Ci
siamo amati
e non te ne sei accorto.
Io riporto ancora i segni
sulla pelle,
a te
la nostra storia è sfuggita; però
devi sapere che ci siamo amati
molto.
Abbiamo litigato
senza far rumore
e condiviso pranzi
che i tuoi denti non hanno toccato.
Con te ho visto film
che non hai mai guardato,
discusso di libri
che non hai mai letto,
ascoltato canzoni
che non hai mai sentito.
Ti ho chiesto cose
che non conosci
e mi hai risposto.
Devi sapere
che ti ho osservato nudo
senza che ti svestissi,
che mi hai scritto poesie
senza pensarle.
Quello che non sai è che
in me
abbiamo già vissuto una vita
insieme.
Non sai
quante volte ho indossato il tuo ruolo,
quante volte ho incarnato idee che
in verità
tu non hai concepito.
Hai annusato
senza usare il tuo naso,
mi hai toccato
senza che ci sfiorassimo.
La tua lingua non sa
quante volte ho parlato al suo posto.
Non sai
che ti ho schiaffeggiato
tu mi hai dato della stronza e poi,
quella sera che non è mai trascorsa
di quell’estate che non è mai stata
mi hai detto di non lasciarti
mai.
Ma
ora
non ho più nulla da dire
con la tua bocca.
Non mi è rimasto niente
da sentire con i tuoi sensi
né da pensare
con la tua testa.
Ora
la tua assenza
non mi basta più.
Ora
non sai
che non so più
cosa farci
non dire
non fare
non baciare;
non davvero.
Però
ho deciso di non lasciarci,
ho deciso che non ci siamo lasciati.
Noi
in verità
non ci siamo incontrati.
Ho deciso che non ci siamo mai incontrati,
io non ti ho mai visto,
io non ti ho mai sfiorato,
io non ti ho mai pensato,
io non ti ho mai assaggiato,
mai.
Così,
dovessimo incrociarci di nuovo,
dovessimo incrociarci per la prima volta,
potremo – ancora –
vivere una vita
insieme
senza che tu lo sappia.
È stato così bello
essere irreali.
Essere irreali
è stato così vero che
se lo racconto
mi brucia la gola
ancora
di lacrime e riso.
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lunedì 21 ottobre 2013
giovedì 7 marzo 2013
Cantilena dell'amico immaginario
Madame e messeri, eccomi; sono il vostro joglar.
Mi acclamerete in svariate
maniere, giocoliere o giullare giacché gioco a scherzare, o istrione e buffone,
oppure cialtrone. M’appello menestrello se servo in un castello, o pagliaccio
quando dormo su un pagliericcio e me ne compiaccio.
Tamen, badate che io non son un
giullare regale, bensì reale.
Io m’adopro per il piacere et il
dispiacere. Bramo sollazzo e ozio, altresì voglio travaglio e cordoglio. Inter-esso
e di-verto, di-verto e inter-esso.
Le vostre laringi arrossiranno di gioie e lamenti.
Le vostre ugole vibreranno per risa e singhiozzi.
Le vostre labbra suggeranno lacrime benigne e maligne.
Sulle guance di vossignoria, solleticate da sorrisi leggeri e da
pesanti smorfie percosse, il pianto salace si mescerà all’insipido, perché così ha
deciso Realtà; così ha stabilito la sorella grezza di Verità. E se avete inteso
il costume di codesti tempi contemporanei, comprenderete che oggi un giullare –
un autentico giullare – non può che essere reale.
Sino a che non conquisteremo il diritto di piangere o non piangere, dovrete
piangere e non piangere. Godere e non godere, soffrire e non soffrire.
Plazer et enueg.
Madame e messeri, eccomi; sono il vostro giullare.
Ossimoro vivente e morente, narrante.
venerdì 17 agosto 2012
Sarò una Venezia
Dietro il velo di Maya
non guardare:
bendata
puoi inseguire la verità,
svelato
il cosmo è caos.
D’accordo; sarò una Venezia.
In piedi
sull’acqua.
bendata
puoi inseguire la verità,
svelato
il cosmo è caos.
D’accordo; sarò una Venezia.
In piedi
sull’acqua.
lunedì 10 gennaio 2011
"Sogni le stelle/nella boccia dei pesci/rossi finisci"
Vogliamo imparare, vogliamo sapere, vogliamo capire.
Fin dai tempi del mitico Ulisse, l’uomo ha sempre tentato di soddisfare la propria spiccata curiosità che, non a caso, gli è valsa l’appellativo di animale dotato di particolare intelligenza, capace, a differenza degli altri, di interrogarsi perfino riguardo a quel principio da cui tutto discende, svariatamente chiamato demiurgo per Platone, Dio dai Cristiani, Big Bang secondo la moderna cosmogonia scientifica, per esempio.
Eppure, ogni qualvolta l’essere umano cerchi di approfondire le proprie conoscenze, nella vana ricerca di quell'originaria Verità che dovrebbe essere indubitabile e fondamentale, finisce sempre per sbattere contro il pluralismo, l’insieme di tutti gli enti nella loro eterogeneità.
A questo punto, si trova obbligato a compiere delle scelte, non essendogli vantaggioso né negare né confermare ogni cosa. Nel primo caso infatti, giungerebbe all’impossibilità di conoscere e perciò fallirebbe nientemeno che proprio l’intento di soddisfare la sua sete di conoscenza; nel secondo invece, mentirebbe a se stesso acconsentendo anche a tesi opposte tra loro, che evidentemente la molteplicità, in quanto tale, presenta.
In altre parole, se si interrogasse su che cosa sia la giustizia, non volendo evitare la domanda e non potendo neppure enunciare tutte le possibili risposte, non farebbe altro che menzionarne solo quella o quelle per lui migliori, facendo in questo modo una scelta.
Ma, dato che la molteplicità è innegabile nella sua quotidiana sperimentazione, e dal momento che l’uomo non può evitare di discernere se vuole saziare la propria curiosità, è evidente che gli uomini continuino a macchiarsi di presunzione, perché basano le proprie scelte solamente sulla capacità decisionale di loro stessi, altresì detta “punto di vista”: pur non riuscendo a dimostrare l’assoluta fondatezza delle loro decisioni a causa dell’infinita pluralità di enti, continuano comunque a prenderne.
Siamo dunque falsi nei nostri medesimi confronti, giacché ci imponiamo un’opinione rispetto a un’altra, sebbene non sia possibile sostenere completamente la sua superiore validità tra tutte quelle esistenti.
Pertanto, a meno che non si confidi nell’esistenza di una forza che ci trascende, e che quindi decide per noi, siamo destinati a trascorrere un’esistenza alla ricerca di una Verità, di cui non possiamo fare altro che illuderci d’esserci impadroniti.
Pertanto, a meno che non si confidi nell’esistenza di una forza che ci trascende, e che quindi decide per noi, siamo destinati a trascorrere un’esistenza alla ricerca di una Verità, di cui non possiamo fare altro che illuderci d’esserci impadroniti.
Dunque la vita non è altro che un racconto, di cui siamo auctores e agentes rispettivamente attraverso opinioni e azioni; non ci resta che capire se ci piace la letteratura.
martedì 7 dicembre 2010
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