domenica 25 luglio 2010

Estiva Arsura

Marcio senza meta,
Alzo lo sguardo abbagliato;
Arido cammino imperturbabile.

martedì 15 giugno 2010

Vorrei essere un Puffo!

Ho appena finito di vedere un film con Sandra Bullock e Keanu Reeves, di cui non conosco nemmeno il titolo; è una delle tante storie decisamente patetiche (che però io non disdegno mai di seguire), in cui fino all'ultima scena la situazione sembra irrisolvibile, ma proprio alla fine qualcosa va per il verso giusto, e quindi vivono tutti felici e contenti...
Comunque, la mia riflessione non riguarda questo film, ma il divario tra realtà e finzione.
Ho sempre pensato che quest'ultima fosse assolutamente affascinante, ma la realtà ha sempre ricoperto un ruolo più importante: sono molto interessata dalle storie fuori dal comune, di cui trabocca la letteratura di tutti i tempi però, ogni volta c'è un particolare istinto non ben identificato, che mi porta a dedicarmi soprattutto alla realtà.
Ora, non voglio dire che sia uno sbaglio anzi, il contrario probabilmente causerebbe molti più problemi, tra cui la certa delusione quando scoprissi di non vivere nel Fantastico mondo di Amelie o tra i Puffi, però devo ammettere, dal momento che continuo a cercare di evadere dalla realtà tramite libri, immaginazione, telefilm, e a desiderare di impossessarmi, anche se solo per poche ore, della vita di qualche personaggio fittizio, che la realtà potrebbe essere tranquillamente sorpassata dalla fantasia.
Ciò non significa che adesso mi dilungherò in una di quelle ciniche descrizioni, che mostrano quanto la vita di una "povera" ragazza adolescente, i cui problemi sono solamente di tipo filosofico o scolastico, possa essere dura e crudele, ma semplicemente volevo affermare che un viaggetto nel mondo di Alice nel paese delle meraviglie non mi dispiacerebbe affatto. Infatti, ogni cosa nelle storie inventate va sempre a finire nel migliore dei modi, o in quello che tutto sommato sembra il più bello e augurabile; anche Romeo e Giulietta, sebbene si concluda con la morte di entrambi i giovani, presenta una fine, che appare come la migliore, poichè Montecchi e Capuleti, riconoscendo i loro errori, si riappacificano, e l'amore tra i due protagonisti, proprio perchè non consumato, diventa l'ideale stesso di Amore, compagno di quelle mirabili storie, nelle quali il principe azzurro è pronto a correre i peggiori pericoli per baciare la dama amata, ed è invece lontano dal più reale futuro che avrebbe riscontrato, se la storia non fosse stata fittizia, cioè non così tragicamente eccezionale, dove Giulietta, perdendo la sua fresca bellezza a causa del passare del tempo e di una probabile maternità, sarebbe forse stata tradita da un Romeo stanco dei mille difetti della moglie e pronto a cercare una compagna più giovane e prestante.
Difatti, non tutte le vicende letterarie o cinematografiche vanno a finire bene, ma trovano sempre la conclusione più affascinante, desiderabile, attesa, insomma la migliore.
Perciò, la finzione è meglio della realtà.
Però, c'è da tenere presente che se non ci fosse la realtà, l'altra non esisterebbe, poichè quest'ultima è frutto delle menti di uomini che, realmente vissuti, hanno potuto partorire le storie che costellano il mondo immaginario.
In un certo senso, si potrebbe affermare che la finzione faccia parte della realtà stessa: oltre a nascere appunto dal reale, la fantasia è parte integrante della nostra esistenza, e si manifesta, oltre che nei prodotti di autori e registi, anche nei pensieri che frullano ogni istante nella testa di ciascuno di noi. Quindi, ogni volta che ci ritroviamo a fantasticare, pensare, guardare un film, o ci immergiamo in un libro non facciamo altro che saltare momentaneamente nel cosiddetto mondo immaginario, che in verità è solamente una parte del mondo reale, che ci è toccato.
Insomma, possiamo affermare di possedere una vita che potrebbe essere paragonata alla stessa esistenza di personaggi fantastici, e che la realtà è anche finzione, mentre la finzione è solo una porzione della realtà, a cui gli uomini possono dedicarsi a loro piacere.
Diamine, allora la vita è proprio bella. Peccato ci sia qualcosa, che si chiami Fortuna, sfiga, abilità, bravura, intelligenza, astuzia, coincidenza, Fato, Dio, giustizia o ingiustizia, che non permette a tutti di girare il proprio film, come meglio credono.

lunedì 3 maggio 2010

... "Voglio una vita esagerata! Voglio una vita come Steve McQueen!"...

Come può non piacere la notte?
I lampioni, come gentili uscieri all'entrata di uno splendente hotel, illuminano il cammino ai passanti, per condurli sani e salvi nelle proprie abitazioni; le stelle, perennemente presenti, ma quotidianamente nascoste dalla superba luce solare, possono finalmente risplendere, facendo risaltare le venature delle soffici nuvole, che si ostinano a non ammettere che ormai è Maggio e la stagione invernale deve lasciare il posto alla fiorente e sempre più afosa primavera, che proprio non mi piace.
Mi ritrovo incantata da questo paesaggio fatto di interessante oscurità ispiratrice, e allora penso al mondo, due sillabe per contenere un pianeta popolato da un numero di abitanti con troppi zeri, per un' inetta alle materie scientifiche come me. Nuovi continenti da visitare, sorrisi da incrociare, città da odorare e cieli da ammirare: la vita è tutta a nostra disposizione, e ci chiede solo di non essere inutilizzata.
Ebbene si, una cosa di cui posso essere certa, sempre considerando quell'intrinseco margine d'incertezza, da cui sono perseguitata, è che non voglio essere apatica. Non voglio che le cose mi colpiscano senza provocare una mia reazione, cazzo!
Desidero commuovermi davanti a un video su YouTube, arrabbiarmi se qualcuno non rispetta la fila dal panettiere, rimanere in silenzio, immobile per alcuni minuti, per poter assaporare il tempo nella forma più pura, che si possa riscoprire in una società cronicamente frenetica, quale è la nostra; voglio sentire il cuore in gola dopo una corsa per non perdere la metropolitana, gustarmi il profumo delle stoppie ricoperte di brina in campagna e affondare i piedi nella sabbia, pensando a quanti milioni di miliardi di granelli formino la spiaggia che calpesto.
Credo infatti di voler strizzare completamente la mia esistenza, degustandola fino all'ultima goccia.
Poi, l'apatia mi sembra proprio irraggiungibile poichè, anche quando cado nei periodi di minor vitalità della mia persona, sciolta sul divano di casa in un estivo pomeriggio troppo soffocante, mi ritrovo sempre a gioirne o a soffrirne. Eppure, qualora riproducessi l'attività cerebrale di un Caernorhabditis Elegans particolarmente tonto, seppur relativamente alle limitatissime capacità precedentemente citate, rifletterei, e allora il pensiero mi distoglierebbe dallo stato di presunta atarassia.
Insomma, è logicamente inaccettabile che un essere umano, perciò pensante, possa essere apatico, perchè è impossibile che non provi alcun "pathos" in quanto, anche se così fosse, essendo l'apatia una sensazione, qualcosa proverebbe, e quindi non sarebbe insofferente, come invece il termine di etimologica derivazione greca "atarassia" descrive.
Di conseguenza, essendo esseri pensanti, non possiamo far altro che "cogliere l'attimo", illudendoci di aver sprecato qualche istante della nostra vita, solo perchè non abbiamo prodotto nulla di materialmente tangibile.
E io che non avevo capito che Orazio, quando nelle sue Odi tramandò il celeberrimo "carpe diem", stava solamente descrivendo l'ineluttabile condizione dell'uomo, e credevo che inneggiasse a Vita spericolata di Vasco Rossi...

domenica 28 marzo 2010

Relativismo della vita o vita di relativismo?

Penso che la vita sia davvero un’incognita e ogni giorno me ne convinco sempre più.
Escluse le solite, banali risposte sul comune “rincitrullimento adolescenziale” che mi hanno citato talmente in tanti, da fare ormai coercitivamente parte del mio repertorio di scusanti, sono giunta alla conclusione (sebbene sarebbe più corretto chiamarla inconclusione) che, oltre a essere indubbiamente enigmatica e imprevedibile, anche qualora la vita fosse analizzata nel modo oggettivo il più possibile, comunque non sarebbe definibile veramente, perché composta da troppe sfumature le quali, in quanto infinite come i pensieri dei sei miliardi di abitanti del globo terrestre, non sono contenibili in un’unica descrizione.
Basti pensare ai pregi e ai difetti, su cui ciascuno di noi si sarà interrogato almeno una volta per cercare di ritrarre una persona: ciò che per uno è un aggettivo positivo, per un altro non solo può essere negativo, ma addirittura il peggiore.
Perciò panta rei, come aveva intuito il caro Eraclito, affermando che tutte le cose sono soggette a un perpetuo divenire, che le muta in continuazione e quindi le fa apparire a ciascuno diversamente che agli altri. E anche, come cantava Jovanotti, dipende, da che dipende. Da che punto guardi il mondo tutto dipende.
Ad ogni modo, questo fatto complica abbondantemente la nostra esistenza poiché, già risulta difficile interagire con il resto del mondo di per sé, ma se poi bisogna pure mettersi d’accordo su che cosa sia facile e cosa difficile, cosa giusto, cosa sbagliato, cosa bello e cosa brutto, diventa davvero impossibile.
Il relativismo della vita è spiazzante, demolendo qualsiasi certezza che prima mi sembrava ovvia e inestirpabile.
E mi stupisco di riuscire ancora a esprimere un vago pensiero senza contraddirmi, o incorrere in una noiosa e inconcludente
oratio in utramque partem.
Insomma, non ci rimane che interrogarci eternamente sui significati vitali, sapendo di uscirne comunque insoddisfatti e incompleti, e rassegnarci così a un’esistenza solcata da un’implacabile voglia di conoscere, che ci darà la possibilità di sfiorare soltanto il senso del nostro essere, ammesso che ci sia.
E poi mi chiedete perché sono triste?