domenica 22 gennaio 2012

Carmina, III, 30. Traduzione del carme Exegi monumentum aere perennius, tratto dal terzo libro delle Odi di Orazio

Un monumento più durevole del bronzo
e più elevato della mole delle piramidi degne di re
ho innalzato, talché non il nembo divoratore,
non l’Aquilone sfrenato o la successione infinita degli anni e

la corsa veloce delle ore possano demolirlo.
Non tutto di me si spegnerà con la morte,
gran parte di me eviterà Libitina;
mi ingrandirò, ricordato dagli elogi dei posteri
ininterrottamente, fin quando i pontefici massimi con le vergini
saliranno al Campidoglio in silenzio.
Dove gorgheggia l’Ofanto violento e Dauno
fu re di aridi territori agresti, si dirà di me:
divenuto da misero autorevole, per primo
tradusse la lirica greca in ritmi italici.
O Melpomene, assumi l’orgoglio guadagnato coi meriti e,
propizia, cingimi la testa di alloro delfico.

Saresti sciocca, sorella

Saresti sciocca, sorella,
se ti fidassi della Natura;
se donassi il tuo credo
a questa maliarda dalle sembianze

divine. L'istante
ti si scioglie furtivo fra le dita,
il sole sparisce
sempre prima, l’esistenza

si consuma inarrestabile,
però le foglie, sempiternamente
mutevoli, vestono tinte stupende:

ti ammaliano e solo sua è la colpa!
Ma ora calmati. Ti sovvenga solo che
il futuro è sfuggente.

sabato 31 dicembre 2011

L'alba del martedì

Aurora dalle dita rosate è giunta anche stamane a offrirci il consueto acquerello celeste, pregno di azzurro, blu, rosa, arancio, grigio, bianco e un po’ di rosso.
Nella sua arcaica perfezione l’omerica espressione formulare riesce ancora a dipingere meravigliosamente l’immagine dell’alba, anche se si tratta di un’alba qualunque, distante migliaia di anni da quelle a cui assisterono i coetanei di Odisseo: infatti, anche stamattina, alle prime luci di un qualsiasi martedì, l’aurora, mattiniera pittrice plurimillenaria, ha offerto al cielo le sue rosee pennellate, che ora si stagliano in una vasta fascia al centro di quel grigiume che, dall’alto, osserva minaccioso l’inizio di una nuova giornata, sciogliendosi nelle sfumature sovra citate.
Tra le tante teste illuminate dal bagliore dell’alba, profumato di fragole e arance, c’è quella di Matteo che si spazzola gli incisivi per una buona ventina di secondi, ancora addormentato e confuso dato l’orario talmente poco tardivo, da permettere ai lampioni di rischiarare ancora le vie. Poi, ricordandosi di quando aveva visto staccarsi la dentiera a suo nonno, spaventato dall’idea di guadagnarsi la medesima sorte e perciò preoccupato di non aver dedicato sufficienti energie a tutti gli altri denti, se li lava più in fretta che può, avendo cura di alternare frenetici movimenti verticali e orizzontali finché, interrotto dalla voce di sua madre, dà un bacio al papà, s’infila il cappotto e finisce sullo zerbino con la mamma, al confine tra casa e pianerottolo, tra il profumo soffice dei croissant che dalla cucina ha ormai raggiunto l’ingresso e l’odore pungente del detersivo usato per lucidare le scale.
“Teo, hai preso la merenda?” “Torno subito!”
Corre in cucina, si allunga per raggiungere l’anta del mobile sopra il frullatore, afferra un pacchetto di schiacciatine al rosmarino, con un saltello dà un colpo allo sportello per richiuderlo e, dopo un frettoloso “Ciao papà!”, torna a calpestare il cappello del Babbo Natale stampato sullo zerbino davanti a casa, dove la mamma, tenendo aperta la porta dell’ascensore, sorride perché, prevedendo queste piccole deviazioni, ha imparato a puntare la sveglia una decina di minuti prima.
“Pronto?” “Si, ora si!”
Matteo ha paura di prendere l’ascensore da quando un suo compagno di classe gli ha raccontato di esserci rimasto intrappolato per più di tre ore. Quindi, una volta entratoci, non si spinge sul fondo ma rimane vicino alla porta con la testa sollevata verso l’alto, ad aspettare con ansia che lo zero del pianterreno, illuminatosi, si spenga e un suono acuto dia il permesso di aprire le porticine.
Cinque. Quattro. Tre. Il due sembra tardare ad accendersi: “Non voglio rimanere nell’ascensore tutto quel tempo. Mi scapperebbe sicuramente la pipì e poi c’è troppo poco spazio!” pensa, nel frattempo, il piccolo eroe.
Finalmente due. Uno. “Oggi a ginnastica giochiamo a palla prigioniera, non posso mancare! Dai, dai!”
Zero, ting!
Matteo spalanca le piccole porte di legno cigolante dell’ascensore, corre fuori, attraversa l’androne rischiando di scivolare sulle piastrelle forse fin troppo lucidate, apre il portone, si riempie i polmoni di aria fresca, anzi proprio gelida, e, alzando al cielo i grandi e vivaci occhi color gianduia, li spalanca per accogliere, quanto più può, quel cielo spettacolare che sembra essere stato lì ad aspettare proprio lui.
Con il naso diventatogli già rosso per le basse temperature del mattino, la bocca semiaperta per lo stupore e le pupille fisse e perse nel meraviglioso cielo macchiato di rosa, dirigendosi verso la fermata dell’autobus che lo porterà alla scuola elementare, si rivolge a sua madre: “Mamma, perché il cielo è così bello?”
Un ragazzo, passando di fianco al bimbo e sentendo la sua domanda tanto ingenuamente complessa, sorride, mezzo nascosto dietro la sciarpa blu che sua zia gli ha regalato a Natale.
Stamattina deve camminare più del solito, perché ieri sera ha legato la bici parecchio lontano da casa, in quanto voleva camminare: Lorenzo sente sempre il bisogno di fare quattro passi quando le cose non vanno come vorrebbe, e questo è certamente un periodo che necessita di molto moto.
“Sono indietro con gli esami perché devo lavorare” pensa, andando a recuperare il suo veicolo bipede.
“Se ogni maledettissimo pomeriggio non dovessi stare in quel buco di McDrive a distribuire panini, ora sarei in pari con gli appelli all’università e i miei potrebbero essere fieri di me; finalmente smetterebbero di ascoltare le perplessità della zia.”
Difatti, la zia di Lorenzo manifesta puntualmente la propria altera contrarietà nei confronti della scelta di studiare filosofia ai genitori del giovane, i quali, da quando i risultati del figlio hanno registrato un calo, evidentemente dovuto ai turni da McDonald’s per pagarsi la retta universitaria, hanno cominciato a essere di un parere simile a quello dell’anziana parente invece che sostenere le speranze del ragazzo, sballottato tra hamburger e filosofia.
Da allora, la sentenza “avresti dovuto dedicarti a qualcosa di pratico e utile, come ha fatto tuo fratello” riecheggia nella mente del ragazzo come un martellante mal di denti: “Forse hanno ragione, avrei dovuto scegliere una facoltà che mi garantisse più opportunità lavorative dopo la laurea, oppure sarei dovuto andare a cercarmi un lavoro dimenticando l’università, come mio fratello.
Però cosa ci posso fare se mi piace quello che studio?” riflette, camminando.
“Meno male che ogni giorno, quando smonto dal turno di lavoro, tornato a casa, mi chiudo in camera, accendo la mia lampada da tavolo comprata all’Ikea e incontro i grandi pensatori del passato.
Come potrei rinunciare al mio quotidiano appuntamento con la filosofia, fedele amica da quando, a quindici anni, la conobbi per la prima volta?
Iniziai da Empedocle e poi, ammaliato dai ragionamenti contenuti nel libro di testo che il mio insegnante ci aveva fatto comprare, una pagina dopo l’altra, mi addentrai sempre più in quella che per me rimane la scienza specializzata nella parte dell’uomo più interessante: la sua facoltà di pensare, quella capacità che ci differenzia dalle bestie e ci fa protendere verso il divino infinito. Quell’accidente, onere o onore che si ritenga, che ci rende uomini, insomma. Che cazzo dovrei dire d’altro a mia zia, ogni volta che mi chiede cosa ci trovo di tanto speciale nella filosofia?”
Risvegliato dal freddo inaspettatamente gelido della catena, interamente coperta di brina, che lega la sua bicicletta a un lampione, trova la risposta al quesito retorico nell’emozione provocata dalla visione di quel cielo ceruleo spruzzato di rosso, che infonde speranze e lo guarda dall’alto, avvolto nel suo fascino misterioso e millenario.
Sembra dirgli: “Giovane, ama la filosofia, se ci credi, con lo stesso naturale trasporto con cui apprezzi l’alba”, uno dei tanti spettacoli della natura che pizzicano le corde più interessanti di cui è dotato quel particolare strumento musicale che è l’uomo.
Così, mentre monta in sella alla vecchia Atala di colore azzurro, col manubrio ricoperto di ruggine e il sellino assai scomodo, ma ancora più che funzionante, ripensando a quel bimbo incontrato poco prima, sorride coprendosi il naso con la sciarpa, si avvia verso l’università e, incrociando un attraversamento pedonale, nota un uomo sulla cinquantina che sembra essersi addormentato, appoggiato a un pilastro di cemento vicino al semaforo.
Decisamente più sfortunato di Lorenzo, circa una settimana fa, cercando di accendere l’auto, ancora ignaro del fatto che la giornata non sarebbe andata come stabilito, scoprì che c’era un motivo per cui la sua utilitaria usata era costata così poco rispetto alle altre autovetture disponibili sul mercato: a tre settimana dall’acquisto motore, radiatore e pure il tasto per alzare e abbassare il finestrino di fianco al posto di guida lo avevano lasciato a piedi a causa, secondo il meccanico tempestivamente contattato e assai caro, del freddo. Infatti, il signore è appena uscito dalla metropolitana. È riuscito a resistere al sonno mentre saliva in superficie con la scala mobile, ma al semaforo, che è diventato rosso proprio quando lui è arrivato sul ciglio del marciapiede, non ce l’ha fatta e si è assopito con la testa appoggiata al palo più vicino.
In questo periodo i turni notturni in ospedale gli sembrano particolarmente stancanti, da un lato perché con le feste la gente sembra avere più tempo per farsi o sentirsi male, quindi il pronto soccorso pullula di chi si è ferito tagliando distrattamente il panettone, chi è caduto rovinosamente sugli sci, chi, da quando non deve più pensare soltanto al lavoro, ha notato fastidiosi dolori in qualche punto del corpo, e chi invece, rimasto senza impiego, da quando ha scoperto che non dovrà più pensare al lavoro per un tempo tristemente indeterminato, aspetta l’Epifania, riempiendo le calze dei propri figli con attacchi d’ansia, depressione o sarcastici propositi di rapinare una delle piccole banche nella sua zona.
Dall’altro lato, da quando ha divorziato ed è tornato momentaneamente ad abitare con i suoi genitori, anche se ha qualche istante per coricarsi nel lettino in cui aveva dormito fino ai vent’anni, non riesce mai a prendere sonno profondamente. In pratica, similmente all’ultimo gruppo di malati natalizi, con la mente affollata dai mostri dell’insoddisfazione non riesce mai ad abbandonarsi a un sonno ristoratore, ristagnando perennemente in uno stato di apatico dormiveglia.
Anche adesso, si alza dal suo trono di cemento tenendo ancora gli occhi chiusi. Sa che il semaforo è diventato verde perché non percepisce più il calore all’altezza delle caviglie, emesso dai tubi di scappamento dei veicoli che, fino a un secondo fa, affollavano la carreggiata di fronte a lui; sposta in avanti il piede destro e, mentre ancora non ha toccato terra, apre gli occhi, trascinandosi fino alla sponda opposta di marciapiede.
Vede sempre tutto annebbiato e i suoi ragionamenti sono offuscati almeno tanto quanto i suoi organi di senso: da quando è precipitato in questo stato, gli si presentano alla mente solo immagini e parole apparentemente sconnesse tra loro, mai in quella naturale armonia che dovrebbe popolare una testa genitrice di umani ragionamenti, e sono accompagnate da quei classici salti al cuore che capitano quando si trattiene il fiato oppure, come nel caso del nostro Roberto, ci si dimentica proprio di respirare.
Dice tra sé e sé: “Cornuto, vecchio e dormo da mamma e papà. E la macchina…
Devo mangiare qualcosa.
Quel ragazzo delle quattro non l’abbiamo salvato.” Non respira, il suo cuore rallenta bruscamente.
Poi, inghiotte involontariamente un po’ d’aria e l’organo cardiaco con un doloroso e sordo colpo iniziale si tuffa in un ritmo più accelerato fino a un’altra di quelle visioni oniriche.
In questo modo, ora procede verso casa e, in generale, tira avanti da mesi, oramai.
A un certo punto rischia di scivolare su un tombino gelatosi durante la notte e, pensando “Dannato il meccanico e il suo freddo!”, si rannicchia per tornare in equilibrio, quando sente gocciolare qualcosa di piccolo e viscido sui capelli: un piccione, non uno di quelli più comuni, ovvero di un grigio scuro la cui tonalità non si capisce se sia dovuta a madre natura, al sozzume per cui questo tipo di uccello è rinomato o allo smog, ma uno bianco con una macchia circolare sul petto, ha appena svuotato il proprio intestino sulla capigliatura di Roberto, che sottovoce si lamenta: “Ecco, questa mi mancava. Grazie tante!”
Data la circostanza, il medico in un certo senso incoronato s’incammina verso l’ingresso del condominio più vicino, per specchiarsi nel vetro del portone e tentare di levarsi quello schizzo biancastro che, nonostante il colore tendente più al grigio che al nero dei suoi capelli brizzolati, attira l’attenzione dei passanti.
Allora, mentre con un’espressione disgustata maneggia un fazzoletto, Roberto nota un paramento funebre appeso sulla parete sinistra del corridoio oltre il portone prescelto. Aguzza la vista e, cercando di fare ombra con le mani per ridurre al minimo il riverbero delle luci alle sue spalle, riesce a leggere al centro di quel pezzo di tessuto nero di forma circolare “Brighenti”. La signora Brighenti, una donnina gracile che aveva superato l’ottantina da più di una decade, amica di sua madre che, quando Roberto era piccolo, gli regalava sempre dei buonissimi cioccolatini con involucro di cioccolato bianco e ripieno di crema alle nocciole, è morta.
Il medico si volta e si ferma un attimo a fissare l’orizzonte con le spalle contro la porta nel cui vetro, fino a pochi istanti fa, si stava specchiando.
Le foglie arancioni che l’inverno ha lasciato sugli alberi, che dividono le due carreggiate della strada da poco attraversata da Roberto, si confondono nell’orizzonte infuocato dall’alba: sembrano voler competere con le nuvole nel dare forma al cielo.
Il cinquantenne con le spalle al muro, incamminandosi verso casa, appare più desto.
“Certo che siamo fortunati. Io sono fortunato.” pensa e, finalmente, si affatica per cercare di tenere gli occhi aperti, incollandoli allo sfondo multicolore offerto dall’aurora.
Mentre Roberto va a casa, dove saluterà con un trasporto inconsueto i suoi genitori, si farà una doccia, si sistemerà la barba come non fa da troppo tempo, e, dopo essersi disteso sul letto singolo della sua cameretta, si impegnerà a fare un respiro profondo senza balzi al cuore, il signor Brighenti, Carlo Brighenti, da poco rimasto vedovo, si siede al tavolo della cucina nel suo appartamento.
Fino all’altro ieri, a quell’ora, ogni giorno faceva colazione con sua moglie, che aveva una passione per i fiori: tende a fiori, tappetini a fiori, vestiti floreali, ma soprattutto sempre un mazzo di fiori freschi al centro del tavolo della cucina.
L’altro ieri aveva preso tre margherite gialle, i cui petali iniziano ad appassire.
L’anziano estrae dal vaso una margherita.
“L’altro giorno abbiamo litigato per questa” pensa, accarezzando quel frutto mancato che gli ricorda la sua consorte.
Come quei petali le guance della signora Brighenti erano state macchiate dal trascorrere imperterrito del tempo, ma erano rimaste vellutate e profumavano sempre di rosa grazie a quell’essenza comprata in erboristeria, che Carlo aveva detto di detestare e di cui ora già sente la mancanza; lui che ieri, salutando la figlia, l’ha consolata come se, preparato a quell’inevitabile momento, avesse accettato con serenità la scomparsa della moglie. Ma non era così. Aveva sempre temuto questo momento, però non lo aveva mai considerato seriamente.
Aveva preferito continuare a comportarsi come sempre, inutile bisticcio dopo bisticcio come è tipico di ogni coppia sposata da più di mezzo secolo, anche quando capì che, se una mattina si fosse svegliato da solo e avesse dovuto fare colazione senza la sua compagna, gli sarebbe mancata molto. Tuttavia, preferì tenere la sua gratitudine per sé, perché non voleva diventare uno sdolcinato a novant’anni.
“E ora è accaduto l’inevitabile e irrimediabile.” Proprio così.
L’anziano ripone la margherita nel vaso al centro del tavolo e, appoggiando la mano sinistra stretta in un pugno sul piano, sussurra: “Avrei dovuto ringraziarla più spesso: grazie per le colazioni, i pranzi, le cene, grazie di aver cresciuto i nostri figli, grazie di avermi sopportato per tutti questi anni.
Avrei dovuto dirle che mi piacciono i fiori perché piacevano a lei.” Poi, con voce bassa e tremante aggiunge: “Avrei dovuto dirle tutti i giorni che l’amo”.
Abbassando la testa, guarda la sua mano: mano da lavoratore possente, ruvida dalla parte del palmo e raggrinzita sul dorso, ha impastato acqua e farina per una vita, offrendo pane e focaccia almeno a tre generazioni.
Estraendosi la fede dall’anulare, legge la data riportata all’interno col tatto, perché ha scordato gli occhiali da vista in camera dal momento che non c’è più sua moglie a ricordarglieli; afferrando il vaso di fiori appassiti si dirige verso il cestino della spazzatura ma, prima di aprire l’anta sotto il lavello, dà un’occhiata fuori dalla finestra della cucina.
Non aveva mai notato quale meravigliosa vista offrisse quel pertugio, sebbene abitasse lì da una sessantina d’anni: si gode allora, dall’alto del quinto piano, per la prima volta, la vista sull’orizzonte, priva di ostacoli così da consentire all’aurora di riempire la stanza delle sue incantevoli sfumature, che, simili a un campo fiorito, ricordano al canuto signore sua moglie.
Mentre gli occhi di Carlo vengono lambiti da tiepide lacrime, nutrendosi di quel giallo di infinite margherite e girasoli, del rosa di sterminati campi di garofani, del colore di innumerevoli tulipani aranciati e rose rosse, portati dalle prime luci del mattino, l’uomo appoggia il vaso che ha in mano sul bordo della finestra, senza guardare. Successivamente, dirigendosi verso la porta della cucina con gli occhi ancora inumiditi dalle lacrime, scorge un’enorme confezione di profumatori per armadio all’essenza di rosa, che sua moglie gli aveva ostinatamente infilato tra le camicie per una vita intera. Sorride col mento che gli trema lievemente, si volta a gustare ancora una volta i colori dell’alba che inebriano la sua cucina ed esce di casa.
Andrà a comprare dei fiori, per metterli al centro della tavola prima di fare colazione, oggi come per il resto della sua esistenza, ogni mattina, quando, svegliato dall’alba con le sue inconfondibili tinte, gli sembrerà che lo osservi dall’alto con uno sguardo simile a quello di sua moglie.
Fino a quando gli uomini saranno capaci di ammirare Aurora dalle dita rosate, divina creatrice di un sentimento di speranzosa manchevolezza e che, avvolgendo l’uomo nella sua millenaria beltà, lo spinge per le vie della vita, Carlo uscirà a prendere dei fiori perché possa onorare il ricordo di sua moglie. Roberto cercherà di non farsi sfuggire, adirato e insofferente, la propria esistenza, Lorenzo non smetterà di credere in ciò che ama e desidera e Matteo continuerà a stupirsi dell’indescrivibile bellezza che la vita ha in serbo per lui, per noi.

lunedì 28 novembre 2011

Antologia epistolare da un aldilà. Capitolo II.

Al mio Davide.

Chissà quanti anni avrai quando leggerai questa lettera. Chissà che persona sarai, quali saranno i tuoi desideri, le tue impressioni riguardo al mondo e le tue intime riflessioni. Chissà se sarai uno che preferisce dormire fino a tardi come me, o se non riuscirai a fare a meno di rendere ogni giornata dinamica, come tuo papà che ogni domenica, quando ancora stavo bene, riusciva sempre a farmi mettere il naso fuori di casa. Mi convinceva, ogni volta, a fare un salto in quel mondo da cui io, invece, tendevo ad allontanarmi, infagottata tra le lenzuola del letto.
Chissà se preferirai il caffè amaro o zuccherato; chissà se berrai il caffè.

Oggi tu compi un anno, mentre io ne ho trentasei, ma sia io sia i miei medici siamo ormai certi che non riuscirò a festeggiare il mio trentasettesimo compleanno, anche se sarà tra meno di una ventina di giorni.

Da un lato sono contenta che tu sia ancora così piccolo adesso che sono malata: il mio aspetto è stato trasfigurato da un problema attualmente poco curabile, perciò mi rasserena pensare che avrai di me l’immagine di quella donna sana con le guance rosee e i lunghi capelli folti, fotografata in tempi decisamente diversi dai più recenti.
Dall’altro, al di là di questa vana consolazione, desidererei più di ogni altra cosa avere la possibilità di stringerti a me senza il costante cocente indescrivibilmente infelice pensiero, che quello potrebbe essere l’ultimo abbraccio del mio bambino. L’ultimo abbraccio della tua mamma.

Non sai quanto vorrei poterti fare addormentare ogni sera, cullandoti senza sentire il tempo che passa; farti il bagnetto miscelando acqua calda e fredda fino a raggiungere la temperatura più piacevole possibile; darti da mangiare e sorridere alle espressioni incontrollate del tuo faccino, ogni volta che assaggi qualcosa di nuovo.
Darei qualunque cosa per poter assistere ai tuoi primi passi, alla tua prima sbucciatura, al tuo primo giorno di scuola, ma non mi resta più nulla da barattare.

Proprio perché non potrò vederti crescere e contribuire alla formazione della tua persona, ho deciso di scriverti queste righe, per lasciarti almeno un mio primo e ultimo biglietto di buon compleanno e affidarti l’insegnamento che più mi preme confidare a mio figlio, e che ben pochi possono aver imparato meglio di un malato di cancro: hai una sola esistenza a disposizione, non sprecarla.

Questa frase ti apparirà poco importante quando trascorrerai le giornate giocando coi tuoi amici, correndo a perdi fiato, succhiando freneticamente ogni afflato di vita che i giorni ti offriranno finché, calato il buio, nemico di ogni bimbo, ti fermerai, cullato dai sogni, a recuperare le energie, che il giorno dopo sfogherai senza farti scappare nessun morso di vita.
Però, quando gli anni passeranno e insieme a loro l’energia incomincerà a dover essere impiegata in più ambiti oltre a quello del gioco, finirai di vivere per il semplice vivere, smettendo così anche di divorare l’esistenza a grossi bocconi: allora inizierai a vivere per qualcosa che è altro dal vivere e basta, sia esso un obiettivo da raggiungere, una passione da perseguire o qualcuno da amare. Dunque il monito di non sprecare la tua esistenza potrà divenire più chiaro ai tuoi occhi, poiché comprenderai che non è affatto semplice tenere in pugno la nostra vita ed evitare che ci scivoli addosso, lasciandoci attoniti, inermi e incoscienti fino a un giorno in cui, rianimandoci dal torpore, potrebbe essere troppo tardivo reagire.

Non dobbiamo permetterci di confondere il vivere col tirare avanti, altrimenti, svegliatici una mattina senza motivi per alzarci, potremmo non riuscire più a scovare l’energia necessaria per rispondere al sentimento di infelice insofferenza, causato niente meno che da noi stessi, diventati ingrati e ciechi davanti alla bellezza universalmente disponibile. Oppure, scossi di soprassalto da una malattia che non concede guarigione, diverremmo bruscamente coscienti dell’insolubile sbaglio commesso: aver deciso di non interagire col mondo circostante, non essersi sentiti partecipi della meraviglia in cui ci troviamo a esistere.
Caro Davide, mia unica fonte di lacrime felici, non scordare mai l’amore che provo per te e ricorda, soprattutto, di volerti sommamente bene, per non sentirti mai escluso da questa corsa che è la vita. La tua vita.
Ti auguro un compleanno meraviglioso, ma soltanto mediocre se paragonato a quelli che dovrai ancora festeggiare.

Chissà quanti anni avrai quando leggerai questa lettera. Chissà se avrai fatto scelte coscienziose, se la mattina ti sveglierai felice, se vorrai avere un figlio, se sarai soddisfatto di te stesso. Chissà che scuole frequenterai, che lavoro vorrai fare, che genere di libri, film o musica ti appassionerà di più.
Chissà se nel fine settimana preferirai stare a casa o uscire, se andrai d’accordo con tuo papà, se come lui sarai espansivo, generoso, socievole e pure testardo. Chissà se sarà stata trovata una cura al cancro.
Chissà se ti mancherò.

La tua mamma.

martedì 30 agosto 2011

Antologia epistolare da un aldilà. Capitolo I.

Cara Amelia,
mi manchi.
Vorrei poter trascorrere ancora un giorno insieme a te, una sola, intera giornata con te, mia più preziosa compagna.
Ti porterei in campagna per perderci nell’erba alta, aspettando il tramonto, per poi ammirare abbracciati tutte le stelle che la notte sa offrirci.
Desidererei anche rivivere la nostra ultima, normale domenica, una delle tante, abitudinarie, innocenti domeniche che abbiamo vissuto fianco a fianco: svegliarmi in un letto che sa di te, preparare il caffè e attendere l’ora di pranzo sul divano, ascoltando i tuoi movimenti in cucina. Dopo cena, tornare nel letto in cui tutto ha avuto inizio, per assaporare quella piacevole atmosfera di annoiata tranquillità per l’imminente lunedì lavorativo, e baciarti, ancora una volta, prima di spegnere la luce sul tuo comodino.
Quanto vorrei poter affondare le mie dita nei tuoi capelli profumati di primavera; poterti ancora stringere così forte, da sentire il solletico delle tue ciglia sul mio collo.
Non sai quanto mi manchi il tuo morbido respiro, ritmato dal battito lieve del tuo petto.
Amelia credimi, se dico che sei l’unico motivo per cui potrei pentirmi di ciò che ho fatto, e non farti abbattere dalla mia decisione, per quanto dolorosa ti appaia, perché è la migliore che potessi prendere.
Entrambi sappiamo che non ero fatto per vivere. Sono sempre stato sprovvisto d’immaginazione, questa è stata la mia sfortuna.
Mi ricordo che alle elementari litigai con un mio compagno di classe, perché mi ero sdraiato sotto un albero che lui riteneva essere la sua nave. Il piccolo pirata era capace di vedere uno spumeggiante oceano in tempesta tra le radici della vecchia quercia, piantata nel cortile della nostra scuola, e spaventose saette nel cielo completamente limpido sopra di noi; ma io no, e mi ostinavo a sostenere che non ci fosse nulla di speciale in quel posto.
Mentre fino ai dieci anni mi limitai ad ascoltare con profonda sfiducia le storie fantastiche che gli altri mi narravano, crescendo ho maturato questa mia infantile incredulità in uno scetticismo corrosivo.
In questo modo, ho iniziato a pensare che tutto ciò che è astratto, come tutte le mie idee, opinioni, le tesi, i miei pensieri, speranze comprese, non avesse alcun bagaglio di veridicità.
Dopo aver negato la Verità anche a Dio, sono giunto ad asserire che qualunque riflessione oltre la mera sfera del tangibile l’uomo si sforzi di produrre, per me non potrà mai essere più significativa di quelle favole a cui non riuscivo a credere da piccolo.
Così privai la mia esistenza della possibilità di avere un senso.
Iniziai a vederla come un’incomprensibile commedia dell’assurdo, ricolma di bugie; poi, a ventinove anni, quando decisi che non mi andava più di recitare, mi sono tolto la vita. Mi sembrava un interminabile sofisma e io ne ero profondamente nauseato.
Voglio solamente chiederti di perdonarmi se il mio suicidio ti ha causato dolore. Non era mia intenzione ferire l’unica creatura per la quale mi sarei potuto salvare.
Non avrei potuto evitarlo: non sapevo credere ed è troppo difficile continuare a vivere, quando non ci si accontenta di vedere la propria esistenza come un meccanico avanzamento senza meta né motivi per cercarsene una.
Ed è lancinante pensare di doversi alzare ogni mattina, per un’intera vita, incapaci di avere fede anche in se stessi.

Ti ho amata e ti amo, Amelia. Non sprecare le tue lacrime, per piangere un incredulo ragazzo con poca fantasia che, insoddisfatto della fisica, non è stato in grado di inventarsi una metafisica tutta vostra.

mercoledì 16 marzo 2011

I coniugi Pittaluga

Circa un paio di settimane fa, all’età di sessantatré anni, la signora Pittaluga rimase vedova.
Non accadde niente di macabro o scioccante: il signor Pittaluga, dopo essere andato normalmente a letto la sera precedente, quella mattina non si recò dal giornalaio sotto casa, ad acquistare una copia del quotidiano Il secolo XIX, che ogni giorno era invece solito procurarsi. Inoltre fu affisso all’ingresso del condominio, dove risiedevano i due anziani, un fiocco nero, che poté così essere scorto da tutti gli abitanti di Mioglia, svegliatisi quel mattino, a differenza del vecchio marito, appunto.
Il funerale si tenne a Savona, a una trentina di chilometri di distanza dal comune ligure in cui i due sessantenni avevano fino ad allora vissuto, ma nessuno degli abitanti miogliesi si sforzò di raggiungere il capoluogo per assistervi.
C’è da dire che i canuti coniugi non erano mai stati molto espansivi, e il fatto che non avessero avuto figli né gli rimanessero parenti stretti a Mioglia, non aveva sicuramente incoraggiato i rapporti con gli altri residenti; questi ultimi poi, non si lasciarono di certo sfuggire l’apparente chiusura della coppia, per sfogare a suo scapito le prevedibili maldicenze, che da sempre cercano di animare quello spirito annoiato, tipico di ogni località di piccole dimensioni e scarsa popolosità. Infatti, se Mioglia presenta poco più di cinquecento abitanti nei periodi di maggiore vitalità, ci si può immaginare quanto questo esiguo comune a confine col Piemonte tra le vallate dell’Appennino Ligure, viva un’atmosfera di estrema tranquillità per il resto dell’anno: perciò, non è difficile comprendere che i miogliesi si conoscano quasi tutti di persona, indubbiamente tutti di vista e che assai spesso si facciano scappare qualche battuta sugli altri compaesani, ovviamente alle loro spalle.
Ebbene, lasciata passare giusto qualche ora dalla morte del Pittaluga per la sorpresa causata dall’imprevedibile accaduto, le malevoli dicerie ripresero il proprio tradizionale corso.
In questo modo, la signora Pittaluga ebbe l’opportunità di assaporare completamente i pettegolezzi, che sino a quel momento aveva potuto condividere col marito. Si accorse di quanto fossero effimeri i comportamenti dei miogliesi che, confidando in una maggiore sordità della vecchietta, e anche in una più veritiera lealtà dei vari confidenti con cui sfogavano le proprie maldicenze, diedero all’anziana donna un perfetto esempio di quell’arte di simulazione e dissimulazione che, inscindibile qualità umana, non riesce sempre a evitare di essere ritenuta un difetto.
La vedova iniziò a notare e a essere infastidita da questo comportamento perennemente falso dei miogliesi, e la doppiezza della gente disgustò a tal punto l’anziana donna, intimamente ferita dalla totale mancanza di genuina verità nel mondo circostante, affettuosamente oscurata fino alla morte del marito dall’amorevole presenza di quest’ultimo, da costringere la vecchietta a rinchiudersi in casa, cercando così di sfuggire a quell’inarrestabile commedia, quale le appariva la vita.
Rimase nel suo appartamento tre giorni. Poi, anche lei morì.
In pratica, una decina di giorni dopo la morte del signor Pittaluga, abbiamo nuovamente assistito alla stessa scena con un fiocco nero sulla medesima porta in via Acqui: la vedova era stata trasportata durante la notte all’ospedale San Paolo di Savona e lì era poi deceduta.
Alcuni dicevano che il suo trapasso fosse stato causato dalla profonda sofferenza per la perdita del marito; altri, a cui un tempo la Pittaluga aveva  ingenuamente confidato di avere una grave malattia, senza scrupoli, lo riconducevano apertamente a quella, arricchendo ogni volta di nuovi e stupefacenti particolari il ricordo della rivelazione.
Ad ogni modo, appena prima di morire, durante il ricovero evidentemente tardivo al San Paolo, dalla sua camera d’ospedale aveva mandato una lettera al sindaco di Mioglia  indirizzata a tutti i miogliesi, in cui la vecchietta, con quel tono profondamente irritato ma comunque compito che si addice a una signora d’età avanzata, lamentava tutta quell’ipocrisia che aveva troppo a lungo sopportato.
La missiva venne affissa davanti al municipio del comune miogliese e gli abitanti, ammansiti dagli irreparabili sensi di colpa nei confronti della vedova deceduta, furono sinceramente colpiti dalla sua lettera e dopo aver meditato sul proprio comportamento, si impegnarono ad adottare una condotta più semplicemente leale e onesta.
Che strano però, un paio di giorni fa è arrivato un dipendente di un’agenzia immobiliare savonese, a controllare l’appartamento dei Pittaluga per la messa in vendita; ha detto al proprietario dell’edicola a pochi metri dall’abitazione dei due defunti, che era stato ingaggiato proprio da questi ultimi.
Ovviamente, il giornalaio ha sostenuto senza dubbio che il savonese si stesse sbagliando e, anche quando ha riportato l’accaduto agli altri miogliesi, costoro non hanno avuto la minima incertezza riguardo alla triste e vera fine dei loro due poveri concittadini.

Eppure, io sono convinta di averli visti proprio ieri: passeggiavano, tenendosi a braccetto, per le vie del centro storico di Savona con aria sollevata e compiaciuta. Al mio: “Signori Pittaluga?” i due canuti addetti all’inesistente sipario di quella commedia mondiale che è la vita, si sono voltati lentamente e sorridendo: “Salve cara! Come va a Mioglia?”

venerdì 11 febbraio 2011

Nessuno

Uomo non vi è
che, leggenda eroica,
lo ignorò.
Uomo non vi è
che la sua dote logica
non invidiò.
Nessuno non la conobbe:
tutti ne sparlarono per l’eternità,
inconsci portatori d’immortalità.
Nessuno diviene così imperituro:
possiede l’infinito finalmente,
che occupi ora la sua mente.

Nessuno fu; è Ulisse