Ho cinque minuti
per parlare
poesia,
per dire
cosa sia. Cinque minuti.
In cinque minuti
mi bevo un caffè:
si zucchera, si soffia; si soffia più vicino, si beve.
Si lecca il cucchiaino, si lecca il bordo tazzina, poi le labbra
e si guarda fuori
si osserva la propria immaginazione, al di là dei vetri, a sposare l’aroma di
caffè col profumo freddo dell’aria, sotto questo cielo d’autunno che promette
primavere, ma di sera si arrende all’inverno. Come me, sotto l’acqua a
sciacquare la tazzina, come mi arrendo io, a farmi piacere quello che devo,
anziché fare quello che voglio.
In cinque minuti,
fumo una sigaretta
l’ultima
senza incollarla alle labbra,
come un primo, lungo bacio,
in cinque minuti
corri, senza pensare a niente, “Permesso!” “Scusi!” fai due gradini alla volta,
ti secchi gli occhi per non perdere tempo a sbattere le palpebre, salti sulla
banchina, ti mozzi il fiato
ed esiti. Perdi il coraggio
di lanciarti
di lasciarti
andare,
che la vita non aspetta
non rispetta
i “lasciare scendere prima di salire”
e se ne sbatte
delle tue frette
senza meta,
ti (r)allenta
appena scordi
che c’era prima di te
ci sarà dopo i tuoi impegni,
grande
immensa
e hai paura
esiti
e le porte si chiudono. Non ti resta che aspettare gli altri quattro minuti in
banchina
in panchina
in compagnia dei social
asociali
che ti riempiono la home, in casa
ti perdono
imprigionato
aguzzino di te stesso
e dei tuoi pomeriggi
tascabili,
in balia di un esistere
che non sai più impiegare, su quella banchina, a cercare di pianificare l’inatteso,
a scrivere liste di cose da fare per scrivere liste di cose da fare e poi, non
sapere che fare.
In cinque minuti, posso respirare, grattarmi, parlare, starnutire
o starnutare
o sternutire
cercare sul sito Treccani la disamina su come si dice, infine soffiarmi il
naso, leggere, pensare a me al mondo alla mia gatta al pensare, poi zittirmi;
di colpo ascoltare il battito del mio cuore.
Cazzo, è veloce.
Cazzo, è troppo lento.
Oddio morirò,
non ho scritto tutte le poesie che avrei voluto, non ho restituito la chiavetta
usb a Beppe, non sono ancora stata in India, non ho festeggiato per la laurea,
sono troppo giovane, aiuto, fottuti cinque minuti interminabili !
Strazianti.
Strazianti.
Il tempo per massacrare di botte Aldrovandi – e vergognarsi della propria
divisa. Cinque minuti per scagionare gli assassini di Cucchi – non per
elaborare il lutto della morte di un figlio.
Cinque minuti per morire in un terremoto, magari dopo aver litigato con la
propria mamma e non averle parlato per cinque ore, giorni, mesi. Anni.
Cinque minuti per affogare migrante, molto meno per mandare affanculo Salvini.
5 minuti per morire a 13 anni, boccheggiante e palestinese sui marciapiedi di
Israele, come fossi un rifiuto, nessuno lo soccorre, qualcuno lo insulta,
cinque minuti per caricarne il video online, fatto con un cellulare: trema
immobile sdraiato a terra, un pesce rosso fuori dalla boccia, pregava forse,
pensava alla sua famiglia, al dolore soffocante, al cielo riverso sopra di lui,
che forse non pensa proprio a niente, nel tentativo di ingoiare gli ultimi
respiri, ricoperto di sputi, noi stiamo a guardare;
che se esistesse dio
basterebbe
a odiarlo.
Vi batte ancora il cuore?
Cinque minuti per fare un respiro profondo,
distendersi
rilassarsi.
Cinque minuti per cadere dalle scale e bestemmiare sottovoce.
Cinque minuti per scoprire, la mattina, appena svegli, che, nonostante tutto,
c’è un cielo blu ad aspettarti oltre le persiane.
Cinque minuti per capire che sono già sei.
Cinque minuti per mentire a chi ti chiede se hai una moneta e ripensarci.
Cinque minuti di connessione col mondo, per sentire tutto e sentirsi in tutto;
felici.
Cinque minuti per arrivare in macchina al pub e cinque minuti per
lamentarsi che non c’è parcheggio.
Cinque minuti parlo di poesia
– ho detto –
ma cinque sono passati
e ancora non si sa che sia,
la poesia.
Perché cinque minuti non bastano
a parlare poesia.
Ché la poesia non è
nessuna
delle cose che ho dette.
La poesia
è quello che rimane,
Il gesto fra la parola e il silenzio
Pensiero nella pausa delle virgole
L’adrenalina di un microfono aperto
L’emozione di una viva voce
La poesia è un porto
sepolto
:
Di questa poesia
ci resti
quel nulla
d’inesauribile segreto
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sabato 14 novembre 2015
sabato 2 giugno 2012
Nicotina 0,8 mg
Sigarette fumate: zero.
Sigarette restanti: dieci.
I tavolini del bar in via Orti sono spessi quanto il mio pacchetto di sigarette.
Le forme rettangolari incise sulla loro superficie metallica ne calzano alla perfezione ognuno dei piani: quelle opache sono proporzionate alla faccia maggiore, quelle lucide ai fianchi, mentre le parti bianche ricalcano con precisione cima e fondo del pacchetto.
Ho smesso di fumare. Il pacchetto ancora cellofanato mi piace così, con quel suono elettrico che produce, se sfiorato, e la rassicurante geometria sui bordi ancora velati.
Diventerà un cimelio del mio passato da fumatore, dico ad Anna, che oggi gesticola più del solito. Continua a sfregarsi i gomiti e a nascondere il collo tra le clavicole con le spalle alzate. Nemmeno quando deve gettare la cenere le riabbassa: si sbilancia, rigida, verso uno dei braccioli tra cui è seduta e dà un secco ma lieve colpetto al filtro che stringe tra le dita.
Scommetto che anche la parte di clavicola che le sporge tra i capelli potrebbe ospitare il mio pacchetto di Marlboro alla perfezione.
Lei può fumare. Io no, perché questo è il primo passo per guarirmi, dice: per liberarmi dal mio perenne senso di inadeguatezza e di inferiorità, per eliminare le mie ossessioni, idiosincrasie e illusioni, per guarire dal mio complesso di Edipo.
Ecco perché io non posso e lei si, anche se non riesce mai a guardare negli occhi quello con cui sta parlando.
Anna, che, quando non sta fumando, continua ad arrotolarsi i capelli tra le dita ingiallite della mano destra e, quando invece fuma, procede in quel gesto meccanico e nervoso con la sinistra.
Anna che si è sottoposta a una convalescenza di tre mesi, perché il suo naso pendeva troppo verso destra.
Anna che si vede con le amiche (le stesse dalle superiori) ogni venerdì, per parlare male di quelle assenti, badando bene di non perdersi mai un incontro.
Anna convinta che suo marito abbia un’amante perché la ama troppo.
Anna che non sta mai ferma, soprattutto mai zitta, e che, mentre mi parla, muove su e giù il piede della gamba accavallata senza tregua, producendo un tintinnio costante con gli orecchini aggrovigliati tra i capelli.
Anna fuma un pacchetto da venti al giorno, ma è normale; è come chiunque altro.
Io invece sono indeciso, debole, incapace. Sono l’alienato da guarire, io, perciò non posso fumare.
“Dai, tieni duro, fratellino, il Dottor S. ti ha detto che sei sulla buona strada.
Ci vediamo dopodomani, così mi dici come è andata la vostra seduta.
Ciao.”
“Ciao Anna.”
Anna si allontana dal bar in fretta: le mani stavolta sono occupate a stringere gli spallacci della borsa, danno tregua alle ciocche di capelli.
“Scusa, hai da accendere?”
Sigarette restanti: nove.
Sigarette fumate: una.
Sigarette restanti: dieci.
I tavolini del bar in via Orti sono spessi quanto il mio pacchetto di sigarette.
Le forme rettangolari incise sulla loro superficie metallica ne calzano alla perfezione ognuno dei piani: quelle opache sono proporzionate alla faccia maggiore, quelle lucide ai fianchi, mentre le parti bianche ricalcano con precisione cima e fondo del pacchetto.
Ho smesso di fumare. Il pacchetto ancora cellofanato mi piace così, con quel suono elettrico che produce, se sfiorato, e la rassicurante geometria sui bordi ancora velati.
Diventerà un cimelio del mio passato da fumatore, dico ad Anna, che oggi gesticola più del solito. Continua a sfregarsi i gomiti e a nascondere il collo tra le clavicole con le spalle alzate. Nemmeno quando deve gettare la cenere le riabbassa: si sbilancia, rigida, verso uno dei braccioli tra cui è seduta e dà un secco ma lieve colpetto al filtro che stringe tra le dita.
Scommetto che anche la parte di clavicola che le sporge tra i capelli potrebbe ospitare il mio pacchetto di Marlboro alla perfezione.
Lei può fumare. Io no, perché questo è il primo passo per guarirmi, dice: per liberarmi dal mio perenne senso di inadeguatezza e di inferiorità, per eliminare le mie ossessioni, idiosincrasie e illusioni, per guarire dal mio complesso di Edipo.
Ecco perché io non posso e lei si, anche se non riesce mai a guardare negli occhi quello con cui sta parlando.
Anna, che, quando non sta fumando, continua ad arrotolarsi i capelli tra le dita ingiallite della mano destra e, quando invece fuma, procede in quel gesto meccanico e nervoso con la sinistra.
Anna che si è sottoposta a una convalescenza di tre mesi, perché il suo naso pendeva troppo verso destra.
Anna che si vede con le amiche (le stesse dalle superiori) ogni venerdì, per parlare male di quelle assenti, badando bene di non perdersi mai un incontro.
Anna convinta che suo marito abbia un’amante perché la ama troppo.
Anna che non sta mai ferma, soprattutto mai zitta, e che, mentre mi parla, muove su e giù il piede della gamba accavallata senza tregua, producendo un tintinnio costante con gli orecchini aggrovigliati tra i capelli.
Anna fuma un pacchetto da venti al giorno, ma è normale; è come chiunque altro.
Io invece sono indeciso, debole, incapace. Sono l’alienato da guarire, io, perciò non posso fumare.
“Dai, tieni duro, fratellino, il Dottor S. ti ha detto che sei sulla buona strada.
Ci vediamo dopodomani, così mi dici come è andata la vostra seduta.
Ciao.”
“Ciao Anna.”
Anna si allontana dal bar in fretta: le mani stavolta sono occupate a stringere gli spallacci della borsa, danno tregua alle ciocche di capelli.
“Scusa, hai da accendere?”
Sigarette restanti: nove.
Sigarette fumate: una.
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