martedì 26 aprile 2022
lunedì 11 aprile 2022
venerdì 25 febbraio 2022
Guardare la guerra
Quasi non pubblico più sui social, perché rimango delusa dalle conseguenze. Eppure, nei momenti di mondo più cupo, come questo, mi ricordo che qualcosa che aspiri a far bene si può dire ed è nostra responsabilità, almeno, metterlo nero su bianco. E prendercene le conseguenze. Come la vergogna che sento a guardare l’ennesima guerra dal divano di casa e ad avere persino una voce per commentarla, io, mentre coloro che per primi avrebbero diritto di parola, in questo preciso istante la perdono nella fatica, nella paura e nei singhiozzi. A loro andrebbero le mie preghiere, se solo avessi un dio.
Qui non c’è dio.
Ci sono gli smartphone, i video e internet.
Ci sono persone che governano stati e mentono di fronte a tutto il mondo e mentono e mentono e bombardano e ammazzano, come se non fosse la prima volta. Ci sono persone che entrano nei carri armati, che entrano nelle città. Ci sono persone che prendono le armi, che spostano le terapie intensive neonatali in un bunker improvvisato.
Ci sono persone che muoiono in foto.
Ci sono persone che piangono in video, partono, lasciano tutto quello che hanno, affetti compresi, e provano a farsi sentire dal resto della mondo, per anni.
Poi ci sono persone che sentono e persone desensibilizzate.
Ogni volta che guardo una guerra, in video, seduta sul divano e, vigliacca, ringrazio un dio che non c’è per questa posizione, nel setaccio del dolore mi rimangono due sassi più grossi degli altri.
1. Sembra che per sopravvivere al meglio dobbiamo tenerci il più lontano possibile dal pensiero – più vero che mai – che chiunque di noi può trovarsi dall’altra parte dello schermo.
2. Di fronte a qualcuno che muore e qualcuno che ammazza, non starò mai dalla parte di chi ammazza e chiunque mi porti ragioni pseudo economico-storico-geo-politiche per giustificare la propria imparzialità, di fronte a qualcuno che muore e qualcuno che ammazza, non so dire in quale scuola – fallita – abbia imparato l’umanità.
Se c’è una postura necessaria, che gli anni infiniti di studi superflui, che ho inseguito, mi hanno insegnato è l’empatia: mettersi dentro la sofferenza di un altro. Perché quello che capita a me può capitare a te e viceversa, sempre, a discapito di ogni illusione di sicurezza che ci culla al sonno, se ne abbiamo il privilegio. E perché, a discapito di tutte le spiegazioni disciplinari del caso, la giustizia deve stare dalla parte delle vittime e chi siano le vittime è chiaro anche a chi le nega e le biasima, perché non riesce ad ammettere (a se stesso) che tutti siamo fragili, nessuno escluso: è nostro compito – vantaggioso – difendere i deboli. A loro tutela funzionerebbe la società, se fosse giusta.
Qui non c’è giustizia.
C’è un assassino che ammazza.
Ci sono vittime che cercano di difendersi.
Noi che guardiamo la guerra con il diritto di spegnerla e accenderla siamo perlopiù impotenti. Ma abbiamo un potere, che è un’arma a doppio taglio, se smettiamo di esercitarlo: rimanere sensibili e sensati. Impariamo a riconoscere la violenza per disinnescarla e non smettiamo mai di denunciarla, anche a costo di rimanere delusi e feriti dalle conseguenze.
Dal divano, ringrazio un dio che non c’è per i miei privilegi e giuro di usare tutti i sensi che ho per non tornare al 1939.
sabato 15 gennaio 2022
Post nero su bianco
Cattivi propositi.
Rompere.
Le abitudini che ci schiavizzano, le cattive posture, i modi di fare sempre uguali a quello che crediamo di noi stessi, con loro gli schemi mentali, le aspettative, i social, qualche oggetto, alcune relazioni, il silenzio e il cazzo, se necessario.
Arrivare in ritardo.
Se il vostro bisogno ossessivo di controllo vi induce a pensare che posticipare di dieci minuti quello che sull’agenda dovevamo fare già da dieci minuti sia un’imperdonabile catastrofe, avete la mia compassione. Ma raga, davvero: non sopravvalutate le nostre capacità di impiegare il tempo in modo prevedibile, o se proprio ritenete i vostri minuti così preziosi, ringraziate che ve ne ho liberati una decina, mentre probabilmente ne perdevo una decina a pensare che tanto ero in anticipo.
Perdere tempo.
Fare figuracce.
È inutile pensare di avere controllo sull’immagine di noi che hanno gli altri. Ancora più a fondo: è inutile pensare di sapere cosa pensano gli altri e comunque mai saremmo come pensiamo di essere. Quindi, non reprimiamoci e non colpevolizziamoci, ché già ci pensano Gesù e altri animali fantastici.
Non ascoltare gli altri.
Non sono me, la mia vita è mia e non è un modo di dire: riduciamo al minimo il rischio di buttarla confondendola per un altro film, di cui non siamo neanche comparse. E basta fare confronti, ché vivere è una merda per tutti e questa è forse l’unica verità che ci salva dalla totale solitudine.
Risultare maleducata.
Questo, per esempio, significa che ogni tanto gli altri, le loro opinioni, possono mettersele nel culo.
Sbagliare.
Così posso imparare meglio a chiedere scusa.
Permettersi di essere incoerente, stupida, casinista, una pessima compagnia, fallibile e in certi casi un fallimento.
Lavorare fa schifo.
Se smettessimo di fingere il contrario, di preferire la performance ostentata al benessere e di far sentire anormale chi non ama incancrenirsi nella stessa fottuta routine di fatiche, ogni giorno, staremmo meglio e potremmo dirci più onesti. E io potrei scrivere all’inizio del cv, sotto il nome, che lavorare fa schifo.
L’amore è cura, ma non è una sola. Cercare di ridurlo a poche forme codificate e metterle pure in gerarchia è disonesto, come far passare per natura ciò che è solo una scelta come tante. Esiste l’amore fra due, fra tre, quattro, fra nazioni intere quando si vince a calcio, fra umani e animali non umani, fra me e me, ogni tanto. Fra figli e genitori, mariti e mogli – non necessariamente all’interno della stessa coppia – fra persone che non vogliono o non possono avere riconosciuta un’etichetta statale di certificata rispettabilità dell’amore che hanno.
A proposito, chi dice che la famiglia è una sola, non ha mai visto un documentario che non fosse sul cristianesimo – e manco su tutto il cristianesimo.
Se ci sentiamo infelici, forse è perché ci hanno insegnato poche vie lecite per non esserlo. Ho imparato che uno dei modi per creare disuguaglianze è limitare l’immaginazione: non facciamoci derubare della possibilità del possibile.
Infine, scrivere stronzate.
Smettere di pretendere che le parole o le persone debbano avere un senso; figuriamoci un post nero su bianco, che finisce con supercalifragilistichespiralidoso, sii felice più che puoi.
martedì 30 novembre 2021
L'articolo delle donne
lunedì 11 ottobre 2021
venerdì 1 ottobre 2021
The Tinder boy remains a glass boy.
Out of the screen instead, does happen that someone dies, even if they are our beloved. Wondering why Authors choose those that can be hired for all seasons and those that can’t, makes me cry twice: it hurts, because they deserved not to die even though they were off the fucking tv and nobody said they cannot die because of their significant and useless name, or maybe somebody said it, but the fucking life does not listen to any script; it hurts, because we’ll never see them again. And all that rests is a bunch of uncomfortable syllables melting from the eyes.
Remember the word of impossible returns? Nostalgia. Suddenly we feel big and small, like every time I come back to Milano Centrale. E come bambini temerari torniamo a parlare le nostre lingue madri e padri.