire il cuore in gola dopo una corsa per non perdere la metropolitana, gustarmi il profumo delle stoppie ricoperte di brina in campagna e affondare i piedi nella sabbia, pensando a quanti milioni di miliardi di granelli formino la spiaggia che calpesto.
Credo infatti di voler strizzare completamente la mia esistenza, degustandola fino all'ultima goccia.
Poi, l'apatia mi sembra proprio irraggiungibile poichè, anche quando cado nei periodi di minor vitalità della mia persona, sciolta sul divano di casa in un estivo pomeriggio troppo soffocante, mi ritrovo sempre a gioirne o a soffrirne. Eppure, qualora riproducessi l'attività cerebrale di un Caernorhabditis Elegans particolarmente tonto, seppur relativamente alle limitatissime capacità precedentemente citate, rifletterei, e allora il pensiero mi distoglierebbe dallo stato di presunta atarassia.
Insomma, è logicamente inaccettabile che un essere umano, perciò pensante, possa essere apatico, perchè è impossibile che non provi alcun "pathos" in quanto, anche se così fosse, essendo l'apatia una sensazione, qualcosa proverebbe, e quindi non sarebbe insofferente, come invece il termine di etimologica derivazione greca "atarassia" descrive.
Di conseguenza, essendo esseri pensanti, non possiamo far altro che "cogliere l'attimo", illudendoci di aver sprecato qualche istante della nostra vita, solo perchè non abbiamo prodotto nulla di materialmente tangibile.
E io che non avevo capito che Orazio, quando nelle sue Odi tramandò il celeberrimo "carpe diem", stava solamente descrivendo l'ineluttabile condizione dell'uomo, e credevo che inneggiasse a Vita spericolata di Vasco Rossi...