Stringe la lama tra le mani, seduto al tavolo della cucina.
Poi stende i palmi e guarda il segno rosa lasciato dall’acciaio lungo la linea
della vita.
Intorno, quattro uomini in divisa con le braccia conserte gli osservano la
testa. Aspettano che si decida a usare il coltello, invece lui continua a
fissarlo, lucente sulle sue dita, freddo contro la pelle.
“Per favore, io non…”
“Se non riesce ci pensiamo noi, non si preoccupi. Siamo qui per questo.”
“Ma io non…”
“Ne abbiamo già parlato. Ora faccia in fretta, così non ci pensiamo più.”
Deglutisce, impugna il manico e spalanca l’altra mano. Punta la lama al centro
del palmo, di fianco alla cicatrice del suo diciottesimo compleanno, quando si
ferì col cancello appuntito della Guastalla, mentre lo scavalcava. Quando
ancora si andava in giro dopo il tramonto.
Spinge, spinge, spinge; stringe la plastica nell’altro palmo, sente la puntura.
Gli sembra di essere tornato al parco della prima notte da diciottenne e poi
apre gli occhi.
Si vede riflesso nella lama.
Costringe il pianto nella gola e lo soffoca con: “No, io non voglio.” Lascia
cadere il coltello sul tavolo e sbatte la schiena contro la sedia.
Seguono sei istanti d’immobilità e silenzio: tra gli uomini intorno al tavolo
due si scambiano occhiate, quello davanti alla finestra si volta a guardare il
vetro, uno disincrocia le braccia e l’altro, quello di fronte al coltello e che
ha parlato prima, fa un passo avanti.
“Adesso basta! Tenetelo fermo.”
L’uomo seduto proferisce un po’ di no, ma li lascia fare.
I due alle sue spalle gli distendono un braccio sopra al tavolo e gli
immobilizzano l’indice.
Mentre il polpastrello isolato si raffredda, gelato dal sudore che prima si era
scambiato con la lama, la divisa di fronte afferra il coltello, schiaccia
l’indice e con minuzia affonda la punta d’acciaio tra le terminazioni nervose
in cima al dito.
Appoggia il piccolo Miracle Blade lì di fianco.
Intanto una goccia color porpora emerge sopra al taglietto, si fa strada fino a
incontrare il solco sotto all’unghia.
La lacrima di sangue precipita fino a spandersi in mezzo alle particelle di
cellulosa di un foglio, che subito beve la macchia rossa in fondo, sotto le
parole nere, steso sopra al tavolo dalle divise che non avevano ancora preso
parte all’azione.
Io sottoscritto
dichiaro di voler guardare la televisione almeno tre volte al giorno –mattina,
pomeriggio, sera– sostandovi davanti non meno di un’ora per volta.
Nel pieno delle mie facoltà mentali mi impegno a sospendere il giudizio da
quando è acceso l’apparecchio televisivo fino a quando non lo spengo e ad
allietarmi se bisogna ridere, affliggermi se c’è da piangere.
Inoltre, accetto di preferire, sempre e comunque, il piccolo schermo piuttosto
che qualsiasi cosa al di fuori di esso.
Sono a conoscenza che la mancata osservanza della presente dichiarazione
costituisce violazione dei doveri dello Spettatore. Sono consapevole che, a
seguito di trasgressioni da parte mia, l’eventuale e inderogabile confisca del
televisore comporterà la mia follia.
In fede
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venerdì 5 aprile 2013
martedì 26 marzo 2013
Giuri di dire la falsità tutt'altro che la verità, dica: lo giuro.
Nell'aula di tribunale il sole mi faceva male. Mi pesava sulla pelle.
A un metro dal soffitto colpiva controluce la polvere che brancola nei vuoti della stanza. Insieme costruivano uno spesso soppalco di nulla che minacciava dall’alto, grigiastro e scomposto, denso come uno sciame di moscerini annoiati.
A un metro dal soffitto colpiva controluce la polvere che brancola nei vuoti della stanza. Insieme costruivano uno spesso soppalco di nulla che minacciava dall’alto, grigiastro e scomposto, denso come uno sciame di moscerini annoiati.
Anche da là sopra riusciva a soffocarmi: sembrava voler crollare e schiacciarci
col suo peso inconsistente. Ansioso mi vedevo lottare, ricoperto da quella
fanghiglia di aria e pulviscoli, mentre trattengo il fiato e mi divincolo in
mezzo al magma fatto di nulla.
Forse i colpevoli che passano lì sotto possono trovarlo persino consolatorio, ho pensato. Una specie di pacca sulla spalla di un senza speranze.
Mi tornò in mente ciò che mio nonno cantilenava fra sé, a voce alta: pulvis es et in pulverem revertis. Sei polvere e polvere ritornerai. In origine doveva ammonire i superbi, a quanto ricordo, ma tutto dipende da quali orecchie sono in ascolto.
Qui dentro, se sei l’imputato sotto processo può sembrarti un velo che nasconda quanto di bello ti stanno per togliere, ti stai per togliere.
Hai sbagliato, d’accordo, però non ti perdi poi tanto, se finisci dentro per il resto della vita; una cosa così, insomma.
Peccato che io ero nel posto sbagliato, come al solito, e quella nebbia solida continuava a fissarmi.
Mandò in esplorazione qualche particella sopra al mio avvocato, già abbastanza polveroso grazie alla patina di forfora che gli inamidava il colletto della camicia marrone. Marrone come scarpe, valigetta, completo e capelli.
Anche calze e cravatta. Una perfetta mimetizzazione col mobilio color castoro.
Credo lo aiutasse a sentirsi a suo agio nell’atmosfera giudiziaria.
Infatti, devo ammettere che dava i suoi frutti: io mi uccidevo in silenzio a colpi di spasmi paranoici, lui visionava carte come se fosse a letto, di domenica mattina, con colazione e quotidiani. Aveva la stessa compostezza di quando ci incontrammo la prima volta.
Le mani una dentro l’altra, sopra il sottomano di pelle sulla scrivania conficcata nella moquette; mi spiegò che il mio tentato omicidio, fallito, era stato preso per una rapina a mano armata.
“A me la verità la può dire, davvero, anche perché, siamo franchi, oggigiorno a chi interessa più uccidere qualcuno?” Disse dopo avermi mostrato tutti i passaggi legislativi che avevano reso effettivo il recente declassamento dell’omicidio all’interno del codice penale.
“I soldi invece fanno gola a tutti, lo so bene io.” E sparse un contenuto ammiccamento in direzione dei suppellettili che componevano il suo studio marrone.
“La rapina è l’omicidio di oggi. Ma non li legge i giornali?”
Poi riposò le mani stratificate sopra il tavolo.
Mi fissò qualche secondo, finché un ghigno non gli scosse la testa: destra, sinistra, desta, sinistra, destra, un respiro profondo. “È in trappola. Rischia grosso se non confessa” con la solita voce priva di intonazione, che rende difficile distinguere le affermazioni dalle domande, simile a quella di Mike Bongiorno quando non intimava “Allegria!”
“Confermo la versione dei fatti che le ho raccontato, non posso fare altro” gli risposi.
“Senta, lei è giovane, va incontro alla pena più grave. Se ne rende conto?
Quello che mi ha raccontato è a dir poco ridicolo. Non ci credo nemmeno io, come può pensare che se lo beva il giudice? Per non parlare dell’accusa… Un politico, proprio un politico doveva rapinare?”
“Le ripeto che non è mai stata mia intenzione rapinarlo. Avevo un’arma in mano perché volevo ucciderlo, non derubarlo.”
“E ci risiamo con la tiritera dell’omicidio. Ragazzo, rischia il peggio, c’è poco da scherzare, e se continua a mentire persino al suo avvocato non va affatto bene.”
Allora sollevò la pila di mani dalla scrivania e se le posò sulle gambe, la stessa posizione assunta sotto al soppalco di luce e polvere nell’aula di tribunale, quando mi sussurrò: “In piedi, c’è la sentenza. La smetta di alzare gli occhi al cielo. Non aiuta.”
Il cielo era il soffitto pieno di nubi minacciose, impasti di sole e sporcizia. Io ero davvero spaventato dalla loro soffocante consistenza e non riuscivo ad abbassare lo sguardo.
Volevo vederle se mi fossero cascate addosso.
“Ragazzo, si tolga quel sorrisetto, non è il caso.”
Avvocato, il mio ridere è ridere di disgusto.
Digrigno i denti perché la polvere mi spaventa e il sole non mi dà fastidio, mi fa proprio male.
Contraggo le guance perché sei mono-tono.
Raggrinzo gli occhi perché avrei dovuto ucciderlo quel bastardo. Altro che rapina, avrei dovuto freddarlo a occhi chiusi.
Il Tribunale di Milano, Sezione Nona Penale… Avrei dovuto farlo senza ripensarci e invece sempre dubbi. Dubbi, dubbi, dubbi dei dubbi e dubbi dei dubbi dei dubbi.
Tutta colpa della mia pensosità cronica.
Considerato il reato di rapina a mano armata… È che mi serve tempo per capire il caos che mi disordina gli organi.
Ogni volta devo attraversare le mie fauci ed evitare le voragini che mi scavano. Devo prima orientarmi nei miei vuoti.
Mi serve del tempo per fronteggiare le mie rivolte intestine.
Condanna l’imputato… Io tendo all’entropia, l’entropia è il mio destino.
Confusion will be my epitaph. Confusion will be my epitaph.
Alla pena di… Io volevo ucciderlo, lo giuro.
Immortalità.
Forse i colpevoli che passano lì sotto possono trovarlo persino consolatorio, ho pensato. Una specie di pacca sulla spalla di un senza speranze.
Mi tornò in mente ciò che mio nonno cantilenava fra sé, a voce alta: pulvis es et in pulverem revertis. Sei polvere e polvere ritornerai. In origine doveva ammonire i superbi, a quanto ricordo, ma tutto dipende da quali orecchie sono in ascolto.
Qui dentro, se sei l’imputato sotto processo può sembrarti un velo che nasconda quanto di bello ti stanno per togliere, ti stai per togliere.
Hai sbagliato, d’accordo, però non ti perdi poi tanto, se finisci dentro per il resto della vita; una cosa così, insomma.
Peccato che io ero nel posto sbagliato, come al solito, e quella nebbia solida continuava a fissarmi.
Mandò in esplorazione qualche particella sopra al mio avvocato, già abbastanza polveroso grazie alla patina di forfora che gli inamidava il colletto della camicia marrone. Marrone come scarpe, valigetta, completo e capelli.
Anche calze e cravatta. Una perfetta mimetizzazione col mobilio color castoro.
Credo lo aiutasse a sentirsi a suo agio nell’atmosfera giudiziaria.
Infatti, devo ammettere che dava i suoi frutti: io mi uccidevo in silenzio a colpi di spasmi paranoici, lui visionava carte come se fosse a letto, di domenica mattina, con colazione e quotidiani. Aveva la stessa compostezza di quando ci incontrammo la prima volta.
Le mani una dentro l’altra, sopra il sottomano di pelle sulla scrivania conficcata nella moquette; mi spiegò che il mio tentato omicidio, fallito, era stato preso per una rapina a mano armata.
“A me la verità la può dire, davvero, anche perché, siamo franchi, oggigiorno a chi interessa più uccidere qualcuno?” Disse dopo avermi mostrato tutti i passaggi legislativi che avevano reso effettivo il recente declassamento dell’omicidio all’interno del codice penale.
“I soldi invece fanno gola a tutti, lo so bene io.” E sparse un contenuto ammiccamento in direzione dei suppellettili che componevano il suo studio marrone.
“La rapina è l’omicidio di oggi. Ma non li legge i giornali?”
Poi riposò le mani stratificate sopra il tavolo.
Mi fissò qualche secondo, finché un ghigno non gli scosse la testa: destra, sinistra, desta, sinistra, destra, un respiro profondo. “È in trappola. Rischia grosso se non confessa” con la solita voce priva di intonazione, che rende difficile distinguere le affermazioni dalle domande, simile a quella di Mike Bongiorno quando non intimava “Allegria!”
“Confermo la versione dei fatti che le ho raccontato, non posso fare altro” gli risposi.
“Senta, lei è giovane, va incontro alla pena più grave. Se ne rende conto?
Quello che mi ha raccontato è a dir poco ridicolo. Non ci credo nemmeno io, come può pensare che se lo beva il giudice? Per non parlare dell’accusa… Un politico, proprio un politico doveva rapinare?”
“Le ripeto che non è mai stata mia intenzione rapinarlo. Avevo un’arma in mano perché volevo ucciderlo, non derubarlo.”
“E ci risiamo con la tiritera dell’omicidio. Ragazzo, rischia il peggio, c’è poco da scherzare, e se continua a mentire persino al suo avvocato non va affatto bene.”
Allora sollevò la pila di mani dalla scrivania e se le posò sulle gambe, la stessa posizione assunta sotto al soppalco di luce e polvere nell’aula di tribunale, quando mi sussurrò: “In piedi, c’è la sentenza. La smetta di alzare gli occhi al cielo. Non aiuta.”
Il cielo era il soffitto pieno di nubi minacciose, impasti di sole e sporcizia. Io ero davvero spaventato dalla loro soffocante consistenza e non riuscivo ad abbassare lo sguardo.
Volevo vederle se mi fossero cascate addosso.
“Ragazzo, si tolga quel sorrisetto, non è il caso.”
Avvocato, il mio ridere è ridere di disgusto.
Digrigno i denti perché la polvere mi spaventa e il sole non mi dà fastidio, mi fa proprio male.
Contraggo le guance perché sei mono-tono.
Raggrinzo gli occhi perché avrei dovuto ucciderlo quel bastardo. Altro che rapina, avrei dovuto freddarlo a occhi chiusi.
Il Tribunale di Milano, Sezione Nona Penale… Avrei dovuto farlo senza ripensarci e invece sempre dubbi. Dubbi, dubbi, dubbi dei dubbi e dubbi dei dubbi dei dubbi.
Tutta colpa della mia pensosità cronica.
Considerato il reato di rapina a mano armata… È che mi serve tempo per capire il caos che mi disordina gli organi.
Ogni volta devo attraversare le mie fauci ed evitare le voragini che mi scavano. Devo prima orientarmi nei miei vuoti.
Mi serve del tempo per fronteggiare le mie rivolte intestine.
Condanna l’imputato… Io tendo all’entropia, l’entropia è il mio destino.
Confusion will be my epitaph. Confusion will be my epitaph.
Alla pena di… Io volevo ucciderlo, lo giuro.
Immortalità.
lunedì 18 febbraio 2013
Epidemica
Pensi davvero di riuscire a nasconderti?
Lo so, credi che nessuno ti stia guardando, speri che l’occhio del mondo si sia chiuso un istante, proprio ora, su di te.
Ma io ti vedo, ti vedo e osservo il tuo indice scavare fino alle mucose più recondite del naso.
D’accordo per il freddo, le polveri sottili, l’influenza dilagante e i fazzoletti che non sai dove mettere quando esci di casa, però niente può giustificare l’intera falangina conficcata nel naso. Poi, ti prego, evita almeno di accompagnare al gesto quell’espressione tra il tonto e il compiaciuto con la fronte raggrinzita e il labbro superiore disteso.
Sul serio pensavi che nessuno ti avrebbe notato lì, sul marciapiede, alla ricerca degli organi interni passando per le cavità nasali?
Sai, forse un po’ ti capisco; le persone sembrano sempre più miopi anche a me, e non mi riferisco solo alle numerose nuove leve degli occhialuti, ma soprattutto ai ciechi con tutte le diottrie, quelli che guardano senza vedere.
Prendi per esempio la famiglia che abita qui di fronte. Dà il meglio di sé ogni sera, quando tutti e quattro i componenti sono seduti intorno al tavolo della sala e ingoiano la cena rapiti dal televisore: così, senza nemmeno dare una sbirciata a cosa contenga il piatto che si ritrovano davanti, imbambolati di fronte ai programmi dopo il Tg5, come se ognuno covasse una relazione di sangue con quella scatola parlante sopra il mobile piuttosto che coi commensali. Figurati che non portano a tavola nemmeno acqua, vino, saliera, pepiera, niente oltre al piatto di ciascuno, tanto nessuno si disturberebbe a chiedere o a rispondere.
Giusto durante la pubblicità scappa qualche monosillabo e domanda banale.
“Tutto bene oggi a scuola?” “A-ah.”
“Hai spostato l’appuntamento a mercoledì?” “Uhm-uhm.”
“Posso andare a dormire dalla Fede?” “A-ah.”
Ti lascio immaginare lo smarrimento quando, qualche mese fa, c’è stato un blackout, quindici minuti di silenzioso imbarazzo. Il felpato frastuono della ribellione dei loro corpi ancora pensanti, nonostante tutto; la muta carcassa d’idee mai concepite, minacciosa alla luce delle candele troppo taciturne. Il quieto affanno della loro incomunicabilità, finché non è tornata la corrente e allora hanno potuto ricominciare a ridere, da soli, insieme alla tv.
Insomma, ti capisco se hai pensato che nessuno spettatore della perlustrazione nasale si sarebbe accorto di te, lì, davanti al negozio.
E adesso che fai?
Davvero glielo fai appendere?
Permetti a quel ragazzo di attaccare la faccia di Maroni e la sua “Lombardia in testa” alla porta del tuo esercizio commerciale? Ma allora sei miope anche tu. Pure tu sei affetto da cataratta morale, l’incontrollabile epidemia italiana del ventunesimo secolo.
Sai, sulle malattie c’è poco da scherzare, come diceva mio nonno, c’è poco da ridere: infatti, a vedere quel manifesto sputato sulla vetrina e a pensare che domenica ci saranno le elezioni, mi viene tutto tranne che un sorriso.
Troppo spesso ho deglutito il rigurgito che facce come quella sulla tua locandina mi hanno provocato, ogni volta che decidevano che i capisaldi della società civile dovessero valere meno di una villa al mare; ogni volta che dimostrano che il disonesto batte l’onesto, l’ingiusto il giusto, l’incoerenza la correttezza e perciò infangano non solo le pagine dei quotidiani ma anche quelle della storia umana.
Ogni volta che hanno fatto promesse e non proposte, hanno pronunciato smentite, mai conferme, hanno detto barzellette al posto di condoglianze. Quando hanno iniziato a credere che al denaro servissero gli uomini, non il contrario, e hanno venduto, a caro prezzo, l’inestimabile.
Ma io ti vedo, ti vedo e osservo il tuo indice scavare fino alle mucose più recondite del naso.
D’accordo per il freddo, le polveri sottili, l’influenza dilagante e i fazzoletti che non sai dove mettere quando esci di casa, però niente può giustificare l’intera falangina conficcata nel naso. Poi, ti prego, evita almeno di accompagnare al gesto quell’espressione tra il tonto e il compiaciuto con la fronte raggrinzita e il labbro superiore disteso.
Sul serio pensavi che nessuno ti avrebbe notato lì, sul marciapiede, alla ricerca degli organi interni passando per le cavità nasali?
Sai, forse un po’ ti capisco; le persone sembrano sempre più miopi anche a me, e non mi riferisco solo alle numerose nuove leve degli occhialuti, ma soprattutto ai ciechi con tutte le diottrie, quelli che guardano senza vedere.
Prendi per esempio la famiglia che abita qui di fronte. Dà il meglio di sé ogni sera, quando tutti e quattro i componenti sono seduti intorno al tavolo della sala e ingoiano la cena rapiti dal televisore: così, senza nemmeno dare una sbirciata a cosa contenga il piatto che si ritrovano davanti, imbambolati di fronte ai programmi dopo il Tg5, come se ognuno covasse una relazione di sangue con quella scatola parlante sopra il mobile piuttosto che coi commensali. Figurati che non portano a tavola nemmeno acqua, vino, saliera, pepiera, niente oltre al piatto di ciascuno, tanto nessuno si disturberebbe a chiedere o a rispondere.
Giusto durante la pubblicità scappa qualche monosillabo e domanda banale.
“Tutto bene oggi a scuola?” “A-ah.”
“Hai spostato l’appuntamento a mercoledì?” “Uhm-uhm.”
“Posso andare a dormire dalla Fede?” “A-ah.”
Ti lascio immaginare lo smarrimento quando, qualche mese fa, c’è stato un blackout, quindici minuti di silenzioso imbarazzo. Il felpato frastuono della ribellione dei loro corpi ancora pensanti, nonostante tutto; la muta carcassa d’idee mai concepite, minacciosa alla luce delle candele troppo taciturne. Il quieto affanno della loro incomunicabilità, finché non è tornata la corrente e allora hanno potuto ricominciare a ridere, da soli, insieme alla tv.
Insomma, ti capisco se hai pensato che nessuno spettatore della perlustrazione nasale si sarebbe accorto di te, lì, davanti al negozio.
E adesso che fai?
Davvero glielo fai appendere?
Permetti a quel ragazzo di attaccare la faccia di Maroni e la sua “Lombardia in testa” alla porta del tuo esercizio commerciale? Ma allora sei miope anche tu. Pure tu sei affetto da cataratta morale, l’incontrollabile epidemia italiana del ventunesimo secolo.
Sai, sulle malattie c’è poco da scherzare, come diceva mio nonno, c’è poco da ridere: infatti, a vedere quel manifesto sputato sulla vetrina e a pensare che domenica ci saranno le elezioni, mi viene tutto tranne che un sorriso.
Troppo spesso ho deglutito il rigurgito che facce come quella sulla tua locandina mi hanno provocato, ogni volta che decidevano che i capisaldi della società civile dovessero valere meno di una villa al mare; ogni volta che dimostrano che il disonesto batte l’onesto, l’ingiusto il giusto, l’incoerenza la correttezza e perciò infangano non solo le pagine dei quotidiani ma anche quelle della storia umana.
Ogni volta che hanno fatto promesse e non proposte, hanno pronunciato smentite, mai conferme, hanno detto barzellette al posto di condoglianze. Quando hanno iniziato a credere che al denaro servissero gli uomini, non il contrario, e hanno venduto, a caro prezzo, l’inestimabile.
Ogni qualvolta hanno incontrato altri miopi della propria e loro miopia, come te, e io mi sono proprio rotta.
In verità, tutti ci siamo rotti e in momenti come questo pare inutile cercare di riattaccare i pezzi: le membra di cui siamo stati smembrati, lontanissime fra loro, non possono più combaciare. Non mi resta che chiudere le persiane, mentre finiamo di prendere a picconate rabbiose quanto mi era rimasto in cui credere.
Tu torna pure a casa, sciogliti sul divano di fianco alla taciturna speranza che le giornate smettano di scivolarti addosso, non prima che siano finiti i programmi dopo il Tg5.
Io aspetterò che nel silenzio soffocante dell’oscurità alle quattro di mattina si sopisca quel tormento che troppo spesso mi accudisco dentro –oggi questo mondo non fa per lui. Fino alla prossima volta e in compagnia dell’illusione che le parole di Petrarca possano, un giorno, resuscitare.
In verità, tutti ci siamo rotti e in momenti come questo pare inutile cercare di riattaccare i pezzi: le membra di cui siamo stati smembrati, lontanissime fra loro, non possono più combaciare. Non mi resta che chiudere le persiane, mentre finiamo di prendere a picconate rabbiose quanto mi era rimasto in cui credere.
Tu torna pure a casa, sciogliti sul divano di fianco alla taciturna speranza che le giornate smettano di scivolarti addosso, non prima che siano finiti i programmi dopo il Tg5.
Io aspetterò che nel silenzio soffocante dell’oscurità alle quattro di mattina si sopisca quel tormento che troppo spesso mi accudisco dentro –oggi questo mondo non fa per lui. Fino alla prossima volta e in compagnia dell’illusione che le parole di Petrarca possano, un giorno, resuscitare.
Virtù contro al furore
Prenderà l’armi, e fia il combatter corto;
Chè l’antico valore
Negli Italici cuor non è ancor morto.
Prenderà l’armi, e fia il combatter corto;
Chè l’antico valore
Negli Italici cuor non è ancor morto.
giovedì 8 novembre 2012
Linea gialla
In fondo al vagone, incastrata
fra le pertiche, si aggrappa un’anziana in sedia a rotelle.
Crocetta, fermata Crocetta.
Le porte della metro sbattono e tranciano gli arabeschi fumosi, disegnati dalla bombola agganciata allo schienale della sua carrozzella. Un odore farmaceutico torna a spandersi tra i passeggeri.
Lì vicino, un ragazzo si schiaccia nell’angolo contro la cabina vuota del conducente e con la bocca socchiusa si sventola una mano davanti al naso raggrinzito. Dà un’occhiata alle feritoie della bombola, da cui sale il vapore biancastro, ai tubicini umidi che vi fuoriescono, alla bandana intorno alla testa glabra seduta tra le ruote; poi torna a fissare il suo IPad e gli sussurra: “Che schifo.”
Perpendicolare al tablet una quarantenne, appoggiata sul bordo del sedile, continua a chiedere a chi le sta attorno: “Vuole sedersi? Lei vuole sedersi? Vuole?” Insiste con la borsetta sulle ginocchia in procinto di alzarsi.
Quando le si avvicinano un viso dai tratti asiatici e un paio di codini, aggrotta d’improvviso la fronte, appoggia la schiena al sedile e accavalla le gambe. Rimane in silenzio.
Scioglie la profonda ruga in mezzo alle sopracciglia e riprende: “Vuole il mio posto?”, solo una volta che la cinesina si è spostata: ha avvistato un posto libero più avanti quindi, zitta zitta, si fa largo, urta spinge sgomita e calpesta. Si siede di fianco a due coetanei.
“Cinque euro che venerdì me la faccio.”
“Ma va’, non puoi. Farebbe vomitare anche mio cugino.”
“Oh, allora? Ci stai o no?”
Prossima fermata Missori.
“Bella. Zio, hai appena buttato cinque euri.” Con una mano dà un cinque al compare e con l’altra si tasta il cavallo dei jeans.
Dai sedili di fronte, intanto che si mangia le unghie con le gambe divaricate, un sorriso giusto accennato contempla la scena e non si accorge delle guance vermiglie, che portano la gonna seduta al suo fianco. Infatti, in piedi, appeso al corrimano tubolare, un uomo le continua a fissare, mentre si passa la lingua sulle labbra inarcate, come a pronunciare una lunga O.
Next stop Missori, doors open on the right.
La gonna si dirige verso la porta successiva a quella dietro alla bocca che la segue con lo sguardo. Quando estrae la mano destra dalla tasca per reggersi, le scivola a terra un fazzoletto accartocciato. Lo osserva di sfuggita, si guarda intorno, tranne che nella direzione di chi sa essere incollato alla sua faccia sempre più rossa, poi torna a fissare il suo riflesso nel vetro della porta.
Il rifiuto catalizza l’attenzione di un paio di occhiali in giacca e cravatta. L’uomo che li indossa nell’ultima schiera di sedili scuote la testa; in seguito riprende a gridare al suo auricolare: “Mi senti? Io ti sento, tu mi senti? Adesso?”
Missori, fermata Missori.
Ora che ha percorso il treno fino alla prima porta dell’ultimo vagone, un bicchiere tintinnante smette di zoppicare e allunga il passo, per riuscire a scendere dietro alla proprietaria del fazzoletto.
Nella fretta sfiora un soprabito cremisi a sinistra delle porte, il quale con un gesto fulmineo tira indietro i piedi fino a sbatterli contro il gruppo di sedili su cui si è accomodato. La botta echeggiante lo distrae dalla lettura della rivista su cui era chinato: si volta a lanciare un’occhiata al mendicante, poi si rigira a testa alta, sistema frangia e trucco sciupati dalla violenta e improvvisa torsione.
Prima di abbassare di nuovo lo sguardo sulle pagine del periodico, lo perde nella gigantografia di un film, che gli provoca una risatina acuta e ritrae un orsacchiotto, di spalle, con in mano una bottiglia di birra, intento a pisciare in un orinatoio.
EEEE
Sollecitato dal suono di chiusura delle porte, il trench ritorna a curvarsi sulla rivista.
Le porte sbattono.
“Mi senti?
Ehi, ciao! Tesoro, scusa, c’è un mio ex collega. Ci sentiamo quando arrivo.
Pronto? Pronto?
Allora come te la passi?”
“Tutto a posto, grazie.
Ma ‘sta puzza?”
“Dev’essere la sedia a rotelle là in fondo.”
Dietro all’auricolare ancora nelle orecchie degli occhiali in giacca e cravatta, il vetro unto del finestrino è ricoperto di disegni fallici e graffiti.
In alto, appena sopra la prescrizione di non appoggiare le mani, si staglia una manciata di lettere sottolineate da una linea gialla: “mai stato così estraneo a me stesso e così presente nella realtà.”
Crocetta, fermata Crocetta.
Le porte della metro sbattono e tranciano gli arabeschi fumosi, disegnati dalla bombola agganciata allo schienale della sua carrozzella. Un odore farmaceutico torna a spandersi tra i passeggeri.
Lì vicino, un ragazzo si schiaccia nell’angolo contro la cabina vuota del conducente e con la bocca socchiusa si sventola una mano davanti al naso raggrinzito. Dà un’occhiata alle feritoie della bombola, da cui sale il vapore biancastro, ai tubicini umidi che vi fuoriescono, alla bandana intorno alla testa glabra seduta tra le ruote; poi torna a fissare il suo IPad e gli sussurra: “Che schifo.”
Perpendicolare al tablet una quarantenne, appoggiata sul bordo del sedile, continua a chiedere a chi le sta attorno: “Vuole sedersi? Lei vuole sedersi? Vuole?” Insiste con la borsetta sulle ginocchia in procinto di alzarsi.
Quando le si avvicinano un viso dai tratti asiatici e un paio di codini, aggrotta d’improvviso la fronte, appoggia la schiena al sedile e accavalla le gambe. Rimane in silenzio.
Scioglie la profonda ruga in mezzo alle sopracciglia e riprende: “Vuole il mio posto?”, solo una volta che la cinesina si è spostata: ha avvistato un posto libero più avanti quindi, zitta zitta, si fa largo, urta spinge sgomita e calpesta. Si siede di fianco a due coetanei.
“Cinque euro che venerdì me la faccio.”
“Ma va’, non puoi. Farebbe vomitare anche mio cugino.”
“Oh, allora? Ci stai o no?”
Prossima fermata Missori.
“Bella. Zio, hai appena buttato cinque euri.” Con una mano dà un cinque al compare e con l’altra si tasta il cavallo dei jeans.
Dai sedili di fronte, intanto che si mangia le unghie con le gambe divaricate, un sorriso giusto accennato contempla la scena e non si accorge delle guance vermiglie, che portano la gonna seduta al suo fianco. Infatti, in piedi, appeso al corrimano tubolare, un uomo le continua a fissare, mentre si passa la lingua sulle labbra inarcate, come a pronunciare una lunga O.
Next stop Missori, doors open on the right.
La gonna si dirige verso la porta successiva a quella dietro alla bocca che la segue con lo sguardo. Quando estrae la mano destra dalla tasca per reggersi, le scivola a terra un fazzoletto accartocciato. Lo osserva di sfuggita, si guarda intorno, tranne che nella direzione di chi sa essere incollato alla sua faccia sempre più rossa, poi torna a fissare il suo riflesso nel vetro della porta.
Il rifiuto catalizza l’attenzione di un paio di occhiali in giacca e cravatta. L’uomo che li indossa nell’ultima schiera di sedili scuote la testa; in seguito riprende a gridare al suo auricolare: “Mi senti? Io ti sento, tu mi senti? Adesso?”
Missori, fermata Missori.
Ora che ha percorso il treno fino alla prima porta dell’ultimo vagone, un bicchiere tintinnante smette di zoppicare e allunga il passo, per riuscire a scendere dietro alla proprietaria del fazzoletto.
Nella fretta sfiora un soprabito cremisi a sinistra delle porte, il quale con un gesto fulmineo tira indietro i piedi fino a sbatterli contro il gruppo di sedili su cui si è accomodato. La botta echeggiante lo distrae dalla lettura della rivista su cui era chinato: si volta a lanciare un’occhiata al mendicante, poi si rigira a testa alta, sistema frangia e trucco sciupati dalla violenta e improvvisa torsione.
Prima di abbassare di nuovo lo sguardo sulle pagine del periodico, lo perde nella gigantografia di un film, che gli provoca una risatina acuta e ritrae un orsacchiotto, di spalle, con in mano una bottiglia di birra, intento a pisciare in un orinatoio.
EEEE
Sollecitato dal suono di chiusura delle porte, il trench ritorna a curvarsi sulla rivista.
Le porte sbattono.
“Mi senti?
Ehi, ciao! Tesoro, scusa, c’è un mio ex collega. Ci sentiamo quando arrivo.
Pronto? Pronto?
Allora come te la passi?”
“Tutto a posto, grazie.
Ma ‘sta puzza?”
“Dev’essere la sedia a rotelle là in fondo.”
Dietro all’auricolare ancora nelle orecchie degli occhiali in giacca e cravatta, il vetro unto del finestrino è ricoperto di disegni fallici e graffiti.
In alto, appena sopra la prescrizione di non appoggiare le mani, si staglia una manciata di lettere sottolineate da una linea gialla: “mai stato così estraneo a me stesso e così presente nella realtà.”
martedì 11 settembre 2012
Antologia epistolare da un aldilà. Capitolo III.
Niente.
Gambe niente.
Braccia niente.
Collo niente. Non sento niente.
La sola cosa che riesco ancora a percepire è la testa: posso vedere. È tutto grigio, nient’altro.
Merda! Sarebbe bastato rincasare più tardi, per una volta sarebbe stato meglio andare a letto dopo, non presto.
Poi, proprio ieri sera dovevo spegnere il cellulare? Di sicuro gli squilli preoccupati di mia madre mi avrebbero svegliato; ero stanco, d’accordo, ma lei mi avrebbe convinto a uscire da casa. Sarei andato in piazza, mi sarei trascinato fuori da questo dannato appartamento e adesso non ce l’avrei addosso.
‘Sta catapecchia si è accartocciata non appena la terra ha iniziato a traballare. Non avremmo dovuto farci abbindolare da quell’agente immobiliare, non aspettava altro che un gruppo di studenti lontani da casa, a cui rifilare questo castello di carte al centro della zona più sismica d’Italia.
Ma poi anche noi, dico, chi ce l’ha fatto fare di venire a fare l’università proprio qui? Sapevamo bene che era una zona rischiosa, che c’erano state molte scosse durante lo scorso anno, però, idioti, ci siamo detti: “Che potrà mai succederci?”
Già…
Cosa potrà capitarci di tanto brutto se chiamiamo casa ogni tanto, ci comportiamo bene e non manchiamo gli appelli? Appena arrivati mi hai detto: “Il peggio del peggio è che ci cannino a un esame. Oppure che andiamo in bianco ma, Teo, non credo sarà questo a deludere più di tanto tua madre.”
Invece, Nicola, questa volta ti sei sbagliato. Abbiamo sbagliato. È capitato.
L’impensabile, l’imprevedibile, l’inimmaginabile oggi è toccato a me.
E sai qual è la cosa più scocciante?
Sai cos’è che mi fa incazzare più della nostra imprudenza, più della sfiga e persino più della storia della sicurezza antisismica?
Che solo adesso che il nostro soffitto insieme al pavimento di quelli di sopra mi schiacciano lo stomaco, solamente ora che per respirare dovrei ingerire manciate di polvere e cemento, solo in questo momento mi rendo conto di quanto sia bello vivere.
Non fraintendermi, l’esistenza è complicata, un groviglio di luoghi, persone, idee, talvolta dannati. Poi, tu lo sai bene, di incazzature ne ho avute parecchie e ho maledetto il mondo troppe volte per tenerle a mente. Però fa tutto parte del gioco.
È come quando, da piccolo, sali su una giostra per i grandi: mentre ci sei sopra, sei spaventato, pensi a cosa potrai fare dopo, non te la godi insomma. Quando scendi però, quando il giro è ormai finito e torni coi piedi per terra, ti rendi conto che non era poi così male e nell’arco di qualche minuto arrivi a proporti di farci un altro giro. L’unica differenza è che nella vita non puoi passare a prendere un altro biglietto.
Quindi, Nico, se a te è rimasto del tempo, vedi di crescere.
Cerca di capire che della vita non puoi averne mai abbastanza.
Gambe niente.
Braccia niente.
Collo niente. Non sento niente.
La sola cosa che riesco ancora a percepire è la testa: posso vedere. È tutto grigio, nient’altro.
Merda! Sarebbe bastato rincasare più tardi, per una volta sarebbe stato meglio andare a letto dopo, non presto.
Poi, proprio ieri sera dovevo spegnere il cellulare? Di sicuro gli squilli preoccupati di mia madre mi avrebbero svegliato; ero stanco, d’accordo, ma lei mi avrebbe convinto a uscire da casa. Sarei andato in piazza, mi sarei trascinato fuori da questo dannato appartamento e adesso non ce l’avrei addosso.
‘Sta catapecchia si è accartocciata non appena la terra ha iniziato a traballare. Non avremmo dovuto farci abbindolare da quell’agente immobiliare, non aspettava altro che un gruppo di studenti lontani da casa, a cui rifilare questo castello di carte al centro della zona più sismica d’Italia.
Ma poi anche noi, dico, chi ce l’ha fatto fare di venire a fare l’università proprio qui? Sapevamo bene che era una zona rischiosa, che c’erano state molte scosse durante lo scorso anno, però, idioti, ci siamo detti: “Che potrà mai succederci?”
Già…
Cosa potrà capitarci di tanto brutto se chiamiamo casa ogni tanto, ci comportiamo bene e non manchiamo gli appelli? Appena arrivati mi hai detto: “Il peggio del peggio è che ci cannino a un esame. Oppure che andiamo in bianco ma, Teo, non credo sarà questo a deludere più di tanto tua madre.”
Invece, Nicola, questa volta ti sei sbagliato. Abbiamo sbagliato. È capitato.
L’impensabile, l’imprevedibile, l’inimmaginabile oggi è toccato a me.
E sai qual è la cosa più scocciante?
Sai cos’è che mi fa incazzare più della nostra imprudenza, più della sfiga e persino più della storia della sicurezza antisismica?
Che solo adesso che il nostro soffitto insieme al pavimento di quelli di sopra mi schiacciano lo stomaco, solamente ora che per respirare dovrei ingerire manciate di polvere e cemento, solo in questo momento mi rendo conto di quanto sia bello vivere.
Non fraintendermi, l’esistenza è complicata, un groviglio di luoghi, persone, idee, talvolta dannati. Poi, tu lo sai bene, di incazzature ne ho avute parecchie e ho maledetto il mondo troppe volte per tenerle a mente. Però fa tutto parte del gioco.
È come quando, da piccolo, sali su una giostra per i grandi: mentre ci sei sopra, sei spaventato, pensi a cosa potrai fare dopo, non te la godi insomma. Quando scendi però, quando il giro è ormai finito e torni coi piedi per terra, ti rendi conto che non era poi così male e nell’arco di qualche minuto arrivi a proporti di farci un altro giro. L’unica differenza è che nella vita non puoi passare a prendere un altro biglietto.
Quindi, Nico, se a te è rimasto del tempo, vedi di crescere.
Cerca di capire che della vita non puoi averne mai abbastanza.
lunedì 4 giugno 2012
Stasera
Un tizio dall’altra parte del bar fissava il tavolo accanto
a sé: guardava il ragazzo seduto, o forse la Gazzetta che aveva in mano. Posava
lo sguardo sul suo tavolino, abbracciava la donna di fianco, come se dovesse
spolverarle la spalla sinistra.
Lei continuava a parlare e a sfogliare qualcosa di piccolo formato.
Sostavano per una buona decina di minuti su ogni pagina. Poi la ragazza si stringeva nelle spalle e si accoccolava contro di lui, che riportava le pupille sul suo tavolo, la abbracciava, le sfregava la spalla con sguardo assente; poco dopo tornava a fissarsi nella direzione del tavolo accanto.
La periodicità del gesto era scandita dallo sfogliare l’opuscolo: lei rimaneva concentrata fino a quando non aveva finito di analizzare due facciate. Solo allora riprendeva a parlare, sollevava la testa per avvicinarsi all’uomo e innescava il domino delle azioni di lui.
Arrivata alla quarta di copertina, tornò nella prima metà del fascicolo, alla ricerca di una precisa pagina. In seguito alzò la testa e si accoccolò, però le sue parole sortirono un effetto diverso nel compagno, che, questa volta, in uno scatto violento lanciò uno sguardo accigliato verso la faccia di lei. Si scostò dalla donna e iniziò a parlarle con voce grave e ad alto volume.
Accese una sigaretta in fretta, aspirò solo due volte e la gettò via. Parlava in modo ancor più concitato, con il fumo che gli usciva dalle narici e continui gesti minacciosi della mano destra, intanto che la sinistra impugnava lo schienale della sedia.
Quando in tono retorico concesse alla donna di rispondergli, prese l’opuscolo e lo scagliò oltre i tavolini, fino a cacciarlo vicino alla gomma sgonfia di un’auto parcheggiata a pochi metri.
Si alzò in piedi, prima che la ragazza potesse rivolgere verso di lui gli occhi che avevano inseguito il moto parabolico dell’opuscolo. Mentre cercava l’accendino nelle tasche dei pantaloni, stringeva una seconda sigaretta tra le labbra, le tuonò: “Stasera si guarda la finale di Champions e basta.”
Sostavano per una buona decina di minuti su ogni pagina. Poi la ragazza si stringeva nelle spalle e si accoccolava contro di lui, che riportava le pupille sul suo tavolo, la abbracciava, le sfregava la spalla con sguardo assente; poco dopo tornava a fissarsi nella direzione del tavolo accanto.
La periodicità del gesto era scandita dallo sfogliare l’opuscolo: lei rimaneva concentrata fino a quando non aveva finito di analizzare due facciate. Solo allora riprendeva a parlare, sollevava la testa per avvicinarsi all’uomo e innescava il domino delle azioni di lui.
Arrivata alla quarta di copertina, tornò nella prima metà del fascicolo, alla ricerca di una precisa pagina. In seguito alzò la testa e si accoccolò, però le sue parole sortirono un effetto diverso nel compagno, che, questa volta, in uno scatto violento lanciò uno sguardo accigliato verso la faccia di lei. Si scostò dalla donna e iniziò a parlarle con voce grave e ad alto volume.
Accese una sigaretta in fretta, aspirò solo due volte e la gettò via. Parlava in modo ancor più concitato, con il fumo che gli usciva dalle narici e continui gesti minacciosi della mano destra, intanto che la sinistra impugnava lo schienale della sedia.
Quando in tono retorico concesse alla donna di rispondergli, prese l’opuscolo e lo scagliò oltre i tavolini, fino a cacciarlo vicino alla gomma sgonfia di un’auto parcheggiata a pochi metri.
Si alzò in piedi, prima che la ragazza potesse rivolgere verso di lui gli occhi che avevano inseguito il moto parabolico dell’opuscolo. Mentre cercava l’accendino nelle tasche dei pantaloni, stringeva una seconda sigaretta tra le labbra, le tuonò: “Stasera si guarda la finale di Champions e basta.”
sabato 2 giugno 2012
Nicotina 0,8 mg
Sigarette fumate: zero.
Sigarette restanti: dieci.
I tavolini del bar in via Orti sono spessi quanto il mio pacchetto di sigarette.
Le forme rettangolari incise sulla loro superficie metallica ne calzano alla perfezione ognuno dei piani: quelle opache sono proporzionate alla faccia maggiore, quelle lucide ai fianchi, mentre le parti bianche ricalcano con precisione cima e fondo del pacchetto.
Ho smesso di fumare. Il pacchetto ancora cellofanato mi piace così, con quel suono elettrico che produce, se sfiorato, e la rassicurante geometria sui bordi ancora velati.
Diventerà un cimelio del mio passato da fumatore, dico ad Anna, che oggi gesticola più del solito. Continua a sfregarsi i gomiti e a nascondere il collo tra le clavicole con le spalle alzate. Nemmeno quando deve gettare la cenere le riabbassa: si sbilancia, rigida, verso uno dei braccioli tra cui è seduta e dà un secco ma lieve colpetto al filtro che stringe tra le dita.
Scommetto che anche la parte di clavicola che le sporge tra i capelli potrebbe ospitare il mio pacchetto di Marlboro alla perfezione.
Lei può fumare. Io no, perché questo è il primo passo per guarirmi, dice: per liberarmi dal mio perenne senso di inadeguatezza e di inferiorità, per eliminare le mie ossessioni, idiosincrasie e illusioni, per guarire dal mio complesso di Edipo.
Ecco perché io non posso e lei si, anche se non riesce mai a guardare negli occhi quello con cui sta parlando.
Anna, che, quando non sta fumando, continua ad arrotolarsi i capelli tra le dita ingiallite della mano destra e, quando invece fuma, procede in quel gesto meccanico e nervoso con la sinistra.
Anna che si è sottoposta a una convalescenza di tre mesi, perché il suo naso pendeva troppo verso destra.
Anna che si vede con le amiche (le stesse dalle superiori) ogni venerdì, per parlare male di quelle assenti, badando bene di non perdersi mai un incontro.
Anna convinta che suo marito abbia un’amante perché la ama troppo.
Anna che non sta mai ferma, soprattutto mai zitta, e che, mentre mi parla, muove su e giù il piede della gamba accavallata senza tregua, producendo un tintinnio costante con gli orecchini aggrovigliati tra i capelli.
Anna fuma un pacchetto da venti al giorno, ma è normale; è come chiunque altro.
Io invece sono indeciso, debole, incapace. Sono l’alienato da guarire, io, perciò non posso fumare.
“Dai, tieni duro, fratellino, il Dottor S. ti ha detto che sei sulla buona strada.
Ci vediamo dopodomani, così mi dici come è andata la vostra seduta.
Ciao.”
“Ciao Anna.”
Anna si allontana dal bar in fretta: le mani stavolta sono occupate a stringere gli spallacci della borsa, danno tregua alle ciocche di capelli.
“Scusa, hai da accendere?”
Sigarette restanti: nove.
Sigarette fumate: una.
Sigarette restanti: dieci.
I tavolini del bar in via Orti sono spessi quanto il mio pacchetto di sigarette.
Le forme rettangolari incise sulla loro superficie metallica ne calzano alla perfezione ognuno dei piani: quelle opache sono proporzionate alla faccia maggiore, quelle lucide ai fianchi, mentre le parti bianche ricalcano con precisione cima e fondo del pacchetto.
Ho smesso di fumare. Il pacchetto ancora cellofanato mi piace così, con quel suono elettrico che produce, se sfiorato, e la rassicurante geometria sui bordi ancora velati.
Diventerà un cimelio del mio passato da fumatore, dico ad Anna, che oggi gesticola più del solito. Continua a sfregarsi i gomiti e a nascondere il collo tra le clavicole con le spalle alzate. Nemmeno quando deve gettare la cenere le riabbassa: si sbilancia, rigida, verso uno dei braccioli tra cui è seduta e dà un secco ma lieve colpetto al filtro che stringe tra le dita.
Scommetto che anche la parte di clavicola che le sporge tra i capelli potrebbe ospitare il mio pacchetto di Marlboro alla perfezione.
Lei può fumare. Io no, perché questo è il primo passo per guarirmi, dice: per liberarmi dal mio perenne senso di inadeguatezza e di inferiorità, per eliminare le mie ossessioni, idiosincrasie e illusioni, per guarire dal mio complesso di Edipo.
Ecco perché io non posso e lei si, anche se non riesce mai a guardare negli occhi quello con cui sta parlando.
Anna, che, quando non sta fumando, continua ad arrotolarsi i capelli tra le dita ingiallite della mano destra e, quando invece fuma, procede in quel gesto meccanico e nervoso con la sinistra.
Anna che si è sottoposta a una convalescenza di tre mesi, perché il suo naso pendeva troppo verso destra.
Anna che si vede con le amiche (le stesse dalle superiori) ogni venerdì, per parlare male di quelle assenti, badando bene di non perdersi mai un incontro.
Anna convinta che suo marito abbia un’amante perché la ama troppo.
Anna che non sta mai ferma, soprattutto mai zitta, e che, mentre mi parla, muove su e giù il piede della gamba accavallata senza tregua, producendo un tintinnio costante con gli orecchini aggrovigliati tra i capelli.
Anna fuma un pacchetto da venti al giorno, ma è normale; è come chiunque altro.
Io invece sono indeciso, debole, incapace. Sono l’alienato da guarire, io, perciò non posso fumare.
“Dai, tieni duro, fratellino, il Dottor S. ti ha detto che sei sulla buona strada.
Ci vediamo dopodomani, così mi dici come è andata la vostra seduta.
Ciao.”
“Ciao Anna.”
Anna si allontana dal bar in fretta: le mani stavolta sono occupate a stringere gli spallacci della borsa, danno tregua alle ciocche di capelli.
“Scusa, hai da accendere?”
Sigarette restanti: nove.
Sigarette fumate: una.
venerdì 27 aprile 2012
ON AIR
Il piccione appollaiato sul lurido cartello stradale che
indica la trentatreesima sembra essere l’unico in apprensione per un’anziana,
seduta sulle strisce pedonali.
Quando stava attraversando l’incrocio, la vecchietta è inciampata nelle borse
della spesa. Mentre cerca di rimettersi in piedi incalzata dai clacson degli
automobilisti, un ragazzo mi si avvicina divorando con morsi feroci una delle
mele che ora ricoprono l’attraversamento pedonale.
Io e alcuni miei colleghi stiamo rientrando dalla consueta pausa pranzo.
Prima di riprendere il lavoro in cima al grattacielo, dove non c’è mai campo, faccio un paio di telefonate per confermare la prenotazione al ristorante sotto casa. Stasera credo proprio che John si deciderà a chiedermi di sposarlo.
Nel frattempo i miei colleghi hanno ripreso le loro postazioni di lavoro: tra poco l’Empire avrà i riflettori puntati addosso, quindi anch’io mi sbrigo a rientrare e a salire al mio piano, l’ottantunesimo.
Raggiungo la mia scrivania. Finisco di riempire uno scatolone con gli oggetti rimasti sul tavolo e lo porto a Camille, a cui è stato affidato il compito di sistemare le nostre cose al sicuro, prima che la cosiddetta evacuazione abbia inizio.
Ho appena impilato la mia scatola sulle altre, quando suona l’allarme. Mi volto verso Camille: “È in anticipo.” “Hai ragione” mi dice. Insieme ci avviamo verso l’ascensore come prestabilito, mentre la sirena continua a squillare assordante.
“Ho dimenticato la borsa!”
“Ok, muoviti e valla a prendere.”
Corro energicamente verso la mia scrivania: mi tremano le mani e il torace.
Facendo un respiro profondo mi getto la tracolla sulla spalla sinistra. Intanto la sirena smette di suonare e io corro di nuovo verso l’ascensore.
Non c’è più nessuno.
Chiamo insistentemente l’ascensore ma non c’è niente da fare, l’hanno già messo fuori uso.
Mi fiondo giù per le scale di emergenza finché, arrivata fino al sessantatreesimo piano, un crampo mi contrae un polpaccio e due guardie mi afferrano per le braccia; prima che io possa mostrargli di essere dello staff, mi strattonano in una delle stanze blindate adibite a contenere i visitatori prescelti durante l’evacuazione.
Non può essere vero.
Mi ritrovo in una saletta di circa venti metri quadrati insieme ad altre due persone.
Sbatto i pugni, le mani, gli avambracci, i piedi contro la porta, ma i due tizi vestiti da guardie se ne sono già andati. Sono spacciata insieme a un uomo e a una donna che sembrano non essersi mai visti prima.
I due mi guardano disorientati e la donna subito mi domanda: “Dicono che c’è una bomba, è vero?”
Mi si mozza il fiato.
Cercando di inghiottire lo sguardo con le palpebre, mi limito a risponderle in apnea: “Non so.” Scivolo lungo la parete di fianco alla porta e lì mi accuccio con la guancia destra contro il muro.
Dopo un secondo, un minuto o forse una mezzora, la stanza vuota incomincia a riempirsi delle parole dei miei consorti: la loro voce convinta e convincente si scambia battute di breve conforto. Poi si mostra più fragile e i due si rivolgono parole interrogative, spezzate, come se stessero per scoppiare a piangere, sacrificando la fluidità della conversazione, allo scopo di evitare lo sgorgare imminente delle lacrime.
Entrambi si gettano contro la porta. All’inizio cercano di aprirla, ma appena percepiscono la durezza della serratura chiusa a più mandate, iniziano a batterla con tutta la violenza che riescono a trovare nelle nocche sottili, nelle dita appiattite, nelle spalle, nella punta delle ginocchia, nella suola delle scarpe e persino nella fronte.
Mentre il ragazzo continua a colpire la porta con pugni echeggianti, la donna indietreggia con le mani spalancate, tremanti e violacee. Inizia a camminare freneticamente per la stanza. Vede il condotto dell’aria: è ad altezza d’uomo, basterà un po’ di forza e di agilità per mettersi in salvo, pensano entrambi, ora che l’hanno visto. Tentano insieme di sradicarlo. Cercano di eliminare la grata a chiusura del condotto: la tirano, la spingono, la strattonano, la implorano, invano. Loro non sanno che è stata sigillata un paio di giorni fa insieme a tutte le altre possibili vie di fuga, in quella come in altre decine e decine di stanze del grattacielo.
Quando hanno ormai completamente saggiato la loro impotenza, lei si siede al mio fianco, singhiozzante.
Mi racconta che suo figlio sta per laurearsi alla NYU e che questo pomeriggio ha lasciato suo marito in albergo, perché voleva farsi un giro per la città. Dice che non è mai stata nella grande mela, come se la macchina fotografica ancora appesa al collo insieme alle guide che le spuntano dalla borsa non lo dimostrassero inequivocabilmente; le sue lacrime ininterrotte mi fanno capire che questi fatti, a lei, moglie e madre, che non era mai stata a New York, sembrano motivazioni più che valide per cui tutto quello che ci sta accadendo non possa essere reale.
Nel frattempo il ragazzo si è spostato davanti alla finestra: con il cellulare in mano contempla quel rettangolo di cielo crepato dalle punte dei tanti grattacieli che, simili a rami disarmonici di un albero infetto, scrutano dall’alto le colonne gialle di taxi, immobili lungo le strade come se fossero foglie secche.
“Non c’è campo” gli dico, mentre la signora soffoca un gemito a causa dell’ennesima prova che siamo intrappolati. Lui si infila il telefono in tasca senza distogliere lo sguardo dalla finestra. Sembra ancora anelare a liberarsi dall’inespugnabile sessantatreesimo piano. È uno di quei soggetti che non immagineresti mai di incontrare a una mostra, soprattutto da soli.
Passavo interi pomeriggi a osservare i tipi come lui attraverso i monitor delle telecamere di sorveglianza, quando si facevano sentire acuti i dubbi riguardo alla benignità di questa evacuazione.
Inizialmente sembrava un buon progetto. Avrebbe risollevato le finanze dei proprietari dell’Empire, gonfiato conseguentemente gli stipendi dei dipendenti ed evitato i licenziamenti che incombevano innumerevoli. Però non ci avevano spiegato chiaramente il fulcro del progetto: una volta che fu precisamente esposto, divenne troppo tardi per tirarsi indietro e quel fondamentale particolare trascurato diventò una vera e propria minaccia per tutti noi al corrente della programmata evacuazione.
L’unico dipendente a opporsi nonostante tutto era stato Sam.
Il giorno in cui ci hanno convocati individualmente, sicuri di raccogliere un consenso unanime, lui solo si era rifiutato di acconsentire. Da allora non lo abbiamo più rivisto.
Nessuno ha mai saputo che cosa abbia detto durante quel colloquio, ma l’immagine di lui che sbatte la porta dell’ufficio, in cui ci chiamavano a pronunciare la scelta, era stata il principale oggetto dei bisbigli tra colleghi in ascensore. Tuttavia, dal momento in cui la sua scomparsa era divenuta evidente, non ne parlò più nessuno; non so se perché ormai aveva assunto la macabra pericolosità di una notizia di cronaca nera o perché risvegliava un certo senso di colpa in noi, che conoscevamo la sua opinione, ma mai e poi mai avremmo creduto che sarebbe giunto a tanto per difenderla.
La donna al mio fianco smette per un attimo di piangere e rivolge gli occhi assorti verso il condotto dell’aria. Dalle stanze più vicine alla nostra ci raggiungono le voci degli altri inconsapevoli detenuti e la saletta si affolla di fantasmi, che piangono, imprecano, urlano, stanno in silenzio.
Nel generale grido di disperazione si staglia il rombo di un elicottero sopra di noi.
I miei due compagni si avvicinano alla finestra, schiacciandosi contro il vetro. Gli occhi lucidi della signora ci dicono che probabilmente sono venuti a salvarci. Io mi alzo e li raggiungo alla finestra.
Come immaginavo, l’elicottero è della Cablevision, l’azienda proprietaria del Newsday. È questo il quotidiano insieme a cui i proprietari dell’Empire hanno concordato l’odierna evacuazione, per risanare il deficit nei rispettivi bilanci. Gli accordi sono stati elementari: il grattacielo fornisce al giornale e alla compagnia di telecomunicazione una notizia sostanziosa, in cambio riceve una parte abbondante dei guadagni ricavati dallo spettacolo inscenato.
Se l’elicottero è già arrivato, significa che mancano ormai pochi minuti allo show. Pochi minuti allo scoppio delle bombe posizionate a metà del grattacielo.
I visitatori rinchiusi nel gigante di cemento sono l’inconsapevole moneta di scambio dei proprietari dell’Empire: l’evacuazione, anziché servire a metterli in salvo, era l’espediente per incastrarli.
Io sono rimasta impigliata nella rete dopo averla tessuta.
Il ragazzo e la signora mi stanno vicini tanto da sentire sulle braccia il tremito del loro respiro. Improvvisamente un primo scoppio li fa gridare: mi stringono ancora più forte e piangono ansimando.
Gli occhi mi bruciano e un fastidio mi occlude la gola all’altezza delle tonsille. Il ragazzo rimane pietrificato, ma il suo sguardo non corre più fuori dalla finestra, fissa la stanza rimbalzando dalle pareti alla porta, poi sul pavimento, sul soffitto e ancora sulla porta.
Era dal 2012 che non piangevo più.
Riesco a sentire la voce crescente della donna, che alle mie spalle incalza continui: “No no no”, finché un tonfo polveroso fa calare il buio.
Mi ritrovo sudata e ansimante nel mio letto.
La sveglia sta suonando sul comodino di John. Mentre io rimango seduta sul materasso sconvolta, la tachicardia sembra incalzata dal ritmo rapido e penetrante della sveglia.
John fa arrestare l’allarme e, appoggiandomi una mano sulla gamba sinistra, mi chiede con gli occhi ancora socchiusi se va tutto bene.
Un respiro profondo riesce a rallentare la contrazione del mio organo cardiaco, che continua a rimbombarmi in gola. Accenno una serie di si con la testa, prima di lasciarmi ricadere sul materasso con gli occhi appesi al soffitto.
Oggi non vado al lavoro.
Penseranno gli altri all’evacuazione.
Io e alcuni miei colleghi stiamo rientrando dalla consueta pausa pranzo.
Prima di riprendere il lavoro in cima al grattacielo, dove non c’è mai campo, faccio un paio di telefonate per confermare la prenotazione al ristorante sotto casa. Stasera credo proprio che John si deciderà a chiedermi di sposarlo.
Nel frattempo i miei colleghi hanno ripreso le loro postazioni di lavoro: tra poco l’Empire avrà i riflettori puntati addosso, quindi anch’io mi sbrigo a rientrare e a salire al mio piano, l’ottantunesimo.
Raggiungo la mia scrivania. Finisco di riempire uno scatolone con gli oggetti rimasti sul tavolo e lo porto a Camille, a cui è stato affidato il compito di sistemare le nostre cose al sicuro, prima che la cosiddetta evacuazione abbia inizio.
Ho appena impilato la mia scatola sulle altre, quando suona l’allarme. Mi volto verso Camille: “È in anticipo.” “Hai ragione” mi dice. Insieme ci avviamo verso l’ascensore come prestabilito, mentre la sirena continua a squillare assordante.
“Ho dimenticato la borsa!”
“Ok, muoviti e valla a prendere.”
Corro energicamente verso la mia scrivania: mi tremano le mani e il torace.
Facendo un respiro profondo mi getto la tracolla sulla spalla sinistra. Intanto la sirena smette di suonare e io corro di nuovo verso l’ascensore.
Non c’è più nessuno.
Chiamo insistentemente l’ascensore ma non c’è niente da fare, l’hanno già messo fuori uso.
Mi fiondo giù per le scale di emergenza finché, arrivata fino al sessantatreesimo piano, un crampo mi contrae un polpaccio e due guardie mi afferrano per le braccia; prima che io possa mostrargli di essere dello staff, mi strattonano in una delle stanze blindate adibite a contenere i visitatori prescelti durante l’evacuazione.
Non può essere vero.
Mi ritrovo in una saletta di circa venti metri quadrati insieme ad altre due persone.
Sbatto i pugni, le mani, gli avambracci, i piedi contro la porta, ma i due tizi vestiti da guardie se ne sono già andati. Sono spacciata insieme a un uomo e a una donna che sembrano non essersi mai visti prima.
I due mi guardano disorientati e la donna subito mi domanda: “Dicono che c’è una bomba, è vero?”
Mi si mozza il fiato.
Cercando di inghiottire lo sguardo con le palpebre, mi limito a risponderle in apnea: “Non so.” Scivolo lungo la parete di fianco alla porta e lì mi accuccio con la guancia destra contro il muro.
Dopo un secondo, un minuto o forse una mezzora, la stanza vuota incomincia a riempirsi delle parole dei miei consorti: la loro voce convinta e convincente si scambia battute di breve conforto. Poi si mostra più fragile e i due si rivolgono parole interrogative, spezzate, come se stessero per scoppiare a piangere, sacrificando la fluidità della conversazione, allo scopo di evitare lo sgorgare imminente delle lacrime.
Entrambi si gettano contro la porta. All’inizio cercano di aprirla, ma appena percepiscono la durezza della serratura chiusa a più mandate, iniziano a batterla con tutta la violenza che riescono a trovare nelle nocche sottili, nelle dita appiattite, nelle spalle, nella punta delle ginocchia, nella suola delle scarpe e persino nella fronte.
Mentre il ragazzo continua a colpire la porta con pugni echeggianti, la donna indietreggia con le mani spalancate, tremanti e violacee. Inizia a camminare freneticamente per la stanza. Vede il condotto dell’aria: è ad altezza d’uomo, basterà un po’ di forza e di agilità per mettersi in salvo, pensano entrambi, ora che l’hanno visto. Tentano insieme di sradicarlo. Cercano di eliminare la grata a chiusura del condotto: la tirano, la spingono, la strattonano, la implorano, invano. Loro non sanno che è stata sigillata un paio di giorni fa insieme a tutte le altre possibili vie di fuga, in quella come in altre decine e decine di stanze del grattacielo.
Quando hanno ormai completamente saggiato la loro impotenza, lei si siede al mio fianco, singhiozzante.
Mi racconta che suo figlio sta per laurearsi alla NYU e che questo pomeriggio ha lasciato suo marito in albergo, perché voleva farsi un giro per la città. Dice che non è mai stata nella grande mela, come se la macchina fotografica ancora appesa al collo insieme alle guide che le spuntano dalla borsa non lo dimostrassero inequivocabilmente; le sue lacrime ininterrotte mi fanno capire che questi fatti, a lei, moglie e madre, che non era mai stata a New York, sembrano motivazioni più che valide per cui tutto quello che ci sta accadendo non possa essere reale.
Nel frattempo il ragazzo si è spostato davanti alla finestra: con il cellulare in mano contempla quel rettangolo di cielo crepato dalle punte dei tanti grattacieli che, simili a rami disarmonici di un albero infetto, scrutano dall’alto le colonne gialle di taxi, immobili lungo le strade come se fossero foglie secche.
“Non c’è campo” gli dico, mentre la signora soffoca un gemito a causa dell’ennesima prova che siamo intrappolati. Lui si infila il telefono in tasca senza distogliere lo sguardo dalla finestra. Sembra ancora anelare a liberarsi dall’inespugnabile sessantatreesimo piano. È uno di quei soggetti che non immagineresti mai di incontrare a una mostra, soprattutto da soli.
Passavo interi pomeriggi a osservare i tipi come lui attraverso i monitor delle telecamere di sorveglianza, quando si facevano sentire acuti i dubbi riguardo alla benignità di questa evacuazione.
Inizialmente sembrava un buon progetto. Avrebbe risollevato le finanze dei proprietari dell’Empire, gonfiato conseguentemente gli stipendi dei dipendenti ed evitato i licenziamenti che incombevano innumerevoli. Però non ci avevano spiegato chiaramente il fulcro del progetto: una volta che fu precisamente esposto, divenne troppo tardi per tirarsi indietro e quel fondamentale particolare trascurato diventò una vera e propria minaccia per tutti noi al corrente della programmata evacuazione.
L’unico dipendente a opporsi nonostante tutto era stato Sam.
Il giorno in cui ci hanno convocati individualmente, sicuri di raccogliere un consenso unanime, lui solo si era rifiutato di acconsentire. Da allora non lo abbiamo più rivisto.
Nessuno ha mai saputo che cosa abbia detto durante quel colloquio, ma l’immagine di lui che sbatte la porta dell’ufficio, in cui ci chiamavano a pronunciare la scelta, era stata il principale oggetto dei bisbigli tra colleghi in ascensore. Tuttavia, dal momento in cui la sua scomparsa era divenuta evidente, non ne parlò più nessuno; non so se perché ormai aveva assunto la macabra pericolosità di una notizia di cronaca nera o perché risvegliava un certo senso di colpa in noi, che conoscevamo la sua opinione, ma mai e poi mai avremmo creduto che sarebbe giunto a tanto per difenderla.
La donna al mio fianco smette per un attimo di piangere e rivolge gli occhi assorti verso il condotto dell’aria. Dalle stanze più vicine alla nostra ci raggiungono le voci degli altri inconsapevoli detenuti e la saletta si affolla di fantasmi, che piangono, imprecano, urlano, stanno in silenzio.
Nel generale grido di disperazione si staglia il rombo di un elicottero sopra di noi.
I miei due compagni si avvicinano alla finestra, schiacciandosi contro il vetro. Gli occhi lucidi della signora ci dicono che probabilmente sono venuti a salvarci. Io mi alzo e li raggiungo alla finestra.
Come immaginavo, l’elicottero è della Cablevision, l’azienda proprietaria del Newsday. È questo il quotidiano insieme a cui i proprietari dell’Empire hanno concordato l’odierna evacuazione, per risanare il deficit nei rispettivi bilanci. Gli accordi sono stati elementari: il grattacielo fornisce al giornale e alla compagnia di telecomunicazione una notizia sostanziosa, in cambio riceve una parte abbondante dei guadagni ricavati dallo spettacolo inscenato.
Se l’elicottero è già arrivato, significa che mancano ormai pochi minuti allo show. Pochi minuti allo scoppio delle bombe posizionate a metà del grattacielo.
I visitatori rinchiusi nel gigante di cemento sono l’inconsapevole moneta di scambio dei proprietari dell’Empire: l’evacuazione, anziché servire a metterli in salvo, era l’espediente per incastrarli.
Io sono rimasta impigliata nella rete dopo averla tessuta.
Il ragazzo e la signora mi stanno vicini tanto da sentire sulle braccia il tremito del loro respiro. Improvvisamente un primo scoppio li fa gridare: mi stringono ancora più forte e piangono ansimando.
Gli occhi mi bruciano e un fastidio mi occlude la gola all’altezza delle tonsille. Il ragazzo rimane pietrificato, ma il suo sguardo non corre più fuori dalla finestra, fissa la stanza rimbalzando dalle pareti alla porta, poi sul pavimento, sul soffitto e ancora sulla porta.
Era dal 2012 che non piangevo più.
Riesco a sentire la voce crescente della donna, che alle mie spalle incalza continui: “No no no”, finché un tonfo polveroso fa calare il buio.
Mi ritrovo sudata e ansimante nel mio letto.
La sveglia sta suonando sul comodino di John. Mentre io rimango seduta sul materasso sconvolta, la tachicardia sembra incalzata dal ritmo rapido e penetrante della sveglia.
John fa arrestare l’allarme e, appoggiandomi una mano sulla gamba sinistra, mi chiede con gli occhi ancora socchiusi se va tutto bene.
Un respiro profondo riesce a rallentare la contrazione del mio organo cardiaco, che continua a rimbombarmi in gola. Accenno una serie di si con la testa, prima di lasciarmi ricadere sul materasso con gli occhi appesi al soffitto.
Oggi non vado al lavoro.
Penseranno gli altri all’evacuazione.
lunedì 2 aprile 2012
Magari un domani
Zigzagando affaticata e ronzando spaesata e confusa, una mosca sta per posarsi sull’anulare sinistro dell’impiegato del mese da troppi mesi: unico nel suo ufficio a non essere figlio di, amico di o schiavo di, proprio non riesce a elevarsi sopra la mensile elezione a impiegato migliore, carica che, secondo il suo capo, è comunque di inestimabile prestigio, soprattutto da quando ha accolto il proprio nipote nel posto da dirigente, rimasto recentemente vacante.
A questo pensa, con lo sguardo smarrito nel brusio dell’insetto, il valoroso dipendente, mentre viene colpito da uno di quei frequenti e fugaci istanti di riflessione, in cui la sua abituale foschia di confusa speranza lascia il posto a un esistenziale horror vacui, dovuto alla perenne volontà di vivere altrove, al desiderio costante di evadere dal presente. Appare, allora, in tutta la sua pericolosa mostruosità la chimera delle speranze future, genitrice di mete remote che non si raggiungono.
“Tutti mi rispettano ma nessuno mi stima, perché la mia esistenza gira intorno a un lavoro che non mi piace e, insoddisfatto, mi convinco che i miei sforzi, un giorno, saranno premiati. Ma da chi? Da che cosa? E soprattutto quando?”
Come diapositive impilate una sull’altra, che offrono un paesaggio buio, indefinibile ma completo in quanto somma dei singoli scorci, davanti agli occhi spalancati e asciutti dell’impiegato si condensano i suoi sacrifici non ancora ricompensati: l’amara scelta universitaria di fare economia anziché storia dell’arte, per la quale ha assopito la sua passione fin dai tempi delle superiori. L’abbonamento ai mezzi pubblici al posto della Vespa bianca, che ogni mattina vede alla fermata dell’autobus e che ha lasciato dietro alla vetrina del concessionario con lo scopo di accumulare risparmi, per potersi permettere, un giorno o l’altro, un appartamento di cui, in ogni caso, dovrà accontentarsi.
La storia con Claudia, che gli aveva proposto: “Sposiamoci!”, ma a cui lui aveva dovuto rispondere un tristemente ragionevole “non posso”.
E poi quel lavoro e il disgraziato giorno in cui era stato assunto.
“Potrei avere un posto migliore, una vita più soddisfacente, oppure fare la fame – pensa –, sarebbe comunque meglio.” Non vuole essere dov’è. Non vuole essere chi è.
“Basta!”
Con un impulso improvviso e scattante spalanca il cassetto sotto la sua scrivania, afferra con sicurezza una busta candida ma sgualcita, contenente le sue dimissioni. I polpastrelli della mano destra tamburellano sorde palpitazioni sulla carta, nel momento in cui l’uomo, alzatosi in piedi, si scosta dalla scrivania, gettandosi su una spalla la giacca, repentinamente sfilata dallo schienale della sedia.
A testa alta, come se stesse posando gli occhi vividi, virenti su un interlocutore fuori dal campo visivo, con passo cadenzato e rumoroso consegna la busta alla segretaria nonché cognata del suo capo, senza fermarsi, per una volta, ad ascoltare pazientemente tutte le noiose novità di famiglia e i fastidiosi successi iperbolici dei figli del direttore. Poi, dopo aver salutato con distaccata cordialità e insolita disinvoltura, si allenta il nodo della cravatta e si sbottona il colletto della camicia, liberando così l’infastidito pomo d’Adamo, irritato dalla cucitura dietro all’ultimo bottone; esce dunque dall’ufficio con l’intento, non solo la speranza, di non doverci rientrare.
Però questo è accaduto nella sua mente. Non veramente, non oggi, non nella realtà.
Forse in futuro. Magari un domani…
La mosca, posandosi finalmente sulla falange dell’anulare sinistro, attira l’attenzione del dipendente. L’impiegato del mese scuote la mano, infastidito, e torna al lavoro, ricurvo sui fogli sparpagliati sulla scrivania.
La mosca, intanto, va ronzando dove preferisce.
sabato 31 dicembre 2011
L'alba del martedì
Aurora dalle dita rosate è giunta anche stamane a offrirci il consueto acquerello celeste, pregno di azzurro, blu, rosa, arancio, grigio, bianco e un po’ di rosso.
Nella sua arcaica perfezione l’omerica espressione formulare riesce ancora a dipingere meravigliosamente l’immagine dell’alba, anche se si tratta di un’alba qualunque, distante migliaia di anni da quelle a cui assisterono i coetanei di Odisseo: infatti, anche stamattina, alle prime luci di un qualsiasi martedì, l’aurora, mattiniera pittrice plurimillenaria, ha offerto al cielo le sue rosee pennellate, che ora si stagliano in una vasta fascia al centro di quel grigiume che, dall’alto, osserva minaccioso l’inizio di una nuova giornata, sciogliendosi nelle sfumature sovra citate.
Tra le tante teste illuminate dal bagliore dell’alba, profumato di fragole e arance, c’è quella di Matteo che si spazzola gli incisivi per una buona ventina di secondi, ancora addormentato e confuso dato l’orario talmente poco tardivo, da permettere ai lampioni di rischiarare ancora le vie. Poi, ricordandosi di quando aveva visto staccarsi la dentiera a suo nonno, spaventato dall’idea di guadagnarsi la medesima sorte e perciò preoccupato di non aver dedicato sufficienti energie a tutti gli altri denti, se li lava più in fretta che può, avendo cura di alternare frenetici movimenti verticali e orizzontali finché, interrotto dalla voce di sua madre, dà un bacio al papà, s’infila il cappotto e finisce sullo zerbino con la mamma, al confine tra casa e pianerottolo, tra il profumo soffice dei croissant che dalla cucina ha ormai raggiunto l’ingresso e l’odore pungente del detersivo usato per lucidare le scale.
“Teo, hai preso la merenda?” “Torno subito!”
Corre in cucina, si allunga per raggiungere l’anta del mobile sopra il frullatore, afferra un pacchetto di schiacciatine al rosmarino, con un saltello dà un colpo allo sportello per richiuderlo e, dopo un frettoloso “Ciao papà!”, torna a calpestare il cappello del Babbo Natale stampato sullo zerbino davanti a casa, dove la mamma, tenendo aperta la porta dell’ascensore, sorride perché, prevedendo queste piccole deviazioni, ha imparato a puntare la sveglia una decina di minuti prima.
“Pronto?” “Si, ora si!”
Matteo ha paura di prendere l’ascensore da quando un suo compagno di classe gli ha raccontato di esserci rimasto intrappolato per più di tre ore. Quindi, una volta entratoci, non si spinge sul fondo ma rimane vicino alla porta con la testa sollevata verso l’alto, ad aspettare con ansia che lo zero del pianterreno, illuminatosi, si spenga e un suono acuto dia il permesso di aprire le porticine.
Cinque. Quattro. Tre. Il due sembra tardare ad accendersi: “Non voglio rimanere nell’ascensore tutto quel tempo. Mi scapperebbe sicuramente la pipì e poi c’è troppo poco spazio!” pensa, nel frattempo, il piccolo eroe.
Finalmente due. Uno. “Oggi a ginnastica giochiamo a palla prigioniera, non posso mancare! Dai, dai!”
Zero, ting!
Matteo spalanca le piccole porte di legno cigolante dell’ascensore, corre fuori, attraversa l’androne rischiando di scivolare sulle piastrelle forse fin troppo lucidate, apre il portone, si riempie i polmoni di aria fresca, anzi proprio gelida, e, alzando al cielo i grandi e vivaci occhi color gianduia, li spalanca per accogliere, quanto più può, quel cielo spettacolare che sembra essere stato lì ad aspettare proprio lui.
Con il naso diventatogli già rosso per le basse temperature del mattino, la bocca semiaperta per lo stupore e le pupille fisse e perse nel meraviglioso cielo macchiato di rosa, dirigendosi verso la fermata dell’autobus che lo porterà alla scuola elementare, si rivolge a sua madre: “Mamma, perché il cielo è così bello?”
Un ragazzo, passando di fianco al bimbo e sentendo la sua domanda tanto ingenuamente complessa, sorride, mezzo nascosto dietro la sciarpa blu che sua zia gli ha regalato a Natale.
Stamattina deve camminare più del solito, perché ieri sera ha legato la bici parecchio lontano da casa, in quanto voleva camminare: Lorenzo sente sempre il bisogno di fare quattro passi quando le cose non vanno come vorrebbe, e questo è certamente un periodo che necessita di molto moto.
“Sono indietro con gli esami perché devo lavorare” pensa, andando a recuperare il suo veicolo bipede.
“Se ogni maledettissimo pomeriggio non dovessi stare in quel buco di McDrive a distribuire panini, ora sarei in pari con gli appelli all’università e i miei potrebbero essere fieri di me; finalmente smetterebbero di ascoltare le perplessità della zia.”
Difatti, la zia di Lorenzo manifesta puntualmente la propria altera contrarietà nei confronti della scelta di studiare filosofia ai genitori del giovane, i quali, da quando i risultati del figlio hanno registrato un calo, evidentemente dovuto ai turni da McDonald’s per pagarsi la retta universitaria, hanno cominciato a essere di un parere simile a quello dell’anziana parente invece che sostenere le speranze del ragazzo, sballottato tra hamburger e filosofia.
Da allora, la sentenza “avresti dovuto dedicarti a qualcosa di pratico e utile, come ha fatto tuo fratello” riecheggia nella mente del ragazzo come un martellante mal di denti: “Forse hanno ragione, avrei dovuto scegliere una facoltà che mi garantisse più opportunità lavorative dopo la laurea, oppure sarei dovuto andare a cercarmi un lavoro dimenticando l’università, come mio fratello.
Però cosa ci posso fare se mi piace quello che studio?” riflette, camminando.
“Meno male che ogni giorno, quando smonto dal turno di lavoro, tornato a casa, mi chiudo in camera, accendo la mia lampada da tavolo comprata all’Ikea e incontro i grandi pensatori del passato.
Come potrei rinunciare al mio quotidiano appuntamento con la filosofia, fedele amica da quando, a quindici anni, la conobbi per la prima volta?
Iniziai da Empedocle e poi, ammaliato dai ragionamenti contenuti nel libro di testo che il mio insegnante ci aveva fatto comprare, una pagina dopo l’altra, mi addentrai sempre più in quella che per me rimane la scienza specializzata nella parte dell’uomo più interessante: la sua facoltà di pensare, quella capacità che ci differenzia dalle bestie e ci fa protendere verso il divino infinito. Quell’accidente, onere o onore che si ritenga, che ci rende uomini, insomma. Che cazzo dovrei dire d’altro a mia zia, ogni volta che mi chiede cosa ci trovo di tanto speciale nella filosofia?”
Risvegliato dal freddo inaspettatamente gelido della catena, interamente coperta di brina, che lega la sua bicicletta a un lampione, trova la risposta al quesito retorico nell’emozione provocata dalla visione di quel cielo ceruleo spruzzato di rosso, che infonde speranze e lo guarda dall’alto, avvolto nel suo fascino misterioso e millenario.
Sembra dirgli: “Giovane, ama la filosofia, se ci credi, con lo stesso naturale trasporto con cui apprezzi l’alba”, uno dei tanti spettacoli della natura che pizzicano le corde più interessanti di cui è dotato quel particolare strumento musicale che è l’uomo.
Così, mentre monta in sella alla vecchia Atala di colore azzurro, col manubrio ricoperto di ruggine e il sellino assai scomodo, ma ancora più che funzionante, ripensando a quel bimbo incontrato poco prima, sorride coprendosi il naso con la sciarpa, si avvia verso l’università e, incrociando un attraversamento pedonale, nota un uomo sulla cinquantina che sembra essersi addormentato, appoggiato a un pilastro di cemento vicino al semaforo.
Decisamente più sfortunato di Lorenzo, circa una settimana fa, cercando di accendere l’auto, ancora ignaro del fatto che la giornata non sarebbe andata come stabilito, scoprì che c’era un motivo per cui la sua utilitaria usata era costata così poco rispetto alle altre autovetture disponibili sul mercato: a tre settimana dall’acquisto motore, radiatore e pure il tasto per alzare e abbassare il finestrino di fianco al posto di guida lo avevano lasciato a piedi a causa, secondo il meccanico tempestivamente contattato e assai caro, del freddo. Infatti, il signore è appena uscito dalla metropolitana. È riuscito a resistere al sonno mentre saliva in superficie con la scala mobile, ma al semaforo, che è diventato rosso proprio quando lui è arrivato sul ciglio del marciapiede, non ce l’ha fatta e si è assopito con la testa appoggiata al palo più vicino.
In questo periodo i turni notturni in ospedale gli sembrano particolarmente stancanti, da un lato perché con le feste la gente sembra avere più tempo per farsi o sentirsi male, quindi il pronto soccorso pullula di chi si è ferito tagliando distrattamente il panettone, chi è caduto rovinosamente sugli sci, chi, da quando non deve più pensare soltanto al lavoro, ha notato fastidiosi dolori in qualche punto del corpo, e chi invece, rimasto senza impiego, da quando ha scoperto che non dovrà più pensare al lavoro per un tempo tristemente indeterminato, aspetta l’Epifania, riempiendo le calze dei propri figli con attacchi d’ansia, depressione o sarcastici propositi di rapinare una delle piccole banche nella sua zona.
Dall’altro lato, da quando ha divorziato ed è tornato momentaneamente ad abitare con i suoi genitori, anche se ha qualche istante per coricarsi nel lettino in cui aveva dormito fino ai vent’anni, non riesce mai a prendere sonno profondamente. In pratica, similmente all’ultimo gruppo di malati natalizi, con la mente affollata dai mostri dell’insoddisfazione non riesce mai ad abbandonarsi a un sonno ristoratore, ristagnando perennemente in uno stato di apatico dormiveglia.
Anche adesso, si alza dal suo trono di cemento tenendo ancora gli occhi chiusi. Sa che il semaforo è diventato verde perché non percepisce più il calore all’altezza delle caviglie, emesso dai tubi di scappamento dei veicoli che, fino a un secondo fa, affollavano la carreggiata di fronte a lui; sposta in avanti il piede destro e, mentre ancora non ha toccato terra, apre gli occhi, trascinandosi fino alla sponda opposta di marciapiede.
Vede sempre tutto annebbiato e i suoi ragionamenti sono offuscati almeno tanto quanto i suoi organi di senso: da quando è precipitato in questo stato, gli si presentano alla mente solo immagini e parole apparentemente sconnesse tra loro, mai in quella naturale armonia che dovrebbe popolare una testa genitrice di umani ragionamenti, e sono accompagnate da quei classici salti al cuore che capitano quando si trattiene il fiato oppure, come nel caso del nostro Roberto, ci si dimentica proprio di respirare.
Dice tra sé e sé: “Cornuto, vecchio e dormo da mamma e papà. E la macchina…
Devo mangiare qualcosa.
Quel ragazzo delle quattro non l’abbiamo salvato.” Non respira, il suo cuore rallenta bruscamente.
Poi, inghiotte involontariamente un po’ d’aria e l’organo cardiaco con un doloroso e sordo colpo iniziale si tuffa in un ritmo più accelerato fino a un’altra di quelle visioni oniriche.
In questo modo, ora procede verso casa e, in generale, tira avanti da mesi, oramai.
A un certo punto rischia di scivolare su un tombino gelatosi durante la notte e, pensando “Dannato il meccanico e il suo freddo!”, si rannicchia per tornare in equilibrio, quando sente gocciolare qualcosa di piccolo e viscido sui capelli: un piccione, non uno di quelli più comuni, ovvero di un grigio scuro la cui tonalità non si capisce se sia dovuta a madre natura, al sozzume per cui questo tipo di uccello è rinomato o allo smog, ma uno bianco con una macchia circolare sul petto, ha appena svuotato il proprio intestino sulla capigliatura di Roberto, che sottovoce si lamenta: “Ecco, questa mi mancava. Grazie tante!”
Data la circostanza, il medico in un certo senso incoronato s’incammina verso l’ingresso del condominio più vicino, per specchiarsi nel vetro del portone e tentare di levarsi quello schizzo biancastro che, nonostante il colore tendente più al grigio che al nero dei suoi capelli brizzolati, attira l’attenzione dei passanti.
Allora, mentre con un’espressione disgustata maneggia un fazzoletto, Roberto nota un paramento funebre appeso sulla parete sinistra del corridoio oltre il portone prescelto. Aguzza la vista e, cercando di fare ombra con le mani per ridurre al minimo il riverbero delle luci alle sue spalle, riesce a leggere al centro di quel pezzo di tessuto nero di forma circolare “Brighenti”. La signora Brighenti, una donnina gracile che aveva superato l’ottantina da più di una decade, amica di sua madre che, quando Roberto era piccolo, gli regalava sempre dei buonissimi cioccolatini con involucro di cioccolato bianco e ripieno di crema alle nocciole, è morta.
Il medico si volta e si ferma un attimo a fissare l’orizzonte con le spalle contro la porta nel cui vetro, fino a pochi istanti fa, si stava specchiando.
Le foglie arancioni che l’inverno ha lasciato sugli alberi, che dividono le due carreggiate della strada da poco attraversata da Roberto, si confondono nell’orizzonte infuocato dall’alba: sembrano voler competere con le nuvole nel dare forma al cielo.
Il cinquantenne con le spalle al muro, incamminandosi verso casa, appare più desto.
“Certo che siamo fortunati. Io sono fortunato.” pensa e, finalmente, si affatica per cercare di tenere gli occhi aperti, incollandoli allo sfondo multicolore offerto dall’aurora.
Mentre Roberto va a casa, dove saluterà con un trasporto inconsueto i suoi genitori, si farà una doccia, si sistemerà la barba come non fa da troppo tempo, e, dopo essersi disteso sul letto singolo della sua cameretta, si impegnerà a fare un respiro profondo senza balzi al cuore, il signor Brighenti, Carlo Brighenti, da poco rimasto vedovo, si siede al tavolo della cucina nel suo appartamento.
Fino all’altro ieri, a quell’ora, ogni giorno faceva colazione con sua moglie, che aveva una passione per i fiori: tende a fiori, tappetini a fiori, vestiti floreali, ma soprattutto sempre un mazzo di fiori freschi al centro del tavolo della cucina.
L’altro ieri aveva preso tre margherite gialle, i cui petali iniziano ad appassire.
L’anziano estrae dal vaso una margherita.
“L’altro giorno abbiamo litigato per questa” pensa, accarezzando quel frutto mancato che gli ricorda la sua consorte.
Come quei petali le guance della signora Brighenti erano state macchiate dal trascorrere imperterrito del tempo, ma erano rimaste vellutate e profumavano sempre di rosa grazie a quell’essenza comprata in erboristeria, che Carlo aveva detto di detestare e di cui ora già sente la mancanza; lui che ieri, salutando la figlia, l’ha consolata come se, preparato a quell’inevitabile momento, avesse accettato con serenità la scomparsa della moglie. Ma non era così. Aveva sempre temuto questo momento, però non lo aveva mai considerato seriamente.
Aveva preferito continuare a comportarsi come sempre, inutile bisticcio dopo bisticcio come è tipico di ogni coppia sposata da più di mezzo secolo, anche quando capì che, se una mattina si fosse svegliato da solo e avesse dovuto fare colazione senza la sua compagna, gli sarebbe mancata molto. Tuttavia, preferì tenere la sua gratitudine per sé, perché non voleva diventare uno sdolcinato a novant’anni.
“E ora è accaduto l’inevitabile e irrimediabile.” Proprio così.
L’anziano ripone la margherita nel vaso al centro del tavolo e, appoggiando la mano sinistra stretta in un pugno sul piano, sussurra: “Avrei dovuto ringraziarla più spesso: grazie per le colazioni, i pranzi, le cene, grazie di aver cresciuto i nostri figli, grazie di avermi sopportato per tutti questi anni.
Avrei dovuto dirle che mi piacciono i fiori perché piacevano a lei.” Poi, con voce bassa e tremante aggiunge: “Avrei dovuto dirle tutti i giorni che l’amo”.
Abbassando la testa, guarda la sua mano: mano da lavoratore possente, ruvida dalla parte del palmo e raggrinzita sul dorso, ha impastato acqua e farina per una vita, offrendo pane e focaccia almeno a tre generazioni.
Estraendosi la fede dall’anulare, legge la data riportata all’interno col tatto, perché ha scordato gli occhiali da vista in camera dal momento che non c’è più sua moglie a ricordarglieli; afferrando il vaso di fiori appassiti si dirige verso il cestino della spazzatura ma, prima di aprire l’anta sotto il lavello, dà un’occhiata fuori dalla finestra della cucina.
Non aveva mai notato quale meravigliosa vista offrisse quel pertugio, sebbene abitasse lì da una sessantina d’anni: si gode allora, dall’alto del quinto piano, per la prima volta, la vista sull’orizzonte, priva di ostacoli così da consentire all’aurora di riempire la stanza delle sue incantevoli sfumature, che, simili a un campo fiorito, ricordano al canuto signore sua moglie.
Mentre gli occhi di Carlo vengono lambiti da tiepide lacrime, nutrendosi di quel giallo di infinite margherite e girasoli, del rosa di sterminati campi di garofani, del colore di innumerevoli tulipani aranciati e rose rosse, portati dalle prime luci del mattino, l’uomo appoggia il vaso che ha in mano sul bordo della finestra, senza guardare. Successivamente, dirigendosi verso la porta della cucina con gli occhi ancora inumiditi dalle lacrime, scorge un’enorme confezione di profumatori per armadio all’essenza di rosa, che sua moglie gli aveva ostinatamente infilato tra le camicie per una vita intera. Sorride col mento che gli trema lievemente, si volta a gustare ancora una volta i colori dell’alba che inebriano la sua cucina ed esce di casa.
Andrà a comprare dei fiori, per metterli al centro della tavola prima di fare colazione, oggi come per il resto della sua esistenza, ogni mattina, quando, svegliato dall’alba con le sue inconfondibili tinte, gli sembrerà che lo osservi dall’alto con uno sguardo simile a quello di sua moglie.
Fino a quando gli uomini saranno capaci di ammirare Aurora dalle dita rosate, divina creatrice di un sentimento di speranzosa manchevolezza e che, avvolgendo l’uomo nella sua millenaria beltà, lo spinge per le vie della vita, Carlo uscirà a prendere dei fiori perché possa onorare il ricordo di sua moglie. Roberto cercherà di non farsi sfuggire, adirato e insofferente, la propria esistenza, Lorenzo non smetterà di credere in ciò che ama e desidera e Matteo continuerà a stupirsi dell’indescrivibile bellezza che la vita ha in serbo per lui, per noi.
Tra le tante teste illuminate dal bagliore dell’alba, profumato di fragole e arance, c’è quella di Matteo che si spazzola gli incisivi per una buona ventina di secondi, ancora addormentato e confuso dato l’orario talmente poco tardivo, da permettere ai lampioni di rischiarare ancora le vie. Poi, ricordandosi di quando aveva visto staccarsi la dentiera a suo nonno, spaventato dall’idea di guadagnarsi la medesima sorte e perciò preoccupato di non aver dedicato sufficienti energie a tutti gli altri denti, se li lava più in fretta che può, avendo cura di alternare frenetici movimenti verticali e orizzontali finché, interrotto dalla voce di sua madre, dà un bacio al papà, s’infila il cappotto e finisce sullo zerbino con la mamma, al confine tra casa e pianerottolo, tra il profumo soffice dei croissant che dalla cucina ha ormai raggiunto l’ingresso e l’odore pungente del detersivo usato per lucidare le scale.
“Teo, hai preso la merenda?” “Torno subito!”
Corre in cucina, si allunga per raggiungere l’anta del mobile sopra il frullatore, afferra un pacchetto di schiacciatine al rosmarino, con un saltello dà un colpo allo sportello per richiuderlo e, dopo un frettoloso “Ciao papà!”, torna a calpestare il cappello del Babbo Natale stampato sullo zerbino davanti a casa, dove la mamma, tenendo aperta la porta dell’ascensore, sorride perché, prevedendo queste piccole deviazioni, ha imparato a puntare la sveglia una decina di minuti prima.
“Pronto?” “Si, ora si!”
Matteo ha paura di prendere l’ascensore da quando un suo compagno di classe gli ha raccontato di esserci rimasto intrappolato per più di tre ore. Quindi, una volta entratoci, non si spinge sul fondo ma rimane vicino alla porta con la testa sollevata verso l’alto, ad aspettare con ansia che lo zero del pianterreno, illuminatosi, si spenga e un suono acuto dia il permesso di aprire le porticine.
Cinque. Quattro. Tre. Il due sembra tardare ad accendersi: “Non voglio rimanere nell’ascensore tutto quel tempo. Mi scapperebbe sicuramente la pipì e poi c’è troppo poco spazio!” pensa, nel frattempo, il piccolo eroe.
Finalmente due. Uno. “Oggi a ginnastica giochiamo a palla prigioniera, non posso mancare! Dai, dai!”
Zero, ting!
Matteo spalanca le piccole porte di legno cigolante dell’ascensore, corre fuori, attraversa l’androne rischiando di scivolare sulle piastrelle forse fin troppo lucidate, apre il portone, si riempie i polmoni di aria fresca, anzi proprio gelida, e, alzando al cielo i grandi e vivaci occhi color gianduia, li spalanca per accogliere, quanto più può, quel cielo spettacolare che sembra essere stato lì ad aspettare proprio lui.
Con il naso diventatogli già rosso per le basse temperature del mattino, la bocca semiaperta per lo stupore e le pupille fisse e perse nel meraviglioso cielo macchiato di rosa, dirigendosi verso la fermata dell’autobus che lo porterà alla scuola elementare, si rivolge a sua madre: “Mamma, perché il cielo è così bello?”
Un ragazzo, passando di fianco al bimbo e sentendo la sua domanda tanto ingenuamente complessa, sorride, mezzo nascosto dietro la sciarpa blu che sua zia gli ha regalato a Natale.
Stamattina deve camminare più del solito, perché ieri sera ha legato la bici parecchio lontano da casa, in quanto voleva camminare: Lorenzo sente sempre il bisogno di fare quattro passi quando le cose non vanno come vorrebbe, e questo è certamente un periodo che necessita di molto moto.
“Sono indietro con gli esami perché devo lavorare” pensa, andando a recuperare il suo veicolo bipede.
“Se ogni maledettissimo pomeriggio non dovessi stare in quel buco di McDrive a distribuire panini, ora sarei in pari con gli appelli all’università e i miei potrebbero essere fieri di me; finalmente smetterebbero di ascoltare le perplessità della zia.”
Difatti, la zia di Lorenzo manifesta puntualmente la propria altera contrarietà nei confronti della scelta di studiare filosofia ai genitori del giovane, i quali, da quando i risultati del figlio hanno registrato un calo, evidentemente dovuto ai turni da McDonald’s per pagarsi la retta universitaria, hanno cominciato a essere di un parere simile a quello dell’anziana parente invece che sostenere le speranze del ragazzo, sballottato tra hamburger e filosofia.
Da allora, la sentenza “avresti dovuto dedicarti a qualcosa di pratico e utile, come ha fatto tuo fratello” riecheggia nella mente del ragazzo come un martellante mal di denti: “Forse hanno ragione, avrei dovuto scegliere una facoltà che mi garantisse più opportunità lavorative dopo la laurea, oppure sarei dovuto andare a cercarmi un lavoro dimenticando l’università, come mio fratello.
Però cosa ci posso fare se mi piace quello che studio?” riflette, camminando.
“Meno male che ogni giorno, quando smonto dal turno di lavoro, tornato a casa, mi chiudo in camera, accendo la mia lampada da tavolo comprata all’Ikea e incontro i grandi pensatori del passato.
Come potrei rinunciare al mio quotidiano appuntamento con la filosofia, fedele amica da quando, a quindici anni, la conobbi per la prima volta?
Iniziai da Empedocle e poi, ammaliato dai ragionamenti contenuti nel libro di testo che il mio insegnante ci aveva fatto comprare, una pagina dopo l’altra, mi addentrai sempre più in quella che per me rimane la scienza specializzata nella parte dell’uomo più interessante: la sua facoltà di pensare, quella capacità che ci differenzia dalle bestie e ci fa protendere verso il divino infinito. Quell’accidente, onere o onore che si ritenga, che ci rende uomini, insomma. Che cazzo dovrei dire d’altro a mia zia, ogni volta che mi chiede cosa ci trovo di tanto speciale nella filosofia?”
Risvegliato dal freddo inaspettatamente gelido della catena, interamente coperta di brina, che lega la sua bicicletta a un lampione, trova la risposta al quesito retorico nell’emozione provocata dalla visione di quel cielo ceruleo spruzzato di rosso, che infonde speranze e lo guarda dall’alto, avvolto nel suo fascino misterioso e millenario.
Sembra dirgli: “Giovane, ama la filosofia, se ci credi, con lo stesso naturale trasporto con cui apprezzi l’alba”, uno dei tanti spettacoli della natura che pizzicano le corde più interessanti di cui è dotato quel particolare strumento musicale che è l’uomo.
Così, mentre monta in sella alla vecchia Atala di colore azzurro, col manubrio ricoperto di ruggine e il sellino assai scomodo, ma ancora più che funzionante, ripensando a quel bimbo incontrato poco prima, sorride coprendosi il naso con la sciarpa, si avvia verso l’università e, incrociando un attraversamento pedonale, nota un uomo sulla cinquantina che sembra essersi addormentato, appoggiato a un pilastro di cemento vicino al semaforo.
Decisamente più sfortunato di Lorenzo, circa una settimana fa, cercando di accendere l’auto, ancora ignaro del fatto che la giornata non sarebbe andata come stabilito, scoprì che c’era un motivo per cui la sua utilitaria usata era costata così poco rispetto alle altre autovetture disponibili sul mercato: a tre settimana dall’acquisto motore, radiatore e pure il tasto per alzare e abbassare il finestrino di fianco al posto di guida lo avevano lasciato a piedi a causa, secondo il meccanico tempestivamente contattato e assai caro, del freddo. Infatti, il signore è appena uscito dalla metropolitana. È riuscito a resistere al sonno mentre saliva in superficie con la scala mobile, ma al semaforo, che è diventato rosso proprio quando lui è arrivato sul ciglio del marciapiede, non ce l’ha fatta e si è assopito con la testa appoggiata al palo più vicino.
In questo periodo i turni notturni in ospedale gli sembrano particolarmente stancanti, da un lato perché con le feste la gente sembra avere più tempo per farsi o sentirsi male, quindi il pronto soccorso pullula di chi si è ferito tagliando distrattamente il panettone, chi è caduto rovinosamente sugli sci, chi, da quando non deve più pensare soltanto al lavoro, ha notato fastidiosi dolori in qualche punto del corpo, e chi invece, rimasto senza impiego, da quando ha scoperto che non dovrà più pensare al lavoro per un tempo tristemente indeterminato, aspetta l’Epifania, riempiendo le calze dei propri figli con attacchi d’ansia, depressione o sarcastici propositi di rapinare una delle piccole banche nella sua zona.
Dall’altro lato, da quando ha divorziato ed è tornato momentaneamente ad abitare con i suoi genitori, anche se ha qualche istante per coricarsi nel lettino in cui aveva dormito fino ai vent’anni, non riesce mai a prendere sonno profondamente. In pratica, similmente all’ultimo gruppo di malati natalizi, con la mente affollata dai mostri dell’insoddisfazione non riesce mai ad abbandonarsi a un sonno ristoratore, ristagnando perennemente in uno stato di apatico dormiveglia.
Anche adesso, si alza dal suo trono di cemento tenendo ancora gli occhi chiusi. Sa che il semaforo è diventato verde perché non percepisce più il calore all’altezza delle caviglie, emesso dai tubi di scappamento dei veicoli che, fino a un secondo fa, affollavano la carreggiata di fronte a lui; sposta in avanti il piede destro e, mentre ancora non ha toccato terra, apre gli occhi, trascinandosi fino alla sponda opposta di marciapiede.
Vede sempre tutto annebbiato e i suoi ragionamenti sono offuscati almeno tanto quanto i suoi organi di senso: da quando è precipitato in questo stato, gli si presentano alla mente solo immagini e parole apparentemente sconnesse tra loro, mai in quella naturale armonia che dovrebbe popolare una testa genitrice di umani ragionamenti, e sono accompagnate da quei classici salti al cuore che capitano quando si trattiene il fiato oppure, come nel caso del nostro Roberto, ci si dimentica proprio di respirare.
Dice tra sé e sé: “Cornuto, vecchio e dormo da mamma e papà. E la macchina…
Devo mangiare qualcosa.
Quel ragazzo delle quattro non l’abbiamo salvato.” Non respira, il suo cuore rallenta bruscamente.
Poi, inghiotte involontariamente un po’ d’aria e l’organo cardiaco con un doloroso e sordo colpo iniziale si tuffa in un ritmo più accelerato fino a un’altra di quelle visioni oniriche.
In questo modo, ora procede verso casa e, in generale, tira avanti da mesi, oramai.
A un certo punto rischia di scivolare su un tombino gelatosi durante la notte e, pensando “Dannato il meccanico e il suo freddo!”, si rannicchia per tornare in equilibrio, quando sente gocciolare qualcosa di piccolo e viscido sui capelli: un piccione, non uno di quelli più comuni, ovvero di un grigio scuro la cui tonalità non si capisce se sia dovuta a madre natura, al sozzume per cui questo tipo di uccello è rinomato o allo smog, ma uno bianco con una macchia circolare sul petto, ha appena svuotato il proprio intestino sulla capigliatura di Roberto, che sottovoce si lamenta: “Ecco, questa mi mancava. Grazie tante!”
Data la circostanza, il medico in un certo senso incoronato s’incammina verso l’ingresso del condominio più vicino, per specchiarsi nel vetro del portone e tentare di levarsi quello schizzo biancastro che, nonostante il colore tendente più al grigio che al nero dei suoi capelli brizzolati, attira l’attenzione dei passanti.
Allora, mentre con un’espressione disgustata maneggia un fazzoletto, Roberto nota un paramento funebre appeso sulla parete sinistra del corridoio oltre il portone prescelto. Aguzza la vista e, cercando di fare ombra con le mani per ridurre al minimo il riverbero delle luci alle sue spalle, riesce a leggere al centro di quel pezzo di tessuto nero di forma circolare “Brighenti”. La signora Brighenti, una donnina gracile che aveva superato l’ottantina da più di una decade, amica di sua madre che, quando Roberto era piccolo, gli regalava sempre dei buonissimi cioccolatini con involucro di cioccolato bianco e ripieno di crema alle nocciole, è morta.
Il medico si volta e si ferma un attimo a fissare l’orizzonte con le spalle contro la porta nel cui vetro, fino a pochi istanti fa, si stava specchiando.
Le foglie arancioni che l’inverno ha lasciato sugli alberi, che dividono le due carreggiate della strada da poco attraversata da Roberto, si confondono nell’orizzonte infuocato dall’alba: sembrano voler competere con le nuvole nel dare forma al cielo.
Il cinquantenne con le spalle al muro, incamminandosi verso casa, appare più desto.
“Certo che siamo fortunati. Io sono fortunato.” pensa e, finalmente, si affatica per cercare di tenere gli occhi aperti, incollandoli allo sfondo multicolore offerto dall’aurora.
Mentre Roberto va a casa, dove saluterà con un trasporto inconsueto i suoi genitori, si farà una doccia, si sistemerà la barba come non fa da troppo tempo, e, dopo essersi disteso sul letto singolo della sua cameretta, si impegnerà a fare un respiro profondo senza balzi al cuore, il signor Brighenti, Carlo Brighenti, da poco rimasto vedovo, si siede al tavolo della cucina nel suo appartamento.
Fino all’altro ieri, a quell’ora, ogni giorno faceva colazione con sua moglie, che aveva una passione per i fiori: tende a fiori, tappetini a fiori, vestiti floreali, ma soprattutto sempre un mazzo di fiori freschi al centro del tavolo della cucina.
L’altro ieri aveva preso tre margherite gialle, i cui petali iniziano ad appassire.
L’anziano estrae dal vaso una margherita.
“L’altro giorno abbiamo litigato per questa” pensa, accarezzando quel frutto mancato che gli ricorda la sua consorte.
Come quei petali le guance della signora Brighenti erano state macchiate dal trascorrere imperterrito del tempo, ma erano rimaste vellutate e profumavano sempre di rosa grazie a quell’essenza comprata in erboristeria, che Carlo aveva detto di detestare e di cui ora già sente la mancanza; lui che ieri, salutando la figlia, l’ha consolata come se, preparato a quell’inevitabile momento, avesse accettato con serenità la scomparsa della moglie. Ma non era così. Aveva sempre temuto questo momento, però non lo aveva mai considerato seriamente.
Aveva preferito continuare a comportarsi come sempre, inutile bisticcio dopo bisticcio come è tipico di ogni coppia sposata da più di mezzo secolo, anche quando capì che, se una mattina si fosse svegliato da solo e avesse dovuto fare colazione senza la sua compagna, gli sarebbe mancata molto. Tuttavia, preferì tenere la sua gratitudine per sé, perché non voleva diventare uno sdolcinato a novant’anni.
“E ora è accaduto l’inevitabile e irrimediabile.” Proprio così.
L’anziano ripone la margherita nel vaso al centro del tavolo e, appoggiando la mano sinistra stretta in un pugno sul piano, sussurra: “Avrei dovuto ringraziarla più spesso: grazie per le colazioni, i pranzi, le cene, grazie di aver cresciuto i nostri figli, grazie di avermi sopportato per tutti questi anni.
Avrei dovuto dirle che mi piacciono i fiori perché piacevano a lei.” Poi, con voce bassa e tremante aggiunge: “Avrei dovuto dirle tutti i giorni che l’amo”.
Abbassando la testa, guarda la sua mano: mano da lavoratore possente, ruvida dalla parte del palmo e raggrinzita sul dorso, ha impastato acqua e farina per una vita, offrendo pane e focaccia almeno a tre generazioni.
Estraendosi la fede dall’anulare, legge la data riportata all’interno col tatto, perché ha scordato gli occhiali da vista in camera dal momento che non c’è più sua moglie a ricordarglieli; afferrando il vaso di fiori appassiti si dirige verso il cestino della spazzatura ma, prima di aprire l’anta sotto il lavello, dà un’occhiata fuori dalla finestra della cucina.
Non aveva mai notato quale meravigliosa vista offrisse quel pertugio, sebbene abitasse lì da una sessantina d’anni: si gode allora, dall’alto del quinto piano, per la prima volta, la vista sull’orizzonte, priva di ostacoli così da consentire all’aurora di riempire la stanza delle sue incantevoli sfumature, che, simili a un campo fiorito, ricordano al canuto signore sua moglie.
Mentre gli occhi di Carlo vengono lambiti da tiepide lacrime, nutrendosi di quel giallo di infinite margherite e girasoli, del rosa di sterminati campi di garofani, del colore di innumerevoli tulipani aranciati e rose rosse, portati dalle prime luci del mattino, l’uomo appoggia il vaso che ha in mano sul bordo della finestra, senza guardare. Successivamente, dirigendosi verso la porta della cucina con gli occhi ancora inumiditi dalle lacrime, scorge un’enorme confezione di profumatori per armadio all’essenza di rosa, che sua moglie gli aveva ostinatamente infilato tra le camicie per una vita intera. Sorride col mento che gli trema lievemente, si volta a gustare ancora una volta i colori dell’alba che inebriano la sua cucina ed esce di casa.
Andrà a comprare dei fiori, per metterli al centro della tavola prima di fare colazione, oggi come per il resto della sua esistenza, ogni mattina, quando, svegliato dall’alba con le sue inconfondibili tinte, gli sembrerà che lo osservi dall’alto con uno sguardo simile a quello di sua moglie.
Fino a quando gli uomini saranno capaci di ammirare Aurora dalle dita rosate, divina creatrice di un sentimento di speranzosa manchevolezza e che, avvolgendo l’uomo nella sua millenaria beltà, lo spinge per le vie della vita, Carlo uscirà a prendere dei fiori perché possa onorare il ricordo di sua moglie. Roberto cercherà di non farsi sfuggire, adirato e insofferente, la propria esistenza, Lorenzo non smetterà di credere in ciò che ama e desidera e Matteo continuerà a stupirsi dell’indescrivibile bellezza che la vita ha in serbo per lui, per noi.
lunedì 28 novembre 2011
Antologia epistolare da un aldilà. Capitolo II.
Al mio Davide.
Chissà quanti anni avrai quando leggerai questa lettera. Chissà che persona sarai, quali saranno i tuoi desideri, le tue impressioni riguardo al mondo e le tue intime riflessioni. Chissà se sarai uno che preferisce dormire fino a tardi come me, o se non riuscirai a fare a meno di rendere ogni giornata dinamica, come tuo papà che ogni domenica, quando ancora stavo bene, riusciva sempre a farmi mettere il naso fuori di casa. Mi convinceva, ogni volta, a fare un salto in quel mondo da cui io, invece, tendevo ad allontanarmi, infagottata tra le lenzuola del letto.
Chissà se preferirai il caffè amaro o zuccherato; chissà se berrai il caffè.
Chissà se preferirai il caffè amaro o zuccherato; chissà se berrai il caffè.
Oggi tu compi un anno, mentre io ne ho trentasei, ma sia io sia i miei medici siamo ormai certi che non riuscirò a festeggiare il mio trentasettesimo compleanno, anche se sarà tra meno di una ventina di giorni.
Da un lato sono contenta che tu sia ancora così piccolo adesso che sono malata: il mio aspetto è stato trasfigurato da un problema attualmente poco curabile, perciò mi rasserena pensare che avrai di me l’immagine di quella donna sana con le guance rosee e i lunghi capelli folti, fotografata in tempi decisamente diversi dai più recenti.
Dall’altro, al di là di questa vana consolazione, desidererei più di ogni altra cosa avere la possibilità di stringerti a me senza il costante cocente indescrivibilmente infelice pensiero, che quello potrebbe essere l’ultimo abbraccio del mio bambino. L’ultimo abbraccio della tua mamma.
Dall’altro, al di là di questa vana consolazione, desidererei più di ogni altra cosa avere la possibilità di stringerti a me senza il costante cocente indescrivibilmente infelice pensiero, che quello potrebbe essere l’ultimo abbraccio del mio bambino. L’ultimo abbraccio della tua mamma.
Non sai quanto vorrei poterti fare addormentare ogni sera, cullandoti senza sentire il tempo che passa; farti il bagnetto miscelando acqua calda e fredda fino a raggiungere la temperatura più piacevole possibile; darti da mangiare e sorridere alle espressioni incontrollate del tuo faccino, ogni volta che assaggi qualcosa di nuovo.
Darei qualunque cosa per poter assistere ai tuoi primi passi, alla tua prima sbucciatura, al tuo primo giorno di scuola, ma non mi resta più nulla da barattare.
Darei qualunque cosa per poter assistere ai tuoi primi passi, alla tua prima sbucciatura, al tuo primo giorno di scuola, ma non mi resta più nulla da barattare.
Proprio perché non potrò vederti crescere e contribuire alla formazione della tua persona, ho deciso di scriverti queste righe, per lasciarti almeno un mio primo e ultimo biglietto di buon compleanno e affidarti l’insegnamento che più mi preme confidare a mio figlio, e che ben pochi possono aver imparato meglio di un malato di cancro: hai una sola esistenza a disposizione, non sprecarla.
Questa frase ti apparirà poco importante quando trascorrerai le giornate giocando coi tuoi amici, correndo a perdi fiato, succhiando freneticamente ogni afflato di vita che i giorni ti offriranno finché, calato il buio, nemico di ogni bimbo, ti fermerai, cullato dai sogni, a recuperare le energie, che il giorno dopo sfogherai senza farti scappare nessun morso di vita.
Però, quando gli anni passeranno e insieme a loro l’energia incomincerà a dover essere impiegata in più ambiti oltre a quello del gioco, finirai di vivere per il semplice vivere, smettendo così anche di divorare l’esistenza a grossi bocconi: allora inizierai a vivere per qualcosa che è altro dal vivere e basta, sia esso un obiettivo da raggiungere, una passione da perseguire o qualcuno da amare. Dunque il monito di non sprecare la tua esistenza potrà divenire più chiaro ai tuoi occhi, poiché comprenderai che non è affatto semplice tenere in pugno la nostra vita ed evitare che ci scivoli addosso, lasciandoci attoniti, inermi e incoscienti fino a un giorno in cui, rianimandoci dal torpore, potrebbe essere troppo tardivo reagire.
Però, quando gli anni passeranno e insieme a loro l’energia incomincerà a dover essere impiegata in più ambiti oltre a quello del gioco, finirai di vivere per il semplice vivere, smettendo così anche di divorare l’esistenza a grossi bocconi: allora inizierai a vivere per qualcosa che è altro dal vivere e basta, sia esso un obiettivo da raggiungere, una passione da perseguire o qualcuno da amare. Dunque il monito di non sprecare la tua esistenza potrà divenire più chiaro ai tuoi occhi, poiché comprenderai che non è affatto semplice tenere in pugno la nostra vita ed evitare che ci scivoli addosso, lasciandoci attoniti, inermi e incoscienti fino a un giorno in cui, rianimandoci dal torpore, potrebbe essere troppo tardivo reagire.
Non dobbiamo permetterci di confondere il vivere col tirare avanti, altrimenti, svegliatici una mattina senza motivi per alzarci, potremmo non riuscire più a scovare l’energia necessaria per rispondere al sentimento di infelice insofferenza, causato niente meno che da noi stessi, diventati ingrati e ciechi davanti alla bellezza universalmente disponibile. Oppure, scossi di soprassalto da una malattia che non concede guarigione, diverremmo bruscamente coscienti dell’insolubile sbaglio commesso: aver deciso di non interagire col mondo circostante, non essersi sentiti partecipi della meraviglia in cui ci troviamo a esistere.
Caro Davide, mia unica fonte di lacrime felici, non scordare mai l’amore che provo per te e ricorda, soprattutto, di volerti sommamente bene, per non sentirti mai escluso da questa corsa che è la vita. La tua vita.
Ti auguro un compleanno meraviglioso, ma soltanto mediocre se paragonato a quelli che dovrai ancora festeggiare.
Ti auguro un compleanno meraviglioso, ma soltanto mediocre se paragonato a quelli che dovrai ancora festeggiare.
Chissà quanti anni avrai quando leggerai questa lettera. Chissà se avrai fatto scelte coscienziose, se la mattina ti sveglierai felice, se vorrai avere un figlio, se sarai soddisfatto di te stesso. Chissà che scuole frequenterai, che lavoro vorrai fare, che genere di libri, film o musica ti appassionerà di più.
Chissà se nel fine settimana preferirai stare a casa o uscire, se andrai d’accordo con tuo papà, se come lui sarai espansivo, generoso, socievole e pure testardo. Chissà se sarà stata trovata una cura al cancro.
Chissà se ti mancherò.
Chissà se ti mancherò.
La tua mamma.
martedì 30 agosto 2011
Antologia epistolare da un aldilà. Capitolo I.
Cara Amelia,
mi manchi.
Vorrei poter trascorrere ancora un giorno insieme a te, una sola, intera giornata con te, mia più preziosa compagna.
Ti porterei in campagna per perderci nell’erba alta, aspettando il tramonto, per poi ammirare abbracciati tutte le stelle che la notte sa offrirci.
Desidererei anche rivivere la nostra ultima, normale domenica, una delle tante, abitudinarie, innocenti domeniche che abbiamo vissuto fianco a fianco: svegliarmi in un letto che sa di te, preparare il caffè e attendere l’ora di pranzo sul divano, ascoltando i tuoi movimenti in cucina. Dopo cena, tornare nel letto in cui tutto ha avuto inizio, per assaporare quella piacevole atmosfera di annoiata tranquillità per l’imminente lunedì lavorativo, e baciarti, ancora una volta, prima di spegnere la luce sul tuo comodino.
Quanto vorrei poter affondare le mie dita nei tuoi capelli profumati di primavera; poterti ancora stringere così forte, da sentire il solletico delle tue ciglia sul mio collo.
Non sai quanto mi manchi il tuo morbido respiro, ritmato dal battito lieve del tuo petto.
Amelia credimi, se dico che sei l’unico motivo per cui potrei pentirmi di ciò che ho fatto, e non farti abbattere dalla mia decisione, per quanto dolorosa ti appaia, perché è la migliore che potessi prendere.
Entrambi sappiamo che non ero fatto per vivere. Sono sempre stato sprovvisto d’immaginazione, questa è stata la mia sfortuna.
Mi ricordo che alle elementari litigai con un mio compagno di classe, perché mi ero sdraiato sotto un albero che lui riteneva essere la sua nave. Il piccolo pirata era capace di vedere uno spumeggiante oceano in tempesta tra le radici della vecchia quercia, piantata nel cortile della nostra scuola, e spaventose saette nel cielo completamente limpido sopra di noi; ma io no, e mi ostinavo a sostenere che non ci fosse nulla di speciale in quel posto.
Vorrei poter trascorrere ancora un giorno insieme a te, una sola, intera giornata con te, mia più preziosa compagna.
Ti porterei in campagna per perderci nell’erba alta, aspettando il tramonto, per poi ammirare abbracciati tutte le stelle che la notte sa offrirci.
Desidererei anche rivivere la nostra ultima, normale domenica, una delle tante, abitudinarie, innocenti domeniche che abbiamo vissuto fianco a fianco: svegliarmi in un letto che sa di te, preparare il caffè e attendere l’ora di pranzo sul divano, ascoltando i tuoi movimenti in cucina. Dopo cena, tornare nel letto in cui tutto ha avuto inizio, per assaporare quella piacevole atmosfera di annoiata tranquillità per l’imminente lunedì lavorativo, e baciarti, ancora una volta, prima di spegnere la luce sul tuo comodino.
Quanto vorrei poter affondare le mie dita nei tuoi capelli profumati di primavera; poterti ancora stringere così forte, da sentire il solletico delle tue ciglia sul mio collo.
Non sai quanto mi manchi il tuo morbido respiro, ritmato dal battito lieve del tuo petto.
Amelia credimi, se dico che sei l’unico motivo per cui potrei pentirmi di ciò che ho fatto, e non farti abbattere dalla mia decisione, per quanto dolorosa ti appaia, perché è la migliore che potessi prendere.
Entrambi sappiamo che non ero fatto per vivere. Sono sempre stato sprovvisto d’immaginazione, questa è stata la mia sfortuna.
Mi ricordo che alle elementari litigai con un mio compagno di classe, perché mi ero sdraiato sotto un albero che lui riteneva essere la sua nave. Il piccolo pirata era capace di vedere uno spumeggiante oceano in tempesta tra le radici della vecchia quercia, piantata nel cortile della nostra scuola, e spaventose saette nel cielo completamente limpido sopra di noi; ma io no, e mi ostinavo a sostenere che non ci fosse nulla di speciale in quel posto.
Mentre fino ai dieci anni mi limitai ad ascoltare con profonda sfiducia le storie fantastiche che gli altri mi narravano, crescendo ho maturato questa mia infantile incredulità in uno scetticismo corrosivo.
In questo modo, ho iniziato a pensare che tutto ciò che è astratto, come tutte le mie idee, opinioni, le tesi, i miei pensieri, speranze comprese, non avesse alcun bagaglio di veridicità.
Dopo aver negato la Verità anche a Dio, sono giunto ad asserire che qualunque riflessione oltre la mera sfera del tangibile l’uomo si sforzi di produrre, per me non potrà mai essere più significativa di quelle favole a cui non riuscivo a credere da piccolo.
Così privai la mia esistenza della possibilità di avere un senso.
Iniziai a vederla come un’incomprensibile commedia dell’assurdo, ricolma di bugie; poi, a ventinove anni, quando decisi che non mi andava più di recitare, mi sono tolto la vita. Mi sembrava un interminabile sofisma e io ne ero profondamente nauseato.
Voglio solamente chiederti di perdonarmi se il mio suicidio ti ha causato dolore. Non era mia intenzione ferire l’unica creatura per la quale mi sarei potuto salvare.
Non avrei potuto evitarlo: non sapevo credere ed è troppo difficile continuare a vivere, quando non ci si accontenta di vedere la propria esistenza come un meccanico avanzamento senza meta né motivi per cercarsene una.
Ed è lancinante pensare di doversi alzare ogni mattina, per un’intera vita, incapaci di avere fede anche in se stessi.
Ti ho amata e ti amo, Amelia. Non sprecare le tue lacrime, per piangere un incredulo ragazzo con poca fantasia che, insoddisfatto della fisica, non è stato in grado di inventarsi una metafisica tutta vostra.
In questo modo, ho iniziato a pensare che tutto ciò che è astratto, come tutte le mie idee, opinioni, le tesi, i miei pensieri, speranze comprese, non avesse alcun bagaglio di veridicità.
Dopo aver negato la Verità anche a Dio, sono giunto ad asserire che qualunque riflessione oltre la mera sfera del tangibile l’uomo si sforzi di produrre, per me non potrà mai essere più significativa di quelle favole a cui non riuscivo a credere da piccolo.
Così privai la mia esistenza della possibilità di avere un senso.
Iniziai a vederla come un’incomprensibile commedia dell’assurdo, ricolma di bugie; poi, a ventinove anni, quando decisi che non mi andava più di recitare, mi sono tolto la vita. Mi sembrava un interminabile sofisma e io ne ero profondamente nauseato.
Voglio solamente chiederti di perdonarmi se il mio suicidio ti ha causato dolore. Non era mia intenzione ferire l’unica creatura per la quale mi sarei potuto salvare.
Non avrei potuto evitarlo: non sapevo credere ed è troppo difficile continuare a vivere, quando non ci si accontenta di vedere la propria esistenza come un meccanico avanzamento senza meta né motivi per cercarsene una.
Ed è lancinante pensare di doversi alzare ogni mattina, per un’intera vita, incapaci di avere fede anche in se stessi.
Ti ho amata e ti amo, Amelia. Non sprecare le tue lacrime, per piangere un incredulo ragazzo con poca fantasia che, insoddisfatto della fisica, non è stato in grado di inventarsi una metafisica tutta vostra.
mercoledì 16 marzo 2011
I coniugi Pittaluga
Circa un paio di settimane fa, all’età di sessantatré anni, la signora Pittaluga rimase vedova.
Non accadde niente di macabro o scioccante: il signor Pittaluga, dopo essere andato normalmente a letto la sera precedente, quella mattina non si recò dal giornalaio sotto casa, ad acquistare una copia del quotidiano Il secolo XIX, che ogni giorno era invece solito procurarsi. Inoltre fu affisso all’ingresso del condominio, dove risiedevano i due anziani, un fiocco nero, che poté così essere scorto da tutti gli abitanti di Mioglia, svegliatisi quel mattino, a differenza del vecchio marito, appunto.
Il funerale si tenne a Savona, a una trentina di chilometri di distanza dal comune ligure in cui i due sessantenni avevano fino ad allora vissuto, ma nessuno degli abitanti miogliesi si sforzò di raggiungere il capoluogo per assistervi.
C’è da dire che i canuti coniugi non erano mai stati molto espansivi, e il fatto che non avessero avuto figli né gli rimanessero parenti stretti a Mioglia, non aveva sicuramente incoraggiato i rapporti con gli altri residenti; questi ultimi poi, non si lasciarono di certo sfuggire l’apparente chiusura della coppia, per sfogare a suo scapito le prevedibili maldicenze, che da sempre cercano di animare quello spirito annoiato, tipico di ogni località di piccole dimensioni e scarsa popolosità. Infatti, se Mioglia presenta poco più di cinquecento abitanti nei periodi di maggiore vitalità, ci si può immaginare quanto questo esiguo comune a confine col Piemonte tra le vallate dell’Appennino Ligure, viva un’atmosfera di estrema tranquillità per il resto dell’anno: perciò, non è difficile comprendere che i miogliesi si conoscano quasi tutti di persona, indubbiamente tutti di vista e che assai spesso si facciano scappare qualche battuta sugli altri compaesani, ovviamente alle loro spalle.
Ebbene, lasciata passare giusto qualche ora dalla morte del Pittaluga per la sorpresa causata dall’imprevedibile accaduto, le malevoli dicerie ripresero il proprio tradizionale corso.
In questo modo, la signora Pittaluga ebbe l’opportunità di assaporare completamente i pettegolezzi, che sino a quel momento aveva potuto condividere col marito. Si accorse di quanto fossero effimeri i comportamenti dei miogliesi che, confidando in una maggiore sordità della vecchietta, e anche in una più veritiera lealtà dei vari confidenti con cui sfogavano le proprie maldicenze, diedero all’anziana donna un perfetto esempio di quell’arte di simulazione e dissimulazione che, inscindibile qualità umana, non riesce sempre a evitare di essere ritenuta un difetto.
La vedova iniziò a notare e a essere infastidita da questo comportamento perennemente falso dei miogliesi, e la doppiezza della gente disgustò a tal punto l’anziana donna, intimamente ferita dalla totale mancanza di genuina verità nel mondo circostante, affettuosamente oscurata fino alla morte del marito dall’amorevole presenza di quest’ultimo, da costringere la vecchietta a rinchiudersi in casa, cercando così di sfuggire a quell’inarrestabile commedia, quale le appariva la vita.
Rimase nel suo appartamento tre giorni. Poi, anche lei morì.
In pratica, una decina di giorni dopo la morte del signor Pittaluga, abbiamo nuovamente assistito alla stessa scena con un fiocco nero sulla medesima porta in via Acqui: la vedova era stata trasportata durante la notte all’ospedale San Paolo di Savona e lì era poi deceduta.
Alcuni dicevano che il suo trapasso fosse stato causato dalla profonda sofferenza per la perdita del marito; altri, a cui un tempo la Pittaluga aveva ingenuamente confidato di avere una grave malattia, senza scrupoli, lo riconducevano apertamente a quella, arricchendo ogni volta di nuovi e stupefacenti particolari il ricordo della rivelazione.
Ad ogni modo, appena prima di morire, durante il ricovero evidentemente tardivo al San Paolo, dalla sua camera d’ospedale aveva mandato una lettera al sindaco di Mioglia indirizzata a tutti i miogliesi, in cui la vecchietta, con quel tono profondamente irritato ma comunque compito che si addice a una signora d’età avanzata, lamentava tutta quell’ipocrisia che aveva troppo a lungo sopportato.
La missiva venne affissa davanti al municipio del comune miogliese e gli abitanti, ammansiti dagli irreparabili sensi di colpa nei confronti della vedova deceduta, furono sinceramente colpiti dalla sua lettera e dopo aver meditato sul proprio comportamento, si impegnarono ad adottare una condotta più semplicemente leale e onesta.
Che strano però, un paio di giorni fa è arrivato un dipendente di un’agenzia immobiliare savonese, a controllare l’appartamento dei Pittaluga per la messa in vendita; ha detto al proprietario dell’edicola a pochi metri dall’abitazione dei due defunti, che era stato ingaggiato proprio da questi ultimi.
Ovviamente, il giornalaio ha sostenuto senza dubbio che il savonese si stesse sbagliando e, anche quando ha riportato l’accaduto agli altri miogliesi, costoro non hanno avuto la minima incertezza riguardo alla triste e vera fine dei loro due poveri concittadini.
Eppure, io sono convinta di averli visti proprio ieri: passeggiavano, tenendosi a braccetto, per le vie del centro storico di Savona con aria sollevata e compiaciuta. Al mio: “Signori Pittaluga?” i due canuti addetti all’inesistente sipario di quella commedia mondiale che è la vita, si sono voltati lentamente e sorridendo: “Salve cara! Come va a Mioglia?”
mercoledì 26 gennaio 2011
Lamentela libera
Alle otto di un qualunque e grigio mattino milanese, un adolescente si trascina davanti alla macchinetta del caffè, più per istinto che per scelta. Inserisce quattro monete da dieci centesimi nell’apposita fessura e preme, sempre più per abitudine che coscientemente, il pulsante per l’erogazione di un cappuccino; svegliato di soprassalto da poco promettenti rumori, emessi dal dissetante marchingegno, mettendo a fuoco il display del suddetto, scopre che non sarà affatto dissetante.
Infatti, per l’ottava volta in una settimana, la simpatica ma datata macchinetta ci ha lasciati e questa volta mi ha mangiato anche i soldi.
Vabbé che tanto, Euro più Euro meno, il futuro non mi si prospetta per niente roseo, dal momento che, ovunque mi volti, trovo impressa a caratteri cubitali la parola crisi.
Crisi economica, crisi del governo, conseguentemente crisi del lavoro e incomprensibilmente pure dell’opposizione; crisi dei valori e anche della cultura la quale, trattandosi di un settore divenuto solo speculativo, non deve stupirci più di quella di campi maggiormente pragmatici.
Poi, come se non bastasse la grave instabilità dell’epoca in cui viviamo, ci si mettono anche le mie scettiche e confuse riflessioni sul futuro: infatti, perché mai dovrei ritenermi migliore degli altri, e quindi sperare di meritare un avvenire migliore del più infimo che si possa immaginare, se ogni cosa e dunque ogni attributo, compreso il concetto di “migliore avvenire", dipende dall’opinione personale?
Insomma vorrei essere felice, ma non so, e in quest’ottica non potrò mai sapere, che cosa sia davvero la felicità, giacché per comprenderlo dovrei avere la presunzione di ritenere la mia concezione di questo stato d’animo l’unica vera rispetto a tutte le altre innumerevoli esistenti.
Crisi economica, crisi del governo, conseguentemente crisi del lavoro e incomprensibilmente pure dell’opposizione; crisi dei valori e anche della cultura la quale, trattandosi di un settore divenuto solo speculativo, non deve stupirci più di quella di campi maggiormente pragmatici.
Poi, come se non bastasse la grave instabilità dell’epoca in cui viviamo, ci si mettono anche le mie scettiche e confuse riflessioni sul futuro: infatti, perché mai dovrei ritenermi migliore degli altri, e quindi sperare di meritare un avvenire migliore del più infimo che si possa immaginare, se ogni cosa e dunque ogni attributo, compreso il concetto di “migliore avvenire", dipende dall’opinione personale?
Insomma vorrei essere felice, ma non so, e in quest’ottica non potrò mai sapere, che cosa sia davvero la felicità, giacché per comprenderlo dovrei avere la presunzione di ritenere la mia concezione di questo stato d’animo l’unica vera rispetto a tutte le altre innumerevoli esistenti.
Perciò mi ritrovo a condurre una vita che non sarà fatta d’altro che di supposizioni su concetti, che possiamo solamente illuderci di conoscere, imponendoci un solo sciocco punto di vista, e sperando di diventare uno di quei cittadini sovrani che al preside della mia scuola piace tanto citare ogni anno, durante il primo comitato studentesco, senza tener conto del trascurabile fatto che né lui, né tanto meno il suo giovane uditorio, sanno cosa voglia veramente dire.
Ma la parte peggiore della faccenda è che, nonostante la dilagante crisi generale e i miei pessimistici sprazzi di scetticismo, ogni qualvolta qualcuno mi dica: “fai parte di una generazione senza futuro”, un irrazionale scatto di speranza adolescenziale, non ancora completamente infranta, mi fa credere nella falsità di quella affermazione, sebbene sia innegabile la sua già mostrata ragionevolezza.
Pertanto, se la macchinetta del caffè del terzo piano non funziona, proverò con quella al secondo, perché adesso almeno di questo sono certo: avendo sprecato un intero minuto a fissare il distributore di bevande, sono passate le otto, quindi le quotidiane sei ore di lezione si avvicinano e io, per affrontarle, ho indubbiamente bisogno di un caffè.
Ma la parte peggiore della faccenda è che, nonostante la dilagante crisi generale e i miei pessimistici sprazzi di scetticismo, ogni qualvolta qualcuno mi dica: “fai parte di una generazione senza futuro”, un irrazionale scatto di speranza adolescenziale, non ancora completamente infranta, mi fa credere nella falsità di quella affermazione, sebbene sia innegabile la sua già mostrata ragionevolezza.
Pertanto, se la macchinetta del caffè del terzo piano non funziona, proverò con quella al secondo, perché adesso almeno di questo sono certo: avendo sprecato un intero minuto a fissare il distributore di bevande, sono passate le otto, quindi le quotidiane sei ore di lezione si avvicinano e io, per affrontarle, ho indubbiamente bisogno di un caffè.
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