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giovedì 6 novembre 2014

Rischia(ra)re

Solo
il lumino della sigaretta
come brace ultima
di entusiasmo.
Il resto è buio;
sono buio:
addormento le speranze
anestetizzo la volontà
soffoco le voglie
Buio
Non so nulla.
Non voglio niente.
Non una laurea
da mettere come foto profilo,
non un lavoro
per aspirare al week end,
non una pensione
con cui invecchiare
sola,
nemmeno queste parole
a cui non credo
più –
nessuno ti dice
che la vita
è sorda.
C’è solo un gran vuoto,
lo streaming
le pubblicità
i clacson
il fumo
i porno
gli impegni
la tv
il Diazepam
lo shopping
gli occhiali scuri
il sonno
non la riparano; crepa
che non riempirà neppure il cemento.
Così
è un mondo immondo,
d’ispirato
ci sono solo le polveri sottili.
Mi fa male rispondere bene
ai come stai.
Quando mi alzo la mattina
non ricordo
perché lo faccio.
Come mai?
Perché c’è crisi.
Bisogna scegliere.
Bisogna scegliere.
Bisogna scegliere.
O mangiamo merda
bendati
ancora
O rischiamo
di guardare
e di vedere;
il coraggio
d’essere
con-temporanei.
La consapevolezza
che quando un uomo muore
ucciso
i colpevoli non sono tutti e nessuno.


Presente
al presente.


lunedì 18 febbraio 2013

Epidemica

Pensi davvero di riuscire a nasconderti?
Lo so, credi che nessuno ti stia guardando, speri che l’occhio del mondo si sia chiuso un istante, proprio ora, su di te.
Ma io ti vedo, ti vedo e osservo il tuo indice scavare fino alle mucose più recondite del naso.
D’accordo per il freddo, le polveri sottili, l’influenza dilagante e i fazzoletti che non sai dove mettere quando esci di casa, però niente può giustificare l’intera falangina conficcata nel naso. Poi, ti prego, evita almeno di accompagnare al gesto quell’espressione tra il tonto e il compiaciuto con la fronte raggrinzita e il labbro superiore disteso.
Sul serio pensavi che nessuno ti avrebbe notato lì, sul marciapiede, alla ricerca degli organi interni passando per le cavità nasali?
Sai, forse un po’ ti capisco; le persone sembrano sempre più miopi anche a me, e non mi riferisco solo alle numerose nuove leve degli occhialuti, ma soprattutto ai ciechi con tutte le diottrie, quelli che guardano senza vedere.
Prendi per esempio la famiglia che abita qui di fronte. Dà il meglio di sé ogni sera, quando tutti e quattro i componenti sono seduti intorno al tavolo della sala e ingoiano la cena rapiti dal televisore: così, senza nemmeno dare una sbirciata a cosa contenga il piatto che si ritrovano davanti, imbambolati di fronte ai programmi dopo il Tg5, come se ognuno covasse una relazione di sangue con quella scatola parlante sopra il mobile piuttosto che coi commensali. Figurati che non portano a tavola nemmeno acqua, vino, saliera, pepiera, niente oltre al piatto di ciascuno, tanto nessuno si disturberebbe a chiedere o a rispondere.
Giusto durante la pubblicità scappa qualche monosillabo e domanda banale.
“Tutto bene oggi a scuola?” “A-ah.”
“Hai spostato l’appuntamento a mercoledì?” “Uhm-uhm.”
“Posso andare a dormire dalla Fede?” “A-ah.”
Ti lascio immaginare lo smarrimento quando, qualche mese fa, c’è stato un blackout, quindici minuti di silenzioso imbarazzo. Il felpato frastuono della ribellione dei loro corpi ancora pensanti, nonostante tutto; la muta carcassa d’idee mai concepite, minacciosa alla luce delle candele troppo taciturne. Il quieto affanno della loro incomunicabilità, finché non è tornata la corrente e allora hanno potuto ricominciare a ridere, da soli, insieme alla tv.
Insomma, ti capisco se hai pensato che nessuno spettatore della perlustrazione nasale si sarebbe accorto di te, lì, davanti al negozio.
E adesso che fai?
Davvero glielo fai appendere?
Permetti a quel ragazzo di attaccare la faccia di Maroni e la sua “Lombardia in testa” alla porta del tuo esercizio commerciale? Ma allora sei miope anche tu. Pure tu sei affetto da cataratta morale, l’incontrollabile epidemia italiana del ventunesimo secolo.
Sai, sulle malattie c’è poco da scherzare, come diceva mio nonno, c’è poco da ridere: infatti, a vedere quel manifesto sputato sulla vetrina e a pensare che domenica ci saranno le elezioni, mi viene tutto tranne che un sorriso.
Troppo spesso ho deglutito il rigurgito che facce come quella sulla tua locandina mi hanno provocato, ogni volta che decidevano che i capisaldi della società civile dovessero valere meno di una villa al mare; ogni volta che dimostrano che il disonesto batte l’onesto, l’ingiusto il giusto, l’incoerenza la correttezza e perciò infangano non solo le pagine dei quotidiani ma anche quelle della storia umana.
Ogni volta che hanno fatto promesse e non proposte, hanno pronunciato smentite, mai conferme, hanno detto barzellette al posto di condoglianze. Quando hanno iniziato a credere che al denaro servissero gli uomini, non il contrario, e hanno venduto, a caro prezzo, l’inestimabile.
Ogni qualvolta hanno incontrato altri miopi della propria e loro miopia, come te, e io mi sono proprio rotta.
In verità, tutti ci siamo rotti e in momenti come questo pare inutile cercare di riattaccare i pezzi: le membra di cui siamo stati smembrati, lontanissime fra loro, non possono più combaciare. Non mi resta che chiudere le persiane, mentre finiamo di prendere a picconate rabbiose quanto mi era rimasto in cui credere.
Tu torna pure a casa, sciogliti sul divano di fianco alla taciturna speranza che le giornate smettano di scivolarti addosso, non prima che siano finiti i programmi dopo il Tg5.
Io aspetterò che nel silenzio soffocante dell’oscurità alle quattro di mattina si sopisca quel tormento che troppo spesso mi accudisco dentro –oggi questo mondo non fa per lui. Fino alla prossima volta e in compagnia dell’illusione che le parole di Petrarca possano, un giorno, resuscitare.

Virtù contro al furore
Prenderà l’armi, e fia il combatter corto;
Chè l’antico valore
Negli Italici cuor non è ancor morto.

lunedì 2 aprile 2012

Magari un domani

Zigzagando affaticata e ronzando spaesata e confusa, una mosca sta per posarsi sull’anulare sinistro dell’impiegato del mese da troppi mesi: unico nel suo ufficio a non essere figlio di, amico di o schiavo di, proprio non riesce a elevarsi sopra la mensile elezione a impiegato migliore, carica che, secondo il suo capo, è comunque di inestimabile prestigio, soprattutto da quando ha accolto il proprio nipote nel posto da dirigente, rimasto recentemente vacante.
A questo pensa, con lo sguardo smarrito nel brusio dell’insetto, il valoroso dipendente, mentre viene colpito da uno di quei frequenti e fugaci istanti di riflessione, in cui la sua abituale foschia di confusa speranza lascia il posto a un esistenziale horror vacui, dovuto alla perenne volontà di vivere altrove, al desiderio costante di evadere dal presente. Appare, allora, in tutta la sua pericolosa mostruosità la chimera delle speranze future, genitrice di mete remote che non si raggiungono.
“Tutti mi rispettano ma nessuno mi stima, perché la mia esistenza gira intorno a un lavoro che non mi piace e, insoddisfatto, mi convinco che i miei sforzi, un giorno, saranno premiati. Ma da chi? Da che cosa? E soprattutto quando?”
Come diapositive impilate una sull’altra, che offrono un paesaggio buio, indefinibile ma completo in quanto somma dei singoli scorci, davanti agli occhi spalancati e asciutti dell’impiegato si condensano i suoi sacrifici non ancora ricompensati: l’amara scelta universitaria di fare economia anziché storia dell’arte, per la quale ha assopito la sua passione fin dai tempi delle superiori. L’abbonamento ai mezzi pubblici al posto della Vespa bianca, che ogni mattina vede alla fermata dell’autobus e che ha lasciato dietro alla vetrina del concessionario con lo scopo di accumulare risparmi, per potersi permettere, un giorno o l’altro, un appartamento di cui, in ogni caso, dovrà accontentarsi.
La storia con Claudia, che gli aveva proposto: “Sposiamoci!”, ma a cui lui aveva dovuto rispondere un tristemente ragionevole “non posso”.
E poi quel lavoro e il disgraziato giorno in cui era stato assunto.
“Potrei avere un posto migliore, una vita più soddisfacente, oppure fare la fame – pensa –, sarebbe comunque meglio.” Non vuole essere dov’è. Non vuole essere chi è.
“Basta!”
Con un impulso improvviso e scattante spalanca il cassetto sotto la sua scrivania, afferra con sicurezza una busta candida ma sgualcita, contenente le sue dimissioni. I polpastrelli della mano destra tamburellano sorde palpitazioni sulla carta, nel momento in cui l’uomo, alzatosi in piedi, si scosta dalla scrivania, gettandosi su una spalla la giacca, repentinamente sfilata dallo schienale della sedia.
A testa alta, come se stesse posando gli occhi vividi, virenti su un interlocutore fuori dal campo visivo, con passo cadenzato e rumoroso consegna la busta alla segretaria nonché cognata del suo capo, senza fermarsi, per una volta, ad ascoltare pazientemente tutte le noiose novità di famiglia e i fastidiosi successi iperbolici dei figli del direttore. Poi, dopo aver salutato con distaccata cordialità e insolita disinvoltura, si allenta il nodo della cravatta e si sbottona il colletto della camicia, liberando così l’infastidito pomo d’Adamo, irritato dalla cucitura dietro all’ultimo bottone; esce dunque dall’ufficio con l’intento, non solo la speranza, di non doverci rientrare.
Però questo è accaduto nella sua mente. Non veramente, non oggi, non nella realtà.
Forse in futuro. Magari un domani…
La mosca, posandosi finalmente sulla falange dell’anulare sinistro, attira l’attenzione del dipendente. L’impiegato del mese scuote la mano, infastidito, e torna al lavoro, ricurvo sui fogli sparpagliati sulla scrivania.
La mosca, intanto, va ronzando dove preferisce.

mercoledì 26 gennaio 2011

Lamentela libera

Alle otto di un qualunque e grigio mattino milanese, un adolescente si trascina davanti alla macchinetta del caffè, più per istinto che per scelta. Inserisce quattro monete da dieci centesimi nell’apposita fessura e preme, sempre più per abitudine che coscientemente, il pulsante per l’erogazione di un cappuccino; svegliato di soprassalto da poco promettenti rumori, emessi dal dissetante marchingegno, mettendo a fuoco il display del suddetto, scopre che non sarà affatto dissetante.
Infatti, per l’ottava volta in una settimana, la simpatica ma datata macchinetta ci ha lasciati e questa volta mi ha mangiato anche i soldi.
Vabbé che tanto, Euro più Euro meno, il futuro non mi si prospetta per niente roseo, dal momento che, ovunque mi volti, trovo impressa a caratteri cubitali la parola crisi.
Crisi economica, crisi del governo, conseguentemente crisi del lavoro e incomprensibilmente pure dell’opposizione; crisi dei valori e anche della cultura la quale, trattandosi di un settore divenuto solo speculativo, non deve stupirci più di quella di campi maggiormente pragmatici.
Poi, come se non bastasse la grave instabilità dell’epoca in cui viviamo, ci si mettono anche le mie scettiche e confuse riflessioni sul futuro: infatti, perché mai dovrei ritenermi migliore degli altri, e quindi sperare di meritare un avvenire migliore del più infimo che si possa immaginare, se ogni cosa e dunque ogni attributo, compreso il concetto di “migliore avvenire", dipende dall’opinione personale?
Insomma vorrei essere felice, ma non so, e in quest’ottica non potrò mai sapere, che cosa sia davvero la felicità, giacché per comprenderlo dovrei avere la presunzione di ritenere la mia concezione di questo stato d’animo l’unica vera rispetto a tutte le altre innumerevoli esistenti.
Perciò mi ritrovo a condurre una vita che non sarà fatta d’altro che di supposizioni su concetti, che possiamo solamente illuderci di conoscere, imponendoci un solo sciocco punto di vista, e sperando di diventare uno di quei cittadini sovrani che al preside della mia scuola piace tanto citare ogni anno, durante il primo comitato studentesco, senza tener conto del trascurabile fatto che né lui, né tanto meno il suo giovane uditorio, sanno cosa voglia veramente dire.
Ma la parte peggiore della faccenda è che, nonostante la dilagante crisi generale e i miei pessimistici sprazzi di scetticismo, ogni qualvolta qualcuno mi dica: “fai parte di una generazione senza futuro”, un irrazionale scatto di speranza adolescenziale, non ancora completamente infranta, mi fa credere nella falsità di quella affermazione, sebbene sia innegabile la sua già mostrata ragionevolezza.
Pertanto, se la macchinetta del caffè del terzo piano non funziona, proverò con quella al secondo, perché adesso almeno di questo sono certo: avendo sprecato un intero minuto a fissare il distributore di bevande, sono passate le otto, quindi le quotidiane sei ore di lezione si avvicinano e io, per affrontarle, ho indubbiamente bisogno di un caffè.