martedì 16 ottobre 2012

Dio

So perché ti ho creato

Ma non ricordo perché ti ho creato

Così.

venerdì 12 ottobre 2012

martedì 11 settembre 2012

Antologia epistolare da un aldilà. Capitolo III.

Niente.
Gambe niente.
Braccia niente.
Collo niente. Non sento niente.
La sola cosa che riesco ancora a percepire è la testa: posso vedere. È tutto grigio, nient’altro.
Merda! Sarebbe bastato rincasare più tardi, per una volta sarebbe stato meglio andare a letto dopo, non presto.
Poi, proprio ieri sera dovevo spegnere il cellulare? Di sicuro gli squilli preoccupati di mia madre mi avrebbero svegliato; ero stanco, d’accordo, ma lei mi avrebbe convinto a uscire da casa. Sarei andato in piazza, mi sarei trascinato fuori da questo dannato appartamento e adesso non ce l’avrei addosso.
‘Sta catapecchia si è accartocciata non appena la terra ha iniziato a traballare. Non avremmo dovuto farci abbindolare da quell’agente immobiliare, non aspettava altro che un gruppo di studenti lontani da casa, a cui rifilare questo castello di carte al centro della zona più sismica d’Italia.
Ma poi anche noi, dico, chi ce l’ha fatto fare di venire a fare l’università proprio qui? Sapevamo bene che era una zona rischiosa, che c’erano state molte scosse durante lo scorso anno, però, idioti, ci siamo detti: “Che potrà mai succederci?”
Già…
Cosa potrà capitarci di tanto brutto se chiamiamo casa ogni tanto, ci comportiamo bene e non manchiamo gli appelli? Appena arrivati mi hai detto: “Il peggio del peggio è che ci cannino a un esame. Oppure che andiamo in bianco ma, Teo, non credo sarà questo a deludere più di tanto tua madre.”
Invece, Nicola, questa volta ti sei sbagliato. Abbiamo sbagliato. È capitato.
L’impensabile, l’imprevedibile, l’inimmaginabile oggi è toccato a me.
E sai qual è la cosa più scocciante?
Sai cos’è che mi fa incazzare più della nostra imprudenza, più della sfiga e persino più della storia della sicurezza antisismica?
Che solo adesso che il nostro soffitto insieme al pavimento di quelli di sopra mi schiacciano lo stomaco, solamente ora che per respirare dovrei ingerire manciate di polvere e cemento, solo in questo momento mi rendo conto di quanto sia bello vivere.
Non fraintendermi, l’esistenza è complicata, un groviglio di luoghi, persone, idee, talvolta dannati. Poi, tu lo sai bene, di incazzature ne ho avute parecchie e ho maledetto il mondo troppe volte per tenerle a mente. Però fa tutto parte del gioco.
È come quando, da piccolo, sali su una giostra per i grandi: mentre ci sei sopra, sei spaventato, pensi a cosa potrai fare dopo, non te la godi insomma. Quando scendi però, quando il giro è ormai finito e torni coi piedi per terra, ti rendi conto che non era poi così male e nell’arco di qualche minuto arrivi a proporti di farci un altro giro. L’unica differenza è che nella vita non puoi passare a prendere un altro biglietto.
Quindi, Nico, se a te è rimasto del tempo, vedi di crescere.
Cerca di capire che della vita non puoi averne mai abbastanza.

mercoledì 29 agosto 2012

A se stessa

Galassie procedono,
astri incedono,
mondi proseguono.
Tutto scorre. Tutto scorre.

Atomi saltano,
molecole camminano,
cellule scappano.
Tutto scorre. Tutto scorre.

Buttati, lanciati, scagliati, 
sciogliti nel fluido
che tutto scorre. Tutto scorre.
Meravigliati.

Meravigliami.

venerdì 17 agosto 2012

Sarò una Venezia

Dietro il velo di Maya
non guardare:
bendata
puoi inseguire la verità,
svelato

il cosmo è caos.

D’accordo; sarò una Venezia.

In piedi
sull’acqua.

lunedì 4 giugno 2012

Stasera

Un tizio dall’altra parte del bar fissava il tavolo accanto a sé: guardava il ragazzo seduto, o forse la Gazzetta che aveva in mano. Posava lo sguardo sul suo tavolino, abbracciava la donna di fianco, come se dovesse spolverarle la spalla sinistra.
Lei continuava a parlare e a sfogliare qualcosa di piccolo formato.
Sostavano per una buona decina di minuti su ogni pagina. Poi la ragazza si stringeva nelle spalle e si accoccolava contro di lui, che riportava le pupille sul suo tavolo, la abbracciava, le sfregava la spalla con sguardo assente; poco dopo tornava a fissarsi nella direzione del tavolo accanto.
La periodicità del gesto era scandita dallo sfogliare l’opuscolo: lei rimaneva concentrata fino a quando non aveva finito di analizzare due facciate. Solo allora riprendeva a parlare, sollevava la testa per avvicinarsi all’uomo e innescava il domino delle azioni di lui.
Arrivata alla quarta di copertina, tornò nella prima metà del fascicolo, alla ricerca di una precisa pagina. In seguito alzò la testa e si accoccolò, però le sue parole sortirono un effetto diverso nel compagno, che, questa volta, in uno scatto violento lanciò uno sguardo accigliato verso la faccia di lei. Si scostò dalla donna e iniziò a parlarle con voce grave e ad alto volume.
Accese una sigaretta in fretta, aspirò solo due volte e la gettò via. Parlava in modo ancor più concitato, con il fumo che gli usciva dalle narici e continui gesti minacciosi della mano destra, intanto che la sinistra impugnava lo schienale della sedia.
Quando in tono retorico concesse alla donna di rispondergli, prese l’opuscolo e lo scagliò oltre i tavolini, fino a cacciarlo vicino alla gomma sgonfia di un’auto parcheggiata a pochi metri.
Si alzò in piedi, prima che la ragazza potesse rivolgere verso di lui gli occhi che avevano inseguito il moto parabolico dell’opuscolo. Mentre cercava l’accendino nelle tasche dei pantaloni, stringeva una seconda sigaretta tra le labbra, le tuonò: “Stasera si guarda la finale di Champions e basta.”