venerdì 1 ottobre 2021

Sono su un treno insieme a un ragazzo, che oltre che sul sedile è sullo schermo dove ora sto digitando, incorniciato sopra il logo di Tinder. Continuo a guardarlo attraverso il vetro, così fa la mia generazione. Da un’altra generazione ma lo stesso vagone, una signora mi dice che la stazione di Milano Centrale fa schifo. Per me, colpa forse dell’architettura fascia, sa di nostalgia, dei ritorni a casa e dei ritorni in stazione, con la speranza che il successivo ritorno a casa sia con uno zaino di gioie più pesante, ma più leggero del prossimo ritorno in stazione e più cresco e più invecchio, più capisco che, a differenza del fascismo, la nostalgia mi piace. Come quando finisco le lacrime davanti a un telefilm, che da qualche giorno mi costringo a guardare in inglese, to improve my English, that I used to use less than dead languages. Kind of necromancy. For someone who puts all their hope in language it’s nasty to rely on foreign syllables. Btw reminding myself the limits of communication is a fair affair.
I can’t understand everything, but I feel it anyway, when one character seems they’re gonna die, then somebody says that they are not going to die, they can’t die, because they are [insert character name.] As if in their name, life, supposed destiny, would never be found the word death. They don’t die.

The Tinder boy remains a glass boy. 

Out of the screen instead, does happen that someone dies, even if they are our beloved. Wondering why Authors choose those that can be hired for all seasons and those that can’t, makes me cry twice: it hurts, because they deserved not to die even though they were off the fucking tv and nobody said they cannot die because of their significant and useless name, or maybe somebody said it, but the fucking life does not listen to any script; it hurts, because we’ll never see them again. And all that rests is a bunch of uncomfortable syllables melting from the eyes.

Remember the word of impossible returns? Nostalgia. Suddenly we feel big and small, like every time I come back to Milano Centrale. E come bambini temerari torniamo a parlare le nostre lingue madri e padri. 

giovedì 2 settembre 2021

Come gli amori più disperati, agosto sembra sbagliato finché non finisce.
I posti che diamo per sicuri, chiusi, blackout, zanzare, sudore, il sole bruciante, caldo troppo caldo. Le città troppo grandi vuote, piene le città troppo piccole, finestre spalancate che non filtrano le vite dei vicini e nemmeno i cibi che cucinano. Le vacanze, le vacanze nostre, brevi incerte scomode, le vacanze dei vicini, sempre più verdi, fotogeniche, le vacanze degli influencer, ingiuste, e le vacanze in potenza, che riposano nello stesso posto dove teniamo i buoni propositi, insieme agli amori più disperati. Le lentiggini, i ghiaccioli, l’olfatto amplificato fra i profumi degli sconosciuti. Vestiti leggeri. 
L’estate esagera, ogni volta. 
Ora è nostalgia.
Nove mesi per imparare a sbagliare meglio, prima di spogliarci di nuovo.
Sotto le giornate che si accorciano e i vestiti che si allungano, osare ripetersi che l’estate è prossima. E la prossima estate, promettiamo, la ameremo prima che sia troppo tardi. 

domenica 4 luglio 2021

Fra un mese esatto scadono i miei ventisette.
Da quando ho smesso di andare ai giardinetti con la nonna, ogni età mi è sembrata sbagliata: sono stata o troppo piccola o troppo grande, mai degli anni giusti nell’anno giusto. Anche adesso la mia età dipende più dal giorno che dagli anni, a seconda di cosa e di chi incontro, per la legge del confronto, che è giusto scoraggiare, ma alla fine è inevitabile, nella società della performance, basata su disuguaglianze. Ecco, ora mi sento vecchia.
L’altro giorno, fra l’odore di asfalto e protezione solare, ho scoperto di aver reimparato a sopportare l’estate a Milano e avrei voluto un ragazzo col motorino per il vento, le mani sui fianchi, far preoccupare mia madre nelle curve, e scappare appena fuori città, a dare un nome alle nuvole e a ipotizzare quanto ci ha rovinati la Disney. Mi sono sentita più giovane, poi di nuovo molto vecchia. Allora mi sono concentrata sul respiro, che ora mi viene facile, mentre qualche anno fa non mi sembrava nemmeno involontario, così come il battito del cuore e poter fare progetti che dessero per scontate le albe dei giorni successivi. Ho preso un respiro fino al fondo, al fondo di tutti gli altri organi, che non so nominare ma mi seguono da sempre, dappertutto, con fiducia e quella che chiamerei magia, se solo fossi meno cinica. L’aria della mia città mi è sembrata la stessa di quando andavo ai giardinetti con la nonna. Adesso saprei riconoscerla come l’odore di casa dopo un lungo viaggio, scomporla in parti di ossigeno e smog, badate che cambia a seconda dell’ora. Ho sorriso. Mi sono sentita quasi quasi giusta, in equilibrio, fra tutto quello che ho passato e il futuro che tira, l’ignoto, che per esperienza so terrificante, incredibile e spettacolare: spero sia emozionante tanto quanto quello che ignoravo al compleanno dei diciotto e che ora chiamo ricordi, brutti e belli, comunque memorabili. Perché alla fine, qualunque siano l’età, i pensieri, i dolori, le fortune, i pensieri vecchi e quelli spensierati e la bilancia delle memorie fra buone e cattive, l’unica cosa che conviene tenerci stretta, come una prescrizione medica a un’insicurezza cronica, è che la vita non è insignificante.
La nostra vita non è mai insignificante. 
Non dimenticarlo e compi tutti gli anni che puoi. 

domenica 16 maggio 2021

Ciao, sei un umano.

Immagina che domani ti svegli e hai il conto prosciugato. I tuoi libri, il diploma, la laurea, le storie e la storia che conosci non valgono niente. Immagina se la Germania avesse vinto la guerra.

Ti svegli e non ti funzionano più le gambe.

Ti svegli e i soccorsi non arrivano, scoppiano razzi in cielo, la tua casa è un cumulo di macerie. I tuoi parenti cenere. 

Come ti senti?

Se la risposta è male, benvenuto. Questa è la Terra, qui essere umano significa anche questo. 

Se invece non riesci a immaginarti così, ti spiego la tua malattia: si chiama idiozia.


Ci hanno inculcato l’errore fatale di credere che quello che ci capita sia sotto il nostro controllo. Ma la realtà, troppo spaventosa, è l’esatto contrario. 

La vita è caos – anagramma di caso.

La malattia idiozia non permette di capirlo e implica due pensieri-sintomi in chi ne è affetto. 

1. Siccome la vita dipende da me, allora quello che ho, me lo merito. 

2. Siccome la vita dipende da te, allora quello che non hai, non te lo meriti. 

Invece la vita non dipende da noi: non decidiamo come e dove veniamo al mondo, in quale epoca, famiglia, porzione di Terra, con quale nome, quali geni, quanti soldi e nemmeno cosa ci succederà poi. 


Se sei un bambino bianco, nato nella parte giusta del mondo, quella che la storia che si racconta ha eletto a vincitrice, dove i tuoi genitori possono preoccuparsi di quale culla comprare, in quali scuole mandarti, con quali altri genitori litigare, perché la mensa usa il glutine, sei un bambino fortunato. Privilegiato. Non lo sei altrettanto se sei nato a Gaza e la massima ambizione che la società ti concede è sperare di vedere il sole sorgere, di giorno in giorno, senza possedere nulla e comunque continuando a perdere tutto. 


Ma cosa succede nelle testoline degli idioti (affetti da idiozia)? Pensare che comunque sia, finché io vivo da privilegiato, la vita va bene così e così mi convinco pure di meritarmela, perché ammettere che è andata e ancora va a caso è troppo spaventoso. Quindi, trovo giustificazione a chiunque risulti meno privilegiato di me, come se nascere diversi, in condizioni diverse, fosse un marchio, un timbro su un passaporto che non permette di viaggiare, studiare, giocare, mangiare. Così i bambini palestinesi sono per noi sfortunati, ma soprattutto sono inimmaginabili, lontani dai nostri occhi, dalle coscienze, dai meriti che meriti non sono, ma stabiliscono i privilegi che ci fanno sopravvivere e che crediamo che loro non meritino quanto noi – idioti. 


Badate bene che il pensiero idiota è contagioso, viene applicato a svariate situazioni. Per esempio, nei casi di sessismo (te la sei cercata), di omobitransfobia (fra un po’ ci chiederanno di avere gli stessi diritti dei normali), abilismo (sfigato), razzismo (e ma non si può più dire niente.)

Notate che il passatempo che ci riesce meglio è sempre colpevolizzare le vittime. È necessario agli idioti, per sentirsi più al sicuro nell’idiozia, secondo cui a loro non capiterà niente di male, finché rimangono idioti. Spoiler: per fortuna non è così. 


Nessun privilegio è meritato. 

Nessuna violenza è giustificabile. 

Nessuna malattia è giusta.

Nessuna disabilità è una scelta. 

Nessuna disuguaglianza è accettabile. 

Nessuna vittima è colpevole. 

Nessun umano è sacrificabile. 


Per guarire dall’idiozia non bastano medici, psicologi, santoni, insomma nessuna figura professionale. Anche in questo caso va a fortuna: serve intelligenza, empatia, fatica e soprattutto il desiderio bruciante di vivere un mondo, in cui giustizia e uguaglianza non siano solo parole, per essere tutti umani più umani. Il coraggio di immedesimarsi, anche fuori da Netflix. Ci capiremmo tutti senza sottotitoli grazie a un unico marchio uguale, che dice: ciao, sono un umano. 

mercoledì 14 aprile 2021

L’estate campeggia sulle nostre teste, come fossimo Teletubbies a inizio puntata, ma più felici. 
Oggi zero morti. 
Il giornalaio ha venduto tutti i quotidiani, la gente li appende e li conserva come fosse la Liberazione. In radio, al posto dei notiziari solo musica, ogni tanto qualcuno dice al microfono che non ci crede, ma ci deve credere e finisce in lacrime e risate, di nuovo musica. In tv, i telegiornali devono reinventarsi del tutto, scongelano i servizi su quanto spendono gli italiani e sul caldo, che è tornato l’unico nemico degli anziani, dopo i finti tecnici del gas. Netflix registra il più precipitoso calo di riproduzioni da quando è stato creato. I social sono deserti. 
Gli umani sono tutti fuori – e il T9 vorrebbe scrivere che sono tutti fiori da quanto popolano di nuovo gli spazi a cielo aperto, fuori dai soffitti, a calpestare tutt’altro che pavimenti e lasciare finalmente privacy ai mobili, rimasti soli nelle abitazioni. I modem si raffreddano, i frigoriferi dormono, le sedie si riposano, mentre fuori dalle finestre fioriscono le teste. Sorridono anche i malinconici, persino i vecchi che si lamentano e i bambini che piangono, ogni umano ride, perché da ore non si muore. 
Il peggio è passato, ce lo gridiamo con gli occhi e salutiamo anche chi non conosciamo; piano piano, impariamo che non abbiamo disimparato la vita normale. Quando dicevamo di aver paura di uscire, di non saper più stare con gli altri e non sentire più niente, stavamo solo scherzando, nemmeno ce ne ricordiamo, impegnati a liberare tutti i grilli per la testa, a catturare farfalle nello stomaco e a parlare, correre, ballare, ho già detto che sorridiamo fortissimo? Fino a scoprire i denti in fondo e al posto delle sirene c’è un’eco di esclamazioni, come quando si rivede un amico, che non si vede da un anno. Come fossimo in una favola di Rodari, o in una poesia di Benni con le rime baciate, / dove le vie tornano popolate / di persone non più annoiate, / l’odio evapora come a volte capita all’amore / perché da ore non si muore. / Non se lo spiega neanche il pastore: / credeva fossimo alla deriva, invece / prima o poi, la vita arriva. 

Ma oggi non è oggi. Eppure c’è il sole.

martedì 6 aprile 2021

April is the cruellest month

Aprile è il mese più crudele, ormai lo ripeto da qualche anno e un anno spero che la primavera mi smentirà. Intanto cerco di fare come Lester Burnham, sorridente, anche quando la testa gli è crollata in una pozza di liquido rosso e tutta la vita gli passa davanti agli occhi, che non guardano più.
Vorrei poterti chiedere cosa pensi dei palazzi che tirano su, per illuderci di una nuova modernità, ma negarci lo sguardo. Torno spesso dove nonno mi portava da piccola e mi chiedo come cresceranno i bambini senza tramonti: sopravvivranno, come quasi tutti, come me. Vorrei chiederti cosa vedono gli occhi che non guardano più.
Hanno detto che se vai in giro con un fidanzato o il papà non ti fischiano, ma chi non ha nessuno dei due? Eppure, molto più spesso del solito ho voglia di raccontare che mi sento come un quadro ad altezza sguardo, perfettamente centrato – discutevamo persino dell’altezza a cui mettere i chiodi nei muri, tu avevi Vitruvio, io l’horror vacui. Ora con il vuoto familiarizzo. 
Sono la milanese più noiosa che conosca. Dopo ventisette anni di persone che se ne vanno, sullo stesso orizzonte che cambia, ancora mi fermo a guardare i sacchetti che volteggiano per strada.

È aprile; metto su un pezzo dei Beatles. 

Because the world is round, it turns me on.
Because the wind is high, it blows my mind.
Because the sky is blue, it makes me cry.

Chissà come lo canterebbe Renzi.

sabato 3 aprile 2021

Sono una brutta persona, lo sono sempre stata, fin dall’adolescenza, e lo sarò ancora, forse per molti anni.

Con tutte le altre brutte persone vorrei condividere un insegnamento, che ho imparato con fatica: se non ti succede qualcosa di brutto, che invece a qualcun altro è capitato, non è perché sei migliore. Questa dell’essere superiori per qualche motivo è la storiella che devi raccontarti, per dare un senso a qualcosa che senso non ha, perché non puoi reggere lo spavento della faccia della realtà: che le cose brutte capitano, a caso, anche a te. Allora cerchi di convincerti che sarai sempre seduto dalla parte della fortuna, basta impegnarsi, anche se la fortuna non ha fissa dimora e tu sei un’incidenza di incidenti esattamente come tutti gli altri, in questo caos che chiamiamo cosmo.


Confondere la propria fortuna per merito è fare come chi crede che la giornata andrà bene, solo se attraversando, non è uscito dai bordi delle strisce pedonali. Per questo non chiameremo le cose brutte sfighe, perché non sono sfighe, sono cose che capitano a qualcuno, ma potrebbero capitare a chiunque e chi se l’è beccate non è uno sfigato; è un umano esposto al vento della casualità, come tutti noi, solo che stavolta si è alzato il maestrale tutto su di lui.

Quindi, ripetiamo insieme: una vittima non ha colpe. No, non se lo meritava. No, non se l’è cercata. No, non è vittimismo, no, non ci sono se e non ci sono ma: una vittima non ha colpe. Chi gliene riconosce è solo qualcuno che non riesce a capire e dovrebbe quantomeno sforzarsi di provare.


Se proprio volete un campo in cui poter davvero eccellere, scegliete la comprensione, ché per divertirsi a immedesimarsi in qualcuno di diverso, non servono i personaggi di Netflix, basta il coraggio di guardare oltre alla punta del proprio naso. Perché se qualcosa non è un tuo problema, non significa che non sia un problema. Quindi, smettiamola di impedire alle persone di rivendicare un mondo migliore, perché potrebbe guastare la comodità delle ingiustizie, a cui siamo stati troppo a lungo abituati. 

E ripetiamolo insieme: il catcalling fa schifo. Non fatelo, non difendetelo e anzi, spargete la voce che le donne non sono dei gatti.