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sabato 4 febbraio 2023

In una società ingiusta essere un fallimento è cosa buona e giusta.

Mercoledì una studente 19enne si è suicidata nei bagni dell’università, lasciando una lettera: scusate, sono un fallimento. La sera prima, ho finito i miei esami, 29enne, sono andata sui social a vantarmi della mia media.

Perdonate il tempismo. E il ritardo. 


Anch’io mi sento un fallimento. 


Non voglio parlare di una ragazza di cui non sappiamo nemmeno il nome, perché sarebbe irrispettoso e nemmeno di me, perché sarebbe fuori luogo. Voglio però dire che in un mondo di imprenditori miliardari e miliardi di persone che ancora non hanno accesso all’acqua potabile, siamo tutti falliti. Anche se non lo ammettiamo. 


Non possiamo salvare chi ha smesso di respirare e vi confesso pure che chiamarlo salvataggio credo sia presuntuoso, perché io rispetto la decisione di chi si toglie la vita, per quanto estrema sia. Vorrei però parlare a chi ancora può leggermi e forse ha bisogno di sentirsi dire quello di cui ho bisogno anch’io: facciamo tutti schifo. Punto.

Proviamo a cambiare prospettiva.


Chiunque può essere un fallimento, perché il punto è che saremo sempre falliti per qualcuno, in qualcosa, per forza: gli antifascisti sono un fallimento per i fascisti. Gli eroi di qualcuno saranno sempre i nemici di qualcun altro e qualunque scelta faremo, qualcuno ne sarà deluso. La rivoluzione è scegliere noi. Scegliere noi, nel senso sia di scegliere noi chi deludere, chi vince e chi perde e da che parte stare, sia di scegliere, fra tutti, noi stessi, unici, giusti e sbagliati così come siamo – come chiunque altro. È difficile, lo so. 


Non è privilegio di tutti avere dentro un animale che, nonostante le altre bestie, ci convinca che continuare a vivere vale la pena, ma tuttə dovremmo avere la possibilità di nutrirlo, quindi ascolta: onora la tua unicità. Della tua vita fai quello che vuoi e quello che puoi e se ti sembra diversa, strana, imperfetta, vuol dire che è tua. 

Mandiamo affanculo chi ci vuole omologare, perché l’unica normalizzazione di cui abbiamo bisogno è quella della diversità. 

Se possiamo, ammettiamolo: sono un fallimento. 

Se possiamo, accettiamolo: mi sento un fallimento. Ma chiediamocelo: cosa fa di una persona, per me, un fallimento?


Se una 19enne si sente un fallimento perché non riesce a dare gli esami, per me, abbiamo fallito tutti. Prima di prendercela con la società, ricordiamoci che la società siamo noi. La prossima volta che sottoscriviamo, per noi o per gli altri, il paradigma che ci vuole disumani più che umani, impeccabili, perfetti e soprattutto sempre produttivi, come papà capitalismo ci ha fatti, fermiamoci e perdiamo un po’ di tempo a pensare: questa vita è mia e la gestisco io. Così non mi va.


Vorrei dire ai nostri nonni che la guerra non è finita e in un certo senso è peggiorata, si è fatta subdola e oggi più che mai è l’occasione di partecipare: seppelliamo l’indifferenza, prendiamo posizione, in un mondo immondo, fallire significa pretendere un mondo migliore. Un mondo dove non si confondono persone e fabbriche e si ammettono i propri privilegi e fortune, così come le fragilità. Dove chiunque possa accedere ai diritti di base e studiare e lavorare non siano una fatica mortale. Dove non sentirsi male, perché si vorrebbe stare bene. Desiderare un posto dove poter vivere, non solo sopravvivere. 


In una società ingiusta essere un fallimento è cosa buona e giusta. 

sabato 31 dicembre 2022

Buoni spropositi

Facciamo schifo

Quando ti senti da meno, guardati intorno. Magari non lo mostriamo sui social ma fidati, siamo tutti dei sacchi di merda, letteralmente. 

Certo, qualcuno sembrerà migliore degli altri, per fortuna: tieniti stretto chi infonde la speranza di un mondo migliore, nonostante tutto, ma accettiamo che queste persone sono rare, limitate e umane.

Mi raccomando, occupati della tua pattumiera, prima di ravanare in quella degli altri. 



Serve tempo


In qualsiasi caso, c’è bisogno di tempo. Pensare di non averne è il modo più veloce per perderlo. Ci hanno insegnato che bisogna sempre andare veloce, ma è un’idea della società iperproduttiva e consumistica, che ci vuole stanchi più che soddisfatti e comunque in imbarazzo.

Avere fretta è una cazzata, a meno che non si voglia farlo male e non godere.



Incazzati


Nessuno si piace arrabbiato – figuriamoci arrabbiata – perché la rabbia è l’emozione meno accettata dall’educazione alla compostezza che ci hanno imposto, anche se vuol dire ipocrisia. Invece incazzarsi fa bene e la rabbia è un motore potente. Pensa che mondo peggiore sarebbe, se nella storia qualcuno non si fosse così incazzato da fare opposizione, resistenza e rischiare di rimetterci la faccia o la vita.

Più arrabbiati, meno rassegnati, ché non manca mai qualcosa o qualcuno per cui lottare. 



Il dolore ci ricorda che siamo vivi


Bella consolazione, lo so. Ma qual è l’alternativa? Negare? Far finta? Distrarsi?

L’unico modo di trattare il dolore è patirlo. E il dolore è dolore: un rifiuto, uno sbaglio, una separazione, una brutta notizia, il dolore è sempre dolore. Ma parliamoci chiaro, le canzoni che ci scrivevamo sui diari a scuola, non si compongono con la spensieratezza e ogni tanto fa bene anche stare male. Per esempio, nascere non è una passeggiata per nessuna delle parti coinvolte, ma l’alternativa è la morte.

Se soffri, almeno ti assicuri di aver vissuto.



Nessuna famiglia è sana 


Il Natale è stato inventato perché potessimo sentirci ancora più frustrati, obbligati a passarlo in famiglia (se ne abbiamo una) a confrontare la propria con l’immagine – ma è solo un’immagine – delle famiglie degli altri. Però dietro le foto c’è tutt’altro scenario, perché nessuno cresce indenne ai traumi e, diciamocelo, i dolori più grandi ce li possono procurare proprio quelli che ci generano: etimologicamente i parenti, la nostra prima fonte di amore, anche quando non è amore, che poi finiamo a replicare su chi proviamo ad amare e somministriamo anche a noi stessi. Per crescere bisogna separarsi.

Ci auguro di abbandonare al più presto la coltivazione di sensi di colpa, o almeno di procurarci le colpe.



Gli elefanti non scopano con i conigli 


Così, plagiando un’immagine del Kamasutra, per dire che non siamo tutti uguali, perché non abbiamo tutti le stesse possibilità – economiche, sociali, geopolitiche, ma pure mentali, emotive, immaginative. In questa parte di mondo privilegiato mi sembra che ancora la mia generazione si divida fra chi guarda l’abisso e chi, immobile sul precipizio, non osa lo sguardo oltre la punta dei piedi. Capisci come sei, non biasimare troppo chi non è come te e fattene una ragione, anche quando non è per niente ragionevole. La diversità è ricchezza, anche se ogni tanto ti viene da contraddirti. 



Non capiamo un cazzo


È un casino. I momenti di epifania in cui sembra che la vita abbia senso non sono la normalità, così come la felicità non è la quotidianità e non è una scelta. Sopravvivere è faticoso, figuriamoci sentire, resistere, provare. Se ci riusciamo, cinque alto, è un miracolo a cui prestare fede; altrimenti non sentiamoci sbagliati, se in un mondo immondo ci viene solo da piangere – sarebbe allarmante il contrario.

I social pullulano di frasi motivazionali e va bene, perché è sintomo che siamo demotivati e che pensiamo di poter comprare una cura e che sia veloce. Ma ti svelo un segreto: nessuno ci ha capito nulla. Nemmeno io. E va bene così. 



Godi più che puoi


Duemila anni fa, lo diceva già Orazio: oggi abbiamo un giorno in meno e il futuro non ci è dato conoscerlo. Prenditi questo presente, che non a caso si chiama così, perché è un regalo. Scartalo, consumalo e ricordati che è l’unico che abbiamo, irripetibile. Ma non pensarci, Leuconoe, piuttosto fai e fai quello che ti fa stare bene. E se ora non puoi, osa mutare, bastano cambia-menti piccoli per iniziare, poi un giorno ci svegliamo dentro menti cambiate e di nuovo starai bene, fidati di te come ti fidi degli altri; meglio, persino. Ricorda allora che panta rei, quindi, ancora una volta goditela finché puoi. 



Esci


Vai fuori. Vai fuori dai luoghi comuni, dai destini, dagli oroscopi che non ti conoscono e dalle opinioni degli altri. Prova ad andare fuori dai pensieri che hanno fissa dimora nella tua testa e vai fuori di testa, che è prerequisito a innamorarsi e se non ti innamori, cosa stai facendo? Vai fuori di te ogni volta che puoi, altrimenti è un lockdown, che rischia di farti odiare le pareti che portano il tuo nome. Fuori, è vero, potresti ammalarti, ma non è preferibile morire sanissimo.

Vai fuori, o restando dentro, esci dalla vita. 



Dimentica


Anche se non vuoi, lascia andare.

Fatti annientare e rinasci nuovo, senza ricordi.

La vita è una, ma la letteratura ci insegna che possiamo contenerne di più, a costo della fiducia, immensa e fragilissima, di riavviare i motori e ripartire. Quindi, non annoiarti. Magari domani sei già in un altro film, in cui stai bene, vivere è piacevole e difficile il giusto, te la godi, esci e quando rientri, ritrovi gli arredamenti diversi, ma in ordine, magari inviti qualcuno a salire. Perché alla fine, la vita è fica e tu non sei da meno – infatti ricorda da dove vieni. Dimentica capodanno e passa solo una serata indimenticabile, anche se la dimenticheremo.

Senti, non fa poi così schifo. 

sabato 7 maggio 2022

Come va?
Mi piacerebbe mandare questo messaggio a tutta la rubrica: due parole e un punto di domanda per un totale di sei semplici fonemi, che però chissà che differenza farebbero nella giornata di qualcuno, almeno, almeno nella mia. 
Se la risposta è bene, siamo fortunati. Forse vi risponderei con uno smile e di certo mi sorprenderei a immaginarvi sorridenti, sorridente, perché per me sarebbe una gran conquista imparare a contattare chi pensiamo, anche fuori dai film. Bastano coraggio, spensieratezza e fiducia q. b. e gli stessi ingredienti valgono per non vergognarci di essere chi siamo, che di solito è una buona base al benessere. 
Se invece la risposta al come va è male, mi dispiace; ci dispiace, ché l’empatia è altro allenamento a coraggio, spensieratezza e fiducia.
Se va male, vi direi – nulla, perché quando stai male, stai male e non c’è niente da consigliare. Solo il tempo e qualche fortuna possono curare. Però una cosa non riuscirei a trattenerla: fidati, si può stare bene. E anche se non posso fare niente, voglio almeno essere testimone, che stare bene è possibile e un diritto, che dobbiamo pretendere fortissimo. Quindi, se va male, fai spazio per una sola stupida idea, a cui prestare tutta la fede che riesci a elemosinarti: possiamo essere felici, nonostante tutto. Capita, davvero, che un giorno ti svegli e senza dirtelo, sei una persona diversa. Hai cambiato interni, l’arredamento è di tuo gusto, non sbatti più contro tutti quegli spigoli, ora c’è più spazio, una finestra da cui entra il sole e tu balli in mutande, anche se i vicini ti vedono. E ogni gesto diventa piacevole e ogni minuto sensato e ogni pensiero possibile e i respiri vanno fino in fondo; vivere non è più faticoso, al massimo stancante, ma va bene, come alla fine di uno spettacolo in cui siamo attori, autori, pubblico pagante e siamo andati in scena, nonostante tutto ed è stato un successo.
Allora, come va?

martedì 26 aprile 2022

Quando diventiamo cattiva compagnia per la nostra ombra, andiamo al mare. 
In valigia lo stretto necessario. Una penna, l’odore della pioggia, il tetris che gioco con i libri della mia libreria, un po’ di calma ingiustificata e di stupidità. Tutti i ricordi allegri d’infanzia, le cose che non dico e il rumore che fa la mandibola quando mi concentro fino a dimenticarmi del corpo. Un corpo senza colpe, inizio solo ora a volergli bene, a dirgli che mi scuso e lo ringrazio di essere sempre con me. Potremmo diventare la mia storia più lunga.
Lo ammiro, mentre infila nella borsa anche un album di tutti gli amori tentati, con le rispettive colonne sonore, insieme a una trousse di buoni propositi. 
Un giorno vorrei trovare l’incoscienza di diventare madre. Porterei mio figlio a giocare alla Besana, di domenica, e così, sotto il sole, farei pace con gli uomini. Soprattutto, penso, mi impegnerei a non diventare mai la causa per cui si senta senza senso: in me troverà solo spiegazioni convincenti alla bontà della sua esistenza, perché (ho imparato a mie spese) da lì nasce il bene, quello vero, da qualcuno che testimoni che siamo meritevoli di felicità. Di desiderare, immaginare e sentire tutto quello che vogliamo – alla faccia dei ricchi. Il resto sarà altro amore come viene, fra errori e gioia, come quello che ho ricevuto e replicato. 
Mi porto anche la fantasia di andare alla Besana, vecchia, senza nessun figlio, a trovare comunque il modo per praticare i buoni propositi di cui sopra.
Metto via anche le epifanie di una paesaggiata con la musica nelle orecchie e i pensieri registrati dal cuscino quando fatico a prendere sonno, perché mi rigiro e sorrido. Un solo ricordo cattivo, medio-grande, scelto con cura e ripiegato stretto, che serva a raddrizzarmi la schiena ogni volta che, per sbaglio, permetta ancora di rimproverarmi – a me o ad altri. 
Tu cosa porti?
Andiamo al mare a scucirci le ombre, che di tanto in tanto diventano strette per contenerci tutti. Hanno bisogno di vacanze – e noi lo stesso. 
Le idee più ingombranti le spediamo poi col camion dei traslochi, oppure le lasciamo proprio a casa, che tanto non servono per svestirci e stare bene. 

venerdì 25 febbraio 2022

Guardare la guerra

Quasi non pubblico più sui social, perché rimango delusa dalle conseguenze. Eppure, nei momenti di mondo più cupo, come questo, mi ricordo che qualcosa che aspiri a far bene si può dire ed è nostra responsabilità, almeno, metterlo nero su bianco. E prendercene le conseguenze. Come la vergogna che sento a guardare l’ennesima guerra dal divano di casa e ad avere persino una voce per commentarla, io, mentre coloro che per primi avrebbero diritto di parola, in questo preciso istante la perdono nella fatica, nella paura e nei singhiozzi. A loro andrebbero le mie preghiere, se solo avessi un dio. 

Qui non c’è dio. 

Ci sono gli smartphone, i video e internet.

Ci sono persone che governano stati e mentono di fronte a tutto il mondo e mentono e mentono e bombardano e ammazzano, come se non fosse la prima volta. Ci sono persone che entrano nei carri armati, che entrano nelle città. Ci sono persone che prendono le armi, che spostano le terapie intensive neonatali in un bunker improvvisato. 

Ci sono persone che muoiono in foto. 

Ci sono persone che piangono in video, partono, lasciano tutto quello che hanno, affetti compresi, e provano a farsi sentire dal resto della mondo, per anni. 

Poi ci sono persone che sentono e persone desensibilizzate.


Ogni volta che guardo una guerra, in video, seduta sul divano e, vigliacca, ringrazio un dio che non c’è per questa posizione, nel setaccio del dolore mi rimangono due sassi più grossi degli altri.

1. Sembra che per sopravvivere al meglio dobbiamo tenerci il più lontano possibile dal pensiero – più vero che mai – che chiunque di noi può trovarsi dall’altra parte dello schermo. 

2. Di fronte a qualcuno che muore e qualcuno che ammazza, non starò mai dalla parte di chi ammazza e chiunque mi porti ragioni pseudo economico-storico-geo-politiche per giustificare la propria imparzialità, di fronte a qualcuno che muore e qualcuno che ammazza, non so dire in quale scuola – fallita – abbia imparato l’umanità. 


Se c’è una postura necessaria, che gli anni infiniti di studi superflui, che ho inseguito, mi hanno insegnato è l’empatia: mettersi dentro la sofferenza di un altro. Perché quello che capita a me può capitare a te e viceversa, sempre, a discapito di ogni illusione di sicurezza che ci culla al sonno, se ne abbiamo il privilegio. E perché, a discapito di tutte le spiegazioni disciplinari del caso, la giustizia deve stare dalla parte delle vittime e chi siano le vittime è chiaro anche a chi le nega e le biasima, perché non riesce ad ammettere (a se stesso) che tutti siamo fragili, nessuno escluso: è nostro compito – vantaggioso – difendere i deboli. A loro tutela funzionerebbe la società, se fosse giusta. 


Qui non c’è giustizia. 

C’è un assassino che ammazza. 

Ci sono vittime che cercano di difendersi.


Noi che guardiamo la guerra con il diritto di spegnerla e accenderla siamo perlopiù impotenti. Ma abbiamo un potere, che è un’arma a doppio taglio, se smettiamo di esercitarlo: rimanere sensibili e sensati. Impariamo a riconoscere la violenza per disinnescarla e non smettiamo mai di denunciarla, anche a costo di rimanere delusi e feriti dalle conseguenze. 


Dal divano, ringrazio un dio che non c’è per i miei privilegi e giuro di usare tutti i sensi che ho per non tornare al 1939. 

sabato 15 gennaio 2022

Post nero su bianco

Cattivi propositi. 

Rompere. 

Le abitudini che ci schiavizzano, le cattive posture, i modi di fare sempre uguali a quello che crediamo di noi stessi, con loro gli schemi mentali, le aspettative, i social, qualche oggetto, alcune relazioni, il silenzio e il cazzo, se necessario. 


Arrivare in ritardo. 

Se il vostro bisogno ossessivo di controllo vi induce a pensare che posticipare di dieci minuti quello che sull’agenda dovevamo fare già da dieci minuti sia un’imperdonabile catastrofe, avete la mia compassione. Ma raga, davvero: non sopravvalutate le nostre capacità di impiegare il tempo in modo prevedibile, o se proprio ritenete i vostri minuti così preziosi, ringraziate che ve ne ho liberati una decina, mentre probabilmente ne perdevo una decina a pensare che tanto ero in anticipo. 


Perdere tempo.


Fare figuracce. 

È inutile pensare di avere controllo sull’immagine di noi che hanno gli altri. Ancora più a fondo: è inutile pensare di sapere cosa pensano gli altri e comunque mai saremmo come pensiamo di essere. Quindi, non reprimiamoci e non colpevolizziamoci, ché già ci pensano Gesù e altri animali fantastici. 


Non ascoltare gli altri. 

Non sono me, la mia vita è mia e non è un modo di dire: riduciamo al minimo il rischio di buttarla confondendola per un altro film, di cui non siamo neanche comparse. E basta fare confronti, ché vivere è una merda per tutti e questa è forse l’unica verità che ci salva dalla totale solitudine. 


Risultare maleducata.  

Questo, per esempio, significa che ogni tanto gli altri, le loro opinioni, possono mettersele nel culo. 


Sbagliare.

Così posso imparare meglio a chiedere scusa. 


Permettersi di essere incoerente, stupida, casinista, una pessima compagnia, fallibile e in certi casi un fallimento. 


Lavorare fa schifo. 

Se smettessimo di fingere il contrario, di preferire la performance ostentata al benessere e di far sentire anormale chi non ama incancrenirsi nella stessa fottuta routine di fatiche, ogni giorno, staremmo meglio e potremmo dirci più onesti. E io potrei scrivere all’inizio del cv, sotto il nome, che lavorare fa schifo. 


L’amore è cura, ma non è una sola. Cercare di ridurlo a poche forme codificate e metterle pure in gerarchia è disonesto, come far passare per natura ciò che è solo una scelta come tante. Esiste l’amore fra due, fra tre, quattro, fra nazioni intere quando si vince a calcio, fra umani e animali non umani, fra me e me, ogni tanto. Fra figli e genitori, mariti e mogli – non necessariamente all’interno della stessa coppia – fra persone che non vogliono o non possono avere riconosciuta un’etichetta statale di certificata rispettabilità dell’amore che hanno. 

A proposito, chi dice che la famiglia è una sola, non ha mai visto un documentario che non fosse sul cristianesimo – e manco su tutto il cristianesimo. 

Se ci sentiamo infelici, forse è perché ci hanno insegnato poche vie lecite per non esserlo. Ho imparato che uno dei modi per creare disuguaglianze è limitare l’immaginazione: non facciamoci derubare della possibilità del possibile. 


Infine, scrivere stronzate.

Smettere di pretendere che le parole o le persone debbano avere un senso; figuriamoci un post nero su bianco, che finisce con supercalifragilistichespiralidoso, sii felice più che puoi. 

martedì 30 novembre 2021

L'articolo delle donne

Siamo bombardati di giornalismo fatto male, al punto che mi domando se uno fatto bene sia poi praticabile e non mi do risposta.

In questi giorni una giornalista è stata molestata in diretta tv e quindi si sono visti costretti ad ammettere che non si fa: assistiamo a uno stuolo di articoli imbarazzanti, che titolano con la stessa professionalità di un ciclostilato in una classe elementare. Per esempio, la giornalista molestata che – ricordiamolo – è una persona adulta con nome e cognome, una professione, che peraltro è la medesima di chi di lei dovrebbe scrivere, è chiamata per nome e basta. Come fosse la compagna coi capelli lunghi del terzo banco vicino alla finestra. 
Il molestatore invece, indagato per violenza sessuale – giusto perché c’erano le telecamere accese – ha nome e cognome.

La donna no, non ha diritto a un cognome, per rimarcare – come se ce ne fosse bisogno – con quanta serietà gli articoli e articolisti si occupano di violenza di genere. 

Ma questa scorrettezza della lingua – beninteso, dei parlanti la lingua, non della lingua di per sé – che si ostinano a perpetrare privilegi e violenze, più o meno consapevoli e più o meno ipocriti, ha tante declinazioni.  

Pensiamo a quanto è difficile dire medica anziché medico. Avvocata, architetta, ministra. Eppure ci riesce così automatico dire donna delle pulizie, che a volte lo tronchiamo in: la donna.

Ci manda così in panico pronunciare i femminili quando toccano privilegi che nella storia sono stati soprattutto maschili che, piuttosto che riconoscere pari dignità al genere, arriviamo a rompere la grammatica che regola i suffissi nei participi: student-essa. Eppure, quando qualcuno si arrabbia perché faccio sentire la mia voce, mi dà della esagerata, non esageratessa. 

Poeta, non poetessa.

Se sui giornali le donne non hanno il cognome, in letteratura barattano il nome col cognome, ma a costo di un articolo determinativo: la Woolf, la Morante, la Szymborska. Non ho mai trovato: il Joyce, il Moravia, il Sanguineti.
Perché l’articolo determinativo davanti a nome proprio è rifiutato dall’italiano standard, quello che dovrebbero parlare i giornali, i manuali e i saggi in uno stato linguisticamente unito – e infatti lo parlano. Allora perché, ancora oggi, i banchi di scuole e università sono ricoperti di saggi e manuali che parlano delle scrittrici come se fossero delle nostre conoscenti, a cui poter usare un regionalismo della lingua, come se fossimo in una classe elementare e la premiata con Nobel che dobbiamo studiare fosse la Greta del terzo banco vicino alla finestra?

Perché Greta e non la giornalista Greta Beccaglia?
Perché la Szymborska, ma non il Sanguineti?
Perché se uno sconosciuto mette le mani addosso a una donna, qualcuno ancora si ostina a dirle di farsi una risata?
Perché abbiamo sempre sentito e detto studentessa, ma ora che abbiamo chiarito che studente è participio sia maschile sia femminile, ci ostiniamo a dire studentessa? E poetessa e avvocatessa…

Solo domande, nessuna risposta. 

Su un forum ho letto quella di un utente particolarmente brillante: perché fa rima con fessa. 

Quante battute che non fanno più ridere.

Quando ci prenderete sul serio?

lunedì 11 ottobre 2021

Amore mio,
la vita è troppo lunga per non scrivere lettere d’amore, dove incidere idee più grandi di noi, promesse che manterremo a fatica e sogni, che la mattina ci spingano giù dal letto. Solo, ti prego, non diventiamo una storia già scritta, perché l’amore, se mai l’ho sentito, non era nei romanzi, nei film, nelle canzoni, nemmeno nelle poesie.
L’amore rimane fuori. Non si immortala, perché non è immortale, come le persone. L’unica cosa che ci si può fare è sentirlo, quando viene e quando va. 
L’altro giorno ero davanti a un’edicola, che ha perso il proprietario. Le saracinesche erano ricoperte di fogli, epigrafi di chi lo ricorda e con carta, penna e scotch inganna la morte. Allora l’ho sentito, magone, imbarazzo, che mai mi sarebbe venuto di pronunciare l’abusata parola con la A: era amore.
Anche se nessuno è risorto, le parole sulle saracinesche, superflue, gratuite, inutili come uno scongiuro, te lo giuro, rimangono il superpotere più straordinario che possediamo e un giorno cambieranno il mondo. Prometto. 
Un giorno la vita sarà più onesta, si spoglierà dei secoli di storia che hanno fatto vittime e carnefici così come ci siamo arresi a immaginarli. Non avremo più paura di regalare a ogni vivente uguali diritti e responsabilità. Le persone saranno tutte uguali, davvero.
Sorte e fortuna diventeranno storie che racconteremo ai bambini nelle scuole, come favole da cui imparare che nessuno deve essere lasciato indietro e che ci batteremo sempre, affinché abbiamo uguali opportunità tuttə.
Faremo di ogni vita una vita vivibile e degna di tutela. Faticheremo perché ogni umano con le sue diversità abbia le stesse fortune, allora la ricchezza non sarà più un valore; la vita avrà per tutti lo stesso costo e la vita di tutti avrà lo stesso prezzo – inestimabile. 
Non ci sarà più bisogno di dio, perché non ci saranno più ingiustizie da giustificare.
Solo quel giorno, amore mio, l’amore finalmente non avrà più nome, perché sarà inutile invocare ciò che chiunque potrà sentire. Basterà guardarci, per sapere che stiamo bene, perché il benessere non sarà più un privilegio di pochi e quel giorno avremo cambiato il mondo, allora l’amore sarà leggenda. Un giorno. 

domenica 16 maggio 2021

Ciao, sei un umano.

Immagina che domani ti svegli e hai il conto prosciugato. I tuoi libri, il diploma, la laurea, le storie e la storia che conosci non valgono niente. Immagina se la Germania avesse vinto la guerra.

Ti svegli e non ti funzionano più le gambe.

Ti svegli e i soccorsi non arrivano, scoppiano razzi in cielo, la tua casa è un cumulo di macerie. I tuoi parenti cenere. 

Come ti senti?

Se la risposta è male, benvenuto. Questa è la Terra, qui essere umano significa anche questo. 

Se invece non riesci a immaginarti così, ti spiego la tua malattia: si chiama idiozia.


Ci hanno inculcato l’errore fatale di credere che quello che ci capita sia sotto il nostro controllo. Ma la realtà, troppo spaventosa, è l’esatto contrario. 

La vita è caos – anagramma di caso.

La malattia idiozia non permette di capirlo e implica due pensieri-sintomi in chi ne è affetto. 

1. Siccome la vita dipende da me, allora quello che ho, me lo merito. 

2. Siccome la vita dipende da te, allora quello che non hai, non te lo meriti. 

Invece la vita non dipende da noi: non decidiamo come e dove veniamo al mondo, in quale epoca, famiglia, porzione di Terra, con quale nome, quali geni, quanti soldi e nemmeno cosa ci succederà poi. 


Se sei un bambino bianco, nato nella parte giusta del mondo, quella che la storia che si racconta ha eletto a vincitrice, dove i tuoi genitori possono preoccuparsi di quale culla comprare, in quali scuole mandarti, con quali altri genitori litigare, perché la mensa usa il glutine, sei un bambino fortunato. Privilegiato. Non lo sei altrettanto se sei nato a Gaza e la massima ambizione che la società ti concede è sperare di vedere il sole sorgere, di giorno in giorno, senza possedere nulla e comunque continuando a perdere tutto. 


Ma cosa succede nelle testoline degli idioti (affetti da idiozia)? Pensare che comunque sia, finché io vivo da privilegiato, la vita va bene così e così mi convinco pure di meritarmela, perché ammettere che è andata e ancora va a caso è troppo spaventoso. Quindi, trovo giustificazione a chiunque risulti meno privilegiato di me, come se nascere diversi, in condizioni diverse, fosse un marchio, un timbro su un passaporto che non permette di viaggiare, studiare, giocare, mangiare. Così i bambini palestinesi sono per noi sfortunati, ma soprattutto sono inimmaginabili, lontani dai nostri occhi, dalle coscienze, dai meriti che meriti non sono, ma stabiliscono i privilegi che ci fanno sopravvivere e che crediamo che loro non meritino quanto noi – idioti. 


Badate bene che il pensiero idiota è contagioso, viene applicato a svariate situazioni. Per esempio, nei casi di sessismo (te la sei cercata), di omobitransfobia (fra un po’ ci chiederanno di avere gli stessi diritti dei normali), abilismo (sfigato), razzismo (e ma non si può più dire niente.)

Notate che il passatempo che ci riesce meglio è sempre colpevolizzare le vittime. È necessario agli idioti, per sentirsi più al sicuro nell’idiozia, secondo cui a loro non capiterà niente di male, finché rimangono idioti. Spoiler: per fortuna non è così. 


Nessun privilegio è meritato. 

Nessuna violenza è giustificabile. 

Nessuna malattia è giusta.

Nessuna disabilità è una scelta. 

Nessuna disuguaglianza è accettabile. 

Nessuna vittima è colpevole. 

Nessun umano è sacrificabile. 


Per guarire dall’idiozia non bastano medici, psicologi, santoni, insomma nessuna figura professionale. Anche in questo caso va a fortuna: serve intelligenza, empatia, fatica e soprattutto il desiderio bruciante di vivere un mondo, in cui giustizia e uguaglianza non siano solo parole, per essere tutti umani più umani. Il coraggio di immedesimarsi, anche fuori da Netflix. Ci capiremmo tutti senza sottotitoli grazie a un unico marchio uguale, che dice: ciao, sono un umano. 

sabato 3 aprile 2021

Sono una brutta persona, lo sono sempre stata, fin dall’adolescenza, e lo sarò ancora, forse per molti anni.

Con tutte le altre brutte persone vorrei condividere un insegnamento, che ho imparato con fatica: se non ti succede qualcosa di brutto, che invece a qualcun altro è capitato, non è perché sei migliore. Questa dell’essere superiori per qualche motivo è la storiella che devi raccontarti, per dare un senso a qualcosa che senso non ha, perché non puoi reggere lo spavento della faccia della realtà: che le cose brutte capitano, a caso, anche a te. Allora cerchi di convincerti che sarai sempre seduto dalla parte della fortuna, basta impegnarsi, anche se la fortuna non ha fissa dimora e tu sei un’incidenza di incidenti esattamente come tutti gli altri, in questo caos che chiamiamo cosmo.


Confondere la propria fortuna per merito è fare come chi crede che la giornata andrà bene, solo se attraversando, non è uscito dai bordi delle strisce pedonali. Per questo non chiameremo le cose brutte sfighe, perché non sono sfighe, sono cose che capitano a qualcuno, ma potrebbero capitare a chiunque e chi se l’è beccate non è uno sfigato; è un umano esposto al vento della casualità, come tutti noi, solo che stavolta si è alzato il maestrale tutto su di lui.

Quindi, ripetiamo insieme: una vittima non ha colpe. No, non se lo meritava. No, non se l’è cercata. No, non è vittimismo, no, non ci sono se e non ci sono ma: una vittima non ha colpe. Chi gliene riconosce è solo qualcuno che non riesce a capire e dovrebbe quantomeno sforzarsi di provare.


Se proprio volete un campo in cui poter davvero eccellere, scegliete la comprensione, ché per divertirsi a immedesimarsi in qualcuno di diverso, non servono i personaggi di Netflix, basta il coraggio di guardare oltre alla punta del proprio naso. Perché se qualcosa non è un tuo problema, non significa che non sia un problema. Quindi, smettiamola di impedire alle persone di rivendicare un mondo migliore, perché potrebbe guastare la comodità delle ingiustizie, a cui siamo stati troppo a lungo abituati. 

E ripetiamolo insieme: il catcalling fa schifo. Non fatelo, non difendetelo e anzi, spargete la voce che le donne non sono dei gatti.

venerdì 19 marzo 2021

Nessuno vi spiegherà che può capitare che ti iniettano un vaccino e poi muori. Può capitare, con un vaccino, un altro medicinale, un incidente, uno sbaglio, un ritardo, una coincidenza presa, una coincidenza persa, persino con un tozzo di pane incastrato in gola, la confusione. Può capitare che qualcosa di brutto avvenga, imprevedibile, ché le previsioni sono incerte anche fuori dal meteo.
Nessuno vi spiegherà che la medicina, come ogni scienza, è una scienza inesatta. Solo che non si tratta di uscire di casa con o senza ombrello, ma di vite umane che smettono di vivere. Fa paura, perché è scorretto. Anche senza una pandemia, l’Ingiusto Inspiegabile può capitare e toccarci, come una coccinella, seduti sull’erba. Conviene farsi una ragione del fatto che, a volte, farcene una ragione non possiamo.

Oggi è la festa del papà e io non ho nessuno a cui fare gli auguri.

Nell’ultimo mese sembrava che tutto fosse fatto per ricordarmelo: le sponsorizzate per comprare un regalo al papà, le frasi che paragonano i papà a supereroi e le figlie a principesse, i film dove si sposano e il papà le accompagna all’altare, i conoscenti che diventeranno papà o si lamentano dei rispettivi padri, le foto, i biglietti, tutti gli abbracci nelle serie tv. Eppure oggi è la festa del papà e capita che il papà non ci sia ed è doloroso al punto dell’Ingiusto Inspiegabile, un po’ come morire perché hai cercato di proteggerti e proteggere da un virus mortale. 

Vorrei dire che poi passa, che alla festa della mamma non ci pensi più, che la mia empatia ha un limite come il male che si può sopportare, invece no. Gli effetti collaterali dell’Ingiusto Inspiegabile sono cronici: ti insegna che può valere per tutti e tutti i cari di tutti quanti, che la sfortuna è una sfortuna pazzesca, solo finché non ti capita. Così, disorientati, disordinati e tristi, spaventati, a terra, siamo più simili che mai: possiamo essere una famiglia sparsa sull’intera Terra. Oggi i miei auguri vanno a tutti coloro, che non hanno qualcuno a cui fare gli auguri per la festa del papà.

Ci ripeto cose che saprete già: la vita è tremenda e bellissima. Tutti abbiamo paura. Esiste l’Ingiusto Inspiegabile. Mi capita di passeggiare sull’asfalto e di accorgermi che ho gli occhi ingioiellati di lacrime per la sirena di un’ambulanza, che è una madeleine amara. Mi capita di passeggiare sull’asfalto e accorgermi che ho gli occhi ingioiellati di lacrime, perché sono felice e lo sento, il sole, a ricordarmi forte che sto bene. Mi capita che i due episodi qui sopra siano lo stesso. Noi siamo un corpo ma anche uno slancio incorporeo dalla mente, che non so dove va a finire. Il giorno di un funerale, puoi sorprenderti a ridere a crepapelle e ricevere tanti abbracci, da far cambiare sapore alle lacrime. Anche le pandemie hanno una fine. Un’assenza obbliga a vedere meglio.

Non vi dirò che i vostri papà sarebbero fieri di voi, però potete esserlo voi. Questo vi auguro: di sentirvi bene, nonostante tutto. Di non sentirci soli. Di ridere tanto. Di trovare un senso a ciò che è ingiusto e inspiegabile, anche se non possiamo farcene una ragione – e non vogliamo, non dobbiamo. Vi auguro di vivere, anche se sappiamo che vivi non se ne esce. Di guardare il dolore e prendercene beffe, praticando l’allegria. Di essere felici e se adesso proprio non si riesce, almeno di immaginarlo forte, finché non sarà realtà.

lunedì 8 marzo 2021

Ho sognato che ero la direttrice artistica e presentatrice di Sanremo

Non vi dico i vestiti, i brani pazzeschi e l’agitazione, ma che soddisfazione scendere la scalinata per prima, da sola, senza un uomo ad aspettare di darmi la mano, alla fine.
“Buonasera, benvenutə al Festival della musica italiana.”

Al mio fianco, uomini e donne e persone che non si riconoscono nel binarismo di genere, tutti con un monologo che parlava di temi fondamentali: diritti, uguaglianza, giustizia e accoglienza, senza mai censurare i problemi e le difficoltà, persino quelle più sporche, che per esempio, una volta al mese, ti fanno macchiare di rosso, se non hai i soldi per gli assorbenti.


L’accessibilità di studio, carriere, cittadinanza, edifici, godimento e felicità.

I pregiudizi. La disoccupazione, la povertà e disparità di privilegi. 

La libertà e i presupposti culturali ed economici per praticarla.

Pensate che i più ricchi pagavano più tasse, non esistevano lavori non retribuiti e il costo della vita era abbastanza basso, da permettere a un ragazzo, figlio di operai, di vivere da solo, studiare e godersi il suo tempo libero. Lo stipendio dei politici era quello di un impiegato statale. Ma la società è in continuo mutamento, vanno sempre tenute in allenamento la tensione a migliorare e la memoria.


I femminicidi. Le vittime civili di guerre che non hanno sottoscritto. I corpi galleggianti su acque internazionali. Il razzismo. Le discriminazioni di genere. L’abilismo. Le incoerenze della legge. Le parole sbagliate, però il coraggio di alzare la voce.

Ricordavamo le morti ingiuste della pandemia del 2020, indimenticabile, che ci ha insegnato a rivoluzionare il sistema sanitario – morivamo ancora, ma non come prima, perché tutti avevano le cure migliori, gratis. Gratis. Migliori. Tutti. 


L’importanza di preservare l’umanità, coltivando la nostra umanità.


Insomma avevamo deciso di usare il festival per parlare di roba seria, importante, vera. A far ridere bastava proiettare il mio cv, che dopo anni di lavori traballanti dice: conduzione e direzione artistica del festival di Sanremo. Sbam! E sono una donna, giovane, con un cognome qualunque, anzi inventato! Pazzesco. E poi la mia imitazione di Amadeus.


Dalla sala stampa nessuno si è sprecato a commentare che ero dimagrita grassa scollacciata brutta bella single fidanzabile sboccata carina brillante anche, ma mai quanto un uomo. E nessuno mi ha pedinata, o mi ha fischiato e gridato per strada che ero bona, anche se, bisogna ammetterlo, ero proprio una dea. E di fronte a quest’ultima affermazione nessuno pensava che me la tirassi e che fosse un chiaro invito a scopare, ma solo consapevolezza, gioia e stima di sé. 


Erano lontani i tempi delle battute che non fanno ridere, delle donne che dicono che è ok se la vita delle donne è faticosa fino alle lacrime; delle persone con disabilità vestite come bambini al parco, a una serata di gala; dei calciatori armeggiati con lo yacht privato.

I cantanti in gara non ricevevano fiori, perché ci abbiamo addobbato l’intero palco e perché davanti a loro c’era il pubblico, che bastava come regalo.


All’ultimo giorno, un giornalista dietro le quinte mi ha chiamata: direttore!

Ci siamo guardati tutti, scoppiando a ridere, fragorosi. Era un lapsus di una vita passata; ora avevamo capito.

Finalmente non c’era più nulla di ovvio da dover ribadire, perché i diritti non erano più solo un sogno da reclamare.

giovedì 31 dicembre 2020

Buoni propositi

Essere contenti non significa accontentarsi. Bevete e ridete. Le lacrime sono concesse, ma solo per lubrificare meglio i sorrisi. Ballate, ovunque siate e con chiunque siate. Ridete, ancora, soprattutto se non c’è niente da ridere. Brindate, senza ragione, a voi, a chi siete stati e a chi sarete. Fate l’amore, come potete. Sentite? 
Questa notte siamo vivi. 
Vi auguro un’allegria semplice, senza paura che possano farvela pagare. La sensazione di essere a posto, anche se circondati da cose fuori posto. Il coraggio, a mezzanotte, di scrivere a chi state pensando. La forza di mantenere viva l’energia accumulata fino a oltre la mezzanotte.
Vi auguro di stare bene, nonostante tutto.
Un cielo infinito sulle spalle e una Terra velocissima con cui tremare. Un corpo funzionante, che resiste a tutto e a tutti. L’equilibrio dinamico fra il cosmo fuori e il caos dentro. Tante voglie. E se siete soli, comunque non siete i soli e là fuori, qua fuori, ci sono miliardi di simili pronti a spartirsi un po’ di solitudini. 
L’anno prossimo vorrei più palchi, più parole da condividere, più strade, più abbracci e baci. Intanto alzo il volume, riempio il bicchiere, non mi siedo e immagino di stare con voi.

venerdì 20 novembre 2020

Sono una donna. Ho una vagina, il seno, una a alla fine del nome, come al termine di gran parte degli epiteti che mi si possono dare. Ho lo smalto sulle unghie dei piedi, i capelli lunghi, due gambe lunghe, due braccia esperte ad abbracciare o a incrociarsi, la bocca, piena di denti e desideri, un cuore e un cervello.
Io sono una donna.
Ci sono state giornate in cui avrei preferito non esserlo.
Per esempio alle elementari, quando giocavo a calcio, i compagni mi chiamavano lesbica e le maestre li sgridavano, non perché potessi anch’io giocare a quello che volevo, ma perché per loro quella era una parolaccia.
Avrei voluto essere un ragazzo tutte le volte che al liceo mi vergognavo di sanguinare ogni mese, soffrivo e mi dicevano che è normale, per una donna, e ogni volta che ho dovuto scegliere se vestirmi da troia, da suora, o da maschio.
Avrei preferito non essere una donna, quando all’università un professore mi ha proposto di fare il suo esame in segreto, nel suo studio, e quando ho scoperto che sul mio cv avrei potuto leggere tanti lavori quante avances.
Avrei voluto svegliarmi maschio, se su un palco non mi sono sentita libera di dire o fare il cazzo che mi pare, perché, si sa, la vita è una scuola senza fine e se un tizio con cui vuoi chiudere non esce dalla tua vita, è che l’hai stregato, non che è uno stalker di merda.
Avrei preferito avere un nome che finisce per o, ogni volta che qualcuno mi ha detto che scrivo bene: come un uomo.
Sarebbe stato più facile, non c’è dubbio.
Ma io sono una donna e questo non cambia; deve cambiare quello che mi circonda.
Voglio abitare un mondo in cui per essere una femmina, non debba fare il maschio, voglio pretendere un mondo dove posso avere le stesse possibilità di gioco di un uomo, con o senza vestiti. Io voglio una società per cui non valgo meno, se scopro la mia pelle, se non ho un cazzo, se ho il ciclo, se mi piace fare sesso e l’amore, se posso rimanere incinta e soprattutto per cui, se nel mio utero compare un feto, nessuno a parte me decida cosa farne, nemmeno il signor Iddio, come di tutto il resto di me, immagini comprese.
Pretendo una vita libera dallo stigma secondo cui sono sempre io la responsabile delle mele che mangia Adamo. Io voglio un’esistenza in cui, se ad Adamo mando un video di me che mi masturbo, lui non lo pubblichi sulla chat del calcetto e poi un’altra Eva mi faccia licenziare, perché, non gli umani che compiono un reato hanno torto, no, ma perché le donne come me sono sbagliate: le donne non sono sbagliate. Pretendo che questo sia un comandamento chiaro nella società che mi ha messa al mondo.
Voglio un mondo in cui le donne, coi capelli lunghi o corti, una qualsiasi lettera alla fine del nome, che si innamorano, si disinnamorano, vengono lasciate, lasciano, abortiscono, lavorano, pubblicano il proprio corpo o lo tengono per sé, si filmano, scopano, fanno l’amore, e lo dicono, o lo tacciono, sono tutte giuste. Nessuna esclusa.
Per avverarlo, occorre il coraggio di vivere di conseguenza. È faticoso ed è pericoloso, lo so. Ma bisogna osarlo: compagne di genere, sentiamoci bene e insegniamolo al resto del mondo.

lunedì 19 ottobre 2020

Disinnamorarsi

Primo passo: dai fondo. Leggi tutti i vostri messaggi, guarda tutte le foto, esamina ogni millimetro di pelle assente e di pensieri sfuggenti, perditi un po’, sogna persino, fino a poter dire che hai visto tutto. Tutto. Hai svuotato ogni memoria che hai e pure quelle che non ricordavi di avere. Ora è tutto sul pavimento, come una vhs sbobinata di cui conosci le battute a memoria. Che casino.
Secondo, fai ordine, mucchi, con la seguente regola: momenti diversi, sentimenti diversi. Taglia le scene. C’è sempre un prima e un dopo – almeno uno, spesso più d’uno. Ora la tua storia avrà dei nuclei narrativi in ordine logico – biologico, cronologico, analogico, meteorologico, illogico, va comunque bene.
Terzo passaggio: da’ un senso alla trama. È colpa tua? È colpa sua? Di entrambi! Magari di nessuno, è stato il tempo, è stato il meteo, me-te-o qualcun altro? Forse dico che doveva andare così e la chiudo con eleganza, che questo matrimonio non s’ha da fare, o che la favola insegna che i topi di campagna non devono scopare con quelli di città. In ogni caso – spoiler, io te lo dico, ma facciamo che non non te l’ho mai detto, ok? – Sia che tu senta di avere la verità in pugno, sia che sospendi la sospensione dell’incredulità a ogni pagina di script, sia che tu ci metta un minuto o più mesi che per trovare un nuovo amante/amato, sia che sia la prima, sia che sia la tua ultima volta, sappi che questo poi sarà il quarto livello: dimentica. Con gli organi volontari e con quelli involontari, quindi dimentica ma anche scorda tutto quanto. La tua colonna sonora preferita diventerà, scordata, rumore di fondo, insieme a quello cosmico. E cancella anche queste regole.
Se non funziona, riparti da capo, finché un giorno il primo pensiero sarà nuovo e nemmeno ti accorgerai del diverso panorama, con il pavimento libero e una storia in fondo agli occhi, come un film visto dieci anni fa.

lunedì 30 novembre 2015

A Rob Brezsny

Caro Rob,
caro Roby. Bob,
Ro’, Bobby;
Robertino
Bertuz.
Caro uomo delle stelle
dalle stelle
alle stalle,
caro Starman
rinnegato da Bowie
uomo delle previsioni
senza cartine alle spalle
e nemmeno la bacchetta
per accarezzare
le migrazioni di pollini.
Amico di tutti
ma l’unico escluso
a capodanno
dal novero di Paolo Fox.
Caro Roberto,
che ti immagino
a collezionare feticci
da luoghi fuori dalle mappe
di continenti da favola
da paesi
che manco mezzo padiglione all’Expo
perché
semplicemente
non esistono.
Caro Bobby,
che ti penso
a casa
cogli scacciasogni pure al cesso – che poi non ho mai capito se i sogni li scaccino o acchiappino, ma non mi pare il caso di scriverci una poesia.
Ebbene, caro
omonimo del frontman
dei Pooh
non so se l’hai letto nelle palle degli occhi della Luna, o nelle palle – e basta – di Giove oppure, magari, l’hai captato nelle mie parole, comunque, caro Rob, è così:
m’hai rotto il cazzo.


Davvero,
mi hai del tutto annoiata
con le tue preveggenze
cieche,
le tue ipotesi
senza tesi,
le anticipazioni
che non spoilerano mai un cazzo di niente,
i tuoi presentimenti
senza sentimento
che non sentono nemmeno l’ovvio,
che se chiedessi a mia nonna come creare una web agency di successo, ne saprebbe di più, di quanto tu, uomo di cui non so pronunciare il cognome, non sappia sul mio futuro.
Sì, Rob, sì
perché sono proprio
incazzata. Con te, anche.
Perché ti abbiamo ascoltato
e tu
a tradimento
ci hai insegnato solo
che la vita
è prevedibile.

Tu ci hai fatto credere che la vita sia qualcosa di stabilito
di stabile:
confezioni
dosi
di destino
da somministrare ogni giovedì, come se si potesse vivere in base al pronostico dato con qualche ora di anticipo.
Ma non è così.
Infatti non si vive.
Hai sbagliato, Rob;
abbiamo sbagliato
e ora, diventati incapaci
disabili
all’esistenza,
dai nostri follower
perseguitati
non ci accorgiamo delle porte fuori uso, finché è troppo tardi per spostarci
per muoverci
per riaversi
per svegliarsi.
Siamo distratti
Siamo disadatti
a noi stessi. Divertirsi, sempre. Barattare il parlare con il cinguettare, pensare in 140 caratteri, spazi inclusi, emozioni deprezzate dai social-saldi,
dai saldi social
noi
invece
siamo volubili.

Non siamo alieni;
siamo alienati:
non serve un osservatore dei pianeti, esperto in carte natali, fatali, per capire che la vita senza like non ci piace.
Ormai ci sembra frustrante non poterci specchiare coi filtri e ricordare a tutti, ogni ora, che respiriamo ancora.
L’importante è divertire
de-vèrtere
distogliere
allontanare
allentare
l’attenzione
l’azione
non appena la vita
non sta nei pixel.
Emoticon spaesato
perché la vita
non sta
in cinque righe
nove, proprio quando il Sole sposa la Luna, Marte Venere, contattano Il boss delle cerimonie e ti invitano al matrimonio.
Il punto, Rob, è che la vita non entra in tot righe new age, che impieghi una settimana a scrivere.

L’esistenza esonda
Persone muoiono
anche se sono del nostro stesso segno
(No, non parlerò di Parigi.)
L’oroscopo
non prevede gli attentati
(No, niente Francia, non insistete.)
Lo zodiaco
non ti dice in che angolo di mondo starai meglio
sarai salvo
nemmeno in quale teatro
o sala concerti
(Ho detto niente Parigi. No.)
Non dirò che sono morti, che non sono gli unici e che ho pianto. E che Rob non ha previsto quante stronzate avete vomitato nei giorni seguenti, quanto patriottismo Vive la France ha acceso chi, fino al 13 novembre: Po-popopo-popopo.
Perché non interessa
il confronto
fare informazione
empatizzare e commuoversi.
L’importante
è cambiare foto del profilo.

Abbiamo tanta paura
della morte
e altrettanta paura di
vivere.

Ma dobbiamo insistere:
ricordare
che esistere
vale
le pene
se non semplifichiamo,
se accettiamo
questo star svegli
ogni tanto sognare
chiamato vita,
senza amputazioni
senza immobilizzarsi di fronte alla complessità, ché la vita
è un mostro
bellissimo.

Siamo così forti e facili
da rompere
che talvolta mi sale una fame
di esistere
e l’ansia
diventa smania
di fare
di dire.
La casualità non esiste, come il destino; esistono gli occhi
che scelgono
di guardare
e di vedere;
che il mondo
è ancora tutto da leggere.

Gli oroscopi me li scrivo da me.

Rob, ti ringrazio, perché sta settimana ci hai preso: mi si è fuso il modem, ho finito i gigabyte sul telefono. Ora non posso più sentirti.
Grazie.

sabato 14 novembre 2015

Un Po' e sia (feat. Giuseppe Ungaretti)

Ho cinque minuti
per parlare
poesia,
per dire
cosa sia. Cinque minuti.

In cinque minuti
mi bevo un caffè:
si zucchera, si soffia; si soffia più vicino, si beve.
Si lecca il cucchiaino, si lecca il bordo tazzina, poi le labbra
e si guarda fuori
si osserva la propria immaginazione, al di là dei vetri, a sposare l’aroma di caffè col profumo freddo dell’aria, sotto questo cielo d’autunno che promette primavere, ma di sera si arrende all’inverno. Come me, sotto l’acqua a sciacquare la tazzina, come mi arrendo io, a farmi piacere quello che devo, anziché fare quello che voglio.
In cinque minuti,
fumo una sigaretta
l’ultima
senza incollarla alle labbra,
come un primo, lungo bacio,
in cinque minuti
corri, senza pensare a niente, “Permesso!” “Scusi!” fai due gradini alla volta, ti secchi gli occhi per non perdere tempo a sbattere le palpebre, salti sulla banchina, ti mozzi il fiato
ed esiti. Perdi il coraggio
di lanciarti
di lasciarti
andare,
che la vita non aspetta
non rispetta
i “lasciare scendere prima di salire”
e se ne sbatte
delle tue frette
senza meta,
ti (r)allenta
appena scordi
che c’era prima di te
ci sarà dopo i tuoi impegni,
grande
immensa
e hai paura
esiti
e le porte si chiudono. Non ti resta che aspettare gli altri quattro minuti in banchina
in panchina
in compagnia dei social
asociali
che ti riempiono la home, in casa
ti perdono
imprigionato
aguzzino di te stesso
e dei tuoi pomeriggi
tascabili,
in balia di un esistere
che non sai più impiegare, su quella banchina, a cercare di pianificare l’inatteso, a scrivere liste di cose da fare per scrivere liste di cose da fare e poi, non sapere che fare.

In cinque minuti, posso respirare, grattarmi, parlare, starnutire
o starnutare
o sternutire
cercare sul sito Treccani la disamina su come si dice, infine soffiarmi il naso, leggere, pensare a me al mondo alla mia gatta al pensare, poi zittirmi; di colpo ascoltare il battito del mio cuore.
Cazzo, è veloce.
Cazzo, è troppo lento.
Oddio morirò,
non ho scritto tutte le poesie che avrei voluto, non ho restituito la chiavetta usb a Beppe, non sono ancora stata in India, non ho festeggiato per la laurea, sono troppo giovane, aiuto, fottuti cinque minuti interminabili !
Strazianti.
Strazianti.
Il tempo per massacrare di botte Aldrovandi – e vergognarsi della propria divisa. Cinque minuti per scagionare gli assassini di Cucchi – non per elaborare il lutto della morte di un figlio.
Cinque minuti per morire in un terremoto, magari dopo aver litigato con la propria mamma e non averle parlato per cinque ore, giorni, mesi. Anni.
Cinque minuti per affogare migrante, molto meno per mandare affanculo Salvini.
5 minuti per morire a 13 anni, boccheggiante e palestinese sui marciapiedi di Israele, come fossi un rifiuto, nessuno lo soccorre, qualcuno lo insulta, cinque minuti per caricarne il video online, fatto con un cellulare: trema immobile sdraiato a terra, un pesce rosso fuori dalla boccia, pregava forse, pensava alla sua famiglia, al dolore soffocante, al cielo riverso sopra di lui, che forse non pensa proprio a niente, nel tentativo di ingoiare gli ultimi respiri, ricoperto di sputi, noi stiamo a guardare;
che se esistesse dio
basterebbe
a odiarlo.

Vi batte ancora il cuore?

Cinque minuti per fare un respiro profondo,
distendersi
rilassarsi.
Cinque minuti per cadere dalle scale e bestemmiare sottovoce.
Cinque minuti per scoprire, la mattina, appena svegli, che, nonostante tutto, c’è un cielo blu ad aspettarti oltre le persiane.
Cinque minuti per capire che sono già sei.
Cinque minuti per mentire a chi ti chiede se hai una moneta e ripensarci.
Cinque minuti di connessione col mondo, per sentire tutto e sentirsi in tutto; felici.
Cinque minuti per arrivare in macchina al pub e cinque minuti per
lamentarsi che non c’è parcheggio.
Cinque minuti parlo di poesia
– ho detto –
ma cinque sono passati
e ancora non si sa che sia,
la poesia.

Perché cinque minuti non bastano
a parlare poesia.
Ché la poesia non è
nessuna
delle cose che ho dette.

La poesia
è quello che rimane,
Il gesto fra la parola e il silenzio
Pensiero nella pausa delle virgole
L’adrenalina di un microfono aperto
L’emozione di una viva voce

La poesia è un porto
sepolto
:

Di questa poesia
ci resti
quel nulla
d’inesauribile segreto