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sabato 14 novembre 2020

So che in lockdown ogni giorno è il giorno di lockdown, ma oggi mancano tre mesi a san Valentino e io devo rileggermi Romeo e Giulietta. 
Il san Valentino più significativo che abbia finora vissuto è stato compreso nell'anno più doloroso di sempre e ha compreso nessun limone e un incidente d'auto, quindi capirete che non sono proprio un'esperta in materia. Ma siccome di solito le feste comandate non mi piacciono e quindi con gli auguri non me la cavo granché, devo compensare nei giorni feriali come oggi: allora vi auguro di trovare qualcuno che non sia disposto a morire per voi, ma che sia entusiasta di vivere con voi. Qualcuno insieme a cui tutto sia più facile, non più difficile e con cui riconoscere la commedia persino nella tragedia. Vi auguro qualcuno disposto a farsi da parte pur di preservare la vostra felicità individuale, ma senza orgoglio e con incommensurabile coraggio quando si tratti di poter essere felici, insieme. Vi auguro di trovarlo e anche di saper essere altrettanto per chi se lo meriti. Insomma vi auguro qualcuno da amare senza farne una tragedia.
Nel frattempo, potete rileggervi Shakespeare.

sabato 7 novembre 2020

È notte fonda, l'ora in cui nessuno penserebbe di trovarti sveglia, se solo non avessi abituato il mondo ai tuoi occhi spalancati fino a presentire l'alba.
Bevo camomilla, faccio liste indulgenti di cose da fare e guardo video di Obama, perché mi aiuta a credere nella possibilità di svegliarmi domani – e potrebbe interrompersi qui la frase – di svegliarmi domani e trovare un panorama migliore. Intanto alleno il mio vocabolario mentale: ridere, abbracciare, viaggiare, anche solo per la mia città oltre i duecento metri da casa. Che poi per sapere quanti sono ho dovuto chiedere a Google Maps, perché con le distanze non sono mai stata brava, infatti sono ancora qua. Ma è bello a quest'ora essere gli unici svegli. Si può sentire il rumore del mondo, che non si ferma, anche se noi rimaniamo chiusi in casa.
Sarà una relazione a distanza. Alla fine avremo un'intera città di voglia di rivederci e allora rimpiangeremo le ore perse a non dormire, ma non le sentiremo per l'adrenalina di una vita nuova, di nuovo, in un mondo dal panorama forse migliore.

sabato 24 ottobre 2020

Un giorno torneremo a essere.
Faremo pace con la notte e la mattina ci sveglieremo sentendoci sensati, con la testa sgombra quel tanto che basta a disegnarci in faccia, involontarie, le rughe della contentezza e lo specchio sarà il nostro ritratto migliore: ce l’abbiamo fatta. Usciremo per strada grondanti gioia, spavaldi e orgogliosi, perché finalmente i telegiornali parleranno d’altro e anche noi potremo sfinirci le orecchie a dirci tutto quello a cui non abbiamo potuto prestarle in questi mesi. Andremo a sbattere sugli occhi dei passanti con i sorrisi incensurati, cammineremo piano, perché distratti dai nostri stessi simili, tutti complici di una felicità abbagliante e sfacciata, con le mani a esplorare fuori dalle tasche senza vergogna e l’odore di Amuchina. Berranno anche gli astemi. Le risa sovrasteranno l’inquinamento acustico, sarà una grande festa a cielo aperto, quel giorno ci abbracceremo tanto che da allora non avranno più ragione d’esistere i free hugs e torneremo a dare un senso anche alla sera, con le parole e le lingue; torneremo a baciarci, a fare l’amore, a poter rivendicare all’alba la nostra stanchezza e Atena ci concederà di allungare le ore, finché possiamo riempirle di tutto ciò che ci siamo persi. Saranno infinite e velocissime. Un giorno. Un giorno, non oggi. Oggi il benessere è sacrificabile. Oggi, ancora, è un campo per la rabbia e la tristezza e chiusi in casa, con l’assurdo, i fiori appassiscono.
Un giorno torneremo a essere?

domenica 5 aprile 2020

Ho contato le piastrelle del cortile. Quando butto la spazzatura mi regala un po’ di cielo, spingo lo sguardo in alto, perpendicolare al suolo per cercare di ingannare gli occhi: guardatelo così, senza confini, senza i tetti o le imposte delle finestre a multarlo, anche se rimangono. 
Non sono mai stata chiusa in casa così a lungo, nemmeno quella volta che mi ero presa la varicella, quando stabilii il mio record di appannamento finestre, con la fronte schiacciata contro il vetro, per la gioia della nonna. Da che cammini e mi ricordi, non sono mai stata così a lungo neanche senza salire sui mezzi pubblici. Mi mancano e sì, avevo pensato che potessero mancarmi, persino la novanta, però io sono specializzata in mancanze e mancansie. 
Mi manca camminare, per strada, al parco, in edifici di cui non ho contato le piastrelle, mi manca la libertà di movimento, le corse. Mi mancano le facce delle persone sparite dietro alle mascherine, il vociare, persino un po’ di traffico che non sia di sirene e quello schifo di rimanete-in-casa di sillabe metalliche; mi manca l’arrotino e questo no, non l’ho mai pensato prima.
Sento la mancanza di una lunga lista di umani e mete che portano il nome di cibi. Di risate, abbracci, saluti a inizio e a rimandatissima fine serata, soprattutto degli sguardi senza sospetto. Mi manca anche il mio sguardo senza la mappa dei possibili percorsi di germi, e due occhi senza una lente di paura, che però mi sa che non mi sono appartenuti mai. Mi mancano le parole fuori dai telefoni e le persone fuori dagli schermi, che consideriamo normali e infatti devono tornare ad esserlo. Vi confesso: non vedo l’ora che torniamo a darli per scontati. Perché dai, nemmeno una pandemia cambierà l’indole che ci ritroviamo e tutte le millenarie imperfezioni della nostra specie. Però magari, quando ne saremo fuori, una volta, una sera, una qualunque uguale ad altre centinaia che abbiamo già archiviato e passato, come se niente fosse o persino giustamente scocciati perché la metro ha tardato di un minuto, ci fermiamo e ce lo diciamo che, tutto sommato, può essere felicità.

lunedì 24 febbraio 2020

Un anno fa indossavo una mascherina per la prima volta nella mia vita e per l’ultima volta nella mia vita provavo a credere a qualcosa, senza riserve. Qualche settimana più tardi avrei imparato che persino i medici più megalomani non sono onniscienti e io, che avevo provato, sincera e disperata, a credere in loro, non potevo credere che mio padre fosse scivolato dalla parte sbagliata delle percentuali. 
Qualche mese più tardi prendevo il volo e da qualche parte fra l’aeroporto e la stratosfera scattavo una foto all’alba, incorniciata dal finestrino di un aereo su cui, nonostante tutto, in molti pensavamo di morire. Invece. 
Ho troppe e profonde paure per dirvi di essere coraggiosi e poche conoscenze per spiegarci qualcosa delle meccaniche dei nostri corpi, quindi non pronuncerò la parola coronavirus. So solo che a vedervi con le mascherine la parte più dolorosa della mia testa non è occupata dal trend topic del momento, ma da qualcosa di più intimo e personale – unico, purtroppo, ho imparato anche questo – e così ho pensato che sarà anche per altre, innumerevoli persone, che ora stanno meglio, o forse peggio. Bisogna condividerlo. 
Non possiamo farci carico del dolore di tutto il mondo, per fortuna. Ma ricordiamocene, ogni tanto, anche se non lo dicono alla tv. 
Ora scusate, torno a iperventilare per questo carnevale in mascherina. Che poi, alle albe ho sempre preferito i tramonti.