giovedì 10 novembre 2022

Come stai, in una parola? 4

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Stufa

Devo confessarti che più albe vedo, più mi convinco che la bellezza sia inesauribile, però si contamina con le brutture, che di tanto in tanto ci sporcano la vista e la vita.

Vedi, qui non ho molto: una stanza di legno con l’acqua ghiaccia, un tavolo sghembo, un letto e una stufa che puzza, ma tu spingi gli occhi là fuori. Le montagne ci guardano, sembrano enormi santuari votati alla Luna, che in cambio le fa brillare e giocare con le ombre. Mi ricordano che, a volte, per combattere le delusioni, basta il coraggio di uscire e lasciarsi stupire. Tu ora non demordere. In cambio, vedrai, le montagne restano lì ad aspettarti. 


Incolto

Stamattina il signor M. si è alzato diverso. Beninteso, la sveglia è suonata solita, precisa, ha fatto tre squilli come ogni giorno, è stata spenta e dopo lo stiracchiamento di cinque secondi e mezzo, anche le gambe hanno avuto il quotidiano incontro con le pantofole, giù dal letto, parallele sul tappeto. Poi tutto è proceduto regolare fino al bagno, tredici passi, uno sbadiglio, una grattata alla chiappa sinistra, lo sciacquone e un altro sbadiglio. Il rubinetto aperto tutto dal lato caldo, due pompate di sapone liquido, un colpo di tosse, ma poi, riflesso nello specchio, sulla faccia di M. è apparso qualcosa che non vedeva da anni: la ricrescita della barba, che la sera prima si è dimenticato di farsi. I secondi a toccarsela, incredulo, hanno scompaginato l’intera tabella di routine del mattino e, ormai perduta, M. si è ricordato di avere delle ferie arretrate e una gran voglia di rimanere così, incolto, almeno fino alla prossima sveglia. Perché a volte la pratica migliore è non fare. 


Fluttuare

Credo che le coperte abbiano un potere ancestrale. Quando si sveglia prima della sveglia, rimane con la bocca sotto le lenzuola a far finta di non voler prendere sonno di nuovo. Sono soffici e sanno di casa e lui adora fluttuare in uno stato di paralisi appagante, come quando ci si sta per addormentare, così quando ci si dovrebbe alzare: tutto ciò che ingombra la testa sembra più gestibile, lento, silenzioso, come di fronte all’oceano. L’importante è non affogare nel mare di coperte, mentre ci si convince che uscirne o non uscirne non faccia alcuna differenza. Invece la fa e che ogni umano ne fosse consapevole, sarebbe l’inizio di una società del benessere. 


Wof

Fuori, il grigio del cielo fa risaltare i tetti, gli edifici sembrano più spigolosi. Dentro, fa freddo, i capezzoli delle centraliniste innalzano un controcanto all’architettura esterna, sotto i tendoni fatti dai maglioni. 

Un’altra giornata di turni al Wof - World of fetish procede, fra una chat con uno che vorrebbe leccare piedi e una telefonata per noleggiare una croce di sant’Andrea. Tutto regolare.

F. sta parlando di lubrificanti e ne consiglia  uno al silicone per l’occasione, una penetrazione anale con un toy tentacolare, intanto in mezzo all’archetto dell’auricolare si fa strada un pensiero strano, imbarazzante e proibito: vorrei un lungo abbraccio. 


Perdo

Maledetta ora solare, si accendono i lampioni prima che uno esca dall’ufficio, così per mantenerci, finiamo a barattare il sole. Se lo ripete in silenzio G. e scuote la testa, mentre cerca le chiavi dell’auto. Le trova, quando nelle cuffie gli parte la penultima dell’ultimo album dei Phoenix: ogni volta che mi innamoro, perdo un po’ di musica. Skippa la traccia. Torna alle chiavi. Le infila nella serratura, in un secondo è sul sedile, va alla cintura di sicurezza con un gesto automatico.

Nella vita quanto è difficile combaciare.

Clic. 

Torna alla traccia che aveva saltato e parte. 


Vivo

Caro A., se torni su questa pagina significa che la mattina fai di nuovo fatica ad alzarti. Non incolparti. Ecco alcuni consigli direttamente da te stesso.

Respira fino in fondo. 

Mentre tieni gli occhi fissi sul nulla supino, o ti accartocci tra le lenzuola, pensa che in un universo parallelo un altro te, né più né meno meritevole, sta ridendo fino alle lacrime, un altro senza motivi apparenti si sente perso ma orgoglioso, riceve un premio, un altro sta avendo un orgasmo. In qualunque momento puoi ricongiungerti a loro e superarli. Basta provarci. Come? Provando. Al netto dei disgustosi privilegi, è così per chiunque e tu non sei da meno. Tu meriti di stare bene. Lo so che non basta volerlo, ma provarci è già stare meglio e per provarci, basta provarci. 

Lo senti il corpo? Ce l’hai, ti serve da una vita. Metti su quella canzone che ti faceva ballare. Muoviti a tempo. Senti? Sei vivo.

Ora decidi se perché te lo devi, perché comunque puoi, o perché vuoi, in ogni caso lavati, vestiti, portati fuori e trattati con gentilezza. Perché – lo so che è sfiancante – tu sei tu e nessuno può sostituirti. Riprenditi il diritto di immaginarti felice e provaci. Magari ci riesci, magari no, ma intanto perderai il conto di quanti universi hai creato, solo vivendo.

martedì 9 agosto 2022

Come stai, in una parola? 3

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Eroso
Nel 4B da tre mesi, subito dopo i pasti, il rumore ostinato di una goccia pervade la cucina, poi smette, lascia gli inquilini stupiti e stupidi, di fronte a una casa priva di gocce, ma che per venti minuti fa come se gocciolasse, due volte al giorno. M. ha pure chiamato la proprietaria, ma anche lei non ci ha capito nulla. Nessuno ha capito che quando i piatti bagnati approdano sullo scolapiatti, lo inclinano, l’acqua scivola fino al muro eroso, si infiltra e poi sgocciola, attutita, timida, tra un mattone e un mattone sbeccato, nel muro. 
Lo chiamano il Mistero. Hanno ipotizzato coinquilini morti, che portano il digestivo dopo i pasti e ora tutti i giorni se lo aspettano, come le campane, quasi hanno paura che smetta. Che alla fine, avere spiegazioni per tutto, non è gran cosa. Meglio tenersi la spinta di fronte a qualcosa che vorremmo capire e ancora ci sfugge. Sembra un innamoramento. 

Sola + Altalenante + Mutuo 
In una metropoli dagli affitti per coppie, difficile è l’equilibrio fra solitudine e dipendenza.
Da quando ha divorziato dal suo più recente amore, nel suo bilocale all’ultima fermata di metro, E. si sente come Mina in Città vuota, ma più orgogliosa, quindi procede, altalenante, fra il desiderio di indipendenza e la netta sensazione che siano salvezza altre due braccia per infilare il copripiumino. 
– Smettila.
Così, D. rompe il silenzio che cala quando finiamo di lamentarci e aspettiamo le coccole. 
– Smettila. Tu sei più di un bilocale, sei più di un mutuo da pagare, per lasciarlo pagato allo stato quando moriremo. Non lo vedi? Guarda: la cartina, il mondo. Hai idea di quante possibilità moltiplicate per ogni continente, nazione, regione, città, paese, persona? Riesci a quantificare la perdita che rischi, a chiuderti in una scatola strapagata, che nemmeno vuoi e in cui sentirti abbandonata? Smettila con questa storia. 
Diresti mai a un’isola che è sola?
A una montagna? A un lago? Al mare?
Ecco, guarda: tu sei tutto quello che puoi immaginare. Lo capisci che non ci sta manco in casa della Ferragni?
Ti prego, smetti di stancarti e lasciati vivere come puoi. 

Ristrutturazione 
Domani chiudo le palpebre per ventiquattr’ore: spolvero i ricordi, lavo i pavimenti alle stanze dei pensieri e riordino quei maledetti libri scontabili, che immagazzino ogni volta che mi sento in colpa negli scatoloni del dubbio. Ma la vera ristrutturazione dovrebbe occuparsi degli oggetti dai contorni mobili: l’irrazionale, ne sbatto i tappeti che cambiano forma, ritinteggio le pareti dei sentimenti che mutano colore e rivernicio gli infissi delle emozioni, incontenibili.
Vorrei riaprire le palpebre ed essere una versione migliorata di me dove abitare, pulita, almeno durante le vacanze. Ma la verità è che qualsiasi ristrutturazione di noi stessi anzitempo finisce in muffa, così come i riordini sono destinati a venire disordinati, sennò non si vive. Bisogna avere pazienza e lasciarsi asciugare, col tempo; le vite, se serve. 

Scarica
Il cielo era nero, le nuvole impronte di scarpe sporche in un appartamento con la luce a intermittenza da lampadine rotte e impolverate. Quanti danni ci ha fatto il Romanticismo, pensava, pensando al cielo così consonante con il suo paesaggio interiore: fanculo Werther, ti è bastato spezzarti il cuore una sola volta per toglierti la vita. Eri proprio un coglione privilegiato, le labbra pronunciano fra di loro questa frase, mentre un fulmine si scarica sul parafulmine della casa di fronte. Uno spettacolo mai visto. Resta un odore elettrico e G. con il telefono fra le mani, batteria quasi scarica, però un video si poteva tentare. 
Comunque Goethe è sopravvalutato. 
Niente, non è successo nient’altro. 

Attonitogioioso
A quelli che dicono che conta come reagisci a ciò che ti capita, più di ciò che ti capita, nella vita non dev’essergli capitato proprio un cazzo – e sì, con quel pronome pleonastico, a sottolineare che nelle nostre vite le cose che dipendono da noi contano ben poco, vedi le parole.
Per esempio, oggi T. non si è fermato un attimo, ha preso quattro treni, due passaggi in auto, cambiato un paio di alberghi e poi comunque con quel vizio di scuotere frenetica una gamba, anche a stare fermo, non sarebbe stato fermo. Solo alle 20:02 si è concesso di prendere una sedia, tenere a bada la gamba e guardarsi il palmo della mano sinistra, carta idrografica di sudore e calli, ma chi l’avrebbe mai immaginato che si sarebbe posata una coccinella? Nella pianura fra Tigri e Eufrate, proprio al centro della mano e T., tutto fermo, per la prima volta nelle ultime quarantotto ore, può dirsi meno tristemovimentato e più  attonitogioioso. Le apre anche l’altro palmo, vicino, magari ha bisogno di passeggiare. 

Germanizzato
Oggi altro colloquio. No, quello è saltato, invece per quello di lunedì mi hanno già scritto che mi hanno scartata, questo è un altro. Sì, speriamo. Ma quando ho chiuso la videochiamata, sai a cosa ho pensato? Ti giuro, al popolo latino germanizzato dopo il crollo dell’impero. Sarà colpa del Manzoni e Thierry: dovevano sentirsi davvero spaventati, disorientati e atterriti. Chissà. Poi di nuovo fronte china e a lavorare, qualsiasi cosa accada. Ecco, D., io te lo dico: ci è costato tre lauree diventare gli oppressi. 

Lussureggiante + Sudato
L’ultima estate migliore di quelle a venire. Otto del mattino, trentacinque gradi, sulle lenzuola abbiamo già sudato l’acqua che berremo a Ferragosto. Più che dormire, ci dissociamo per qualche ora, tu ora sdraiata al mio fianco non sei ancora rientrata in te e a finire la ricreazione arriverà la sveglia, fra sette minuti. Sette minuti per osservarti inosservato, a dare ritmo alla maglietta, lento, con le labbra socchiuse e madide. Leggo i geroglifici che i capelli ti disegnano sulla nuca, mentre il resto della pelle lucente che percorre il materasso, da qui è una scultura di quelle paesaggistiche, imponenti, che si vedono alla Biennale, un simbolo liquido, come il mare che riga la battigia quando l’onda si ritrae: non conosco l’alfabeto lussureggiante che ti veste quando seminuda mi dormi a fianco, ma purtroppo suona la sveglia e forse un’altra estate te lo chiederò. 

Fragola
– Fragola e panna. 
– Come, scusi?
– Mi ha chiesto che cosa mi motiva: ecco, la risposta più onesta e attuale e immediata che posso darle è fragola e panna. Ho riscoperto questi gusti semplici, da bambini, mi piace prenderlo così ultimamente. Non ha pensato che anche adesso, io e lei, potremmo andarci a prendere un gelato, anziché rimanere in questa stanza con le finestre sigillate a fingerci la versione migliore del nostro cv? Perché i colloqui non si fanno davanti a un gelato, chi l’ha stabilito? Se l’è mai chiesto? E sa perché proprio fragola e panna? Perché quando avremo finito qui e avremo proprio finito, perché fuori dal suo ufficio ho incontrato altre ragazze con qualche master in più e si sa che i titoli contano, forse un’evoluzione di quelli nobiliari, chissà? Ecco, io sono entrata già sconfitta. Ma quando avremo finito, io uscirò di qui e andrò a prendermi un gelato panna e fragola da 2,70 perché quello ancora non me l’avete tolto. E sa cos’altro non mi toglierete e rimpiangerete? Questa testa.

lunedì 1 agosto 2022

È il 4 agosto 2012, compi 19 anni e ti rifiuti di scriverli in numeri, perché le parole in numeri, dai; follia.

Hai diciannove anni e grossi piani fra i capelli, che tieni raccolti perché hai paura che il vento ti spettini e insieme disordini i pensieri, così precisi, ritagliati dai libri e dai film, che ti hanno estorto qualche sabato sera al prezzo dei primi baci, in cambio di una testa pettinata, mica come quella pazza di Ermengarda, con le trecce sparse sul petto in accusativo di relazione. No, noi saremo Carlo Magno, la notte di Natale.

Hai diciannove anni, le cose che ti fanno paura le hai cacciate sotto lo chignon, lontano dagli occhi lontano dal cervello, tanto sotto, che quasi osi dire che non ti spaventa niente, perché niente rimane vergine di spiegazioni sotto quella testa acconciata; nulla può andare storto.

Dieci anni dopo posso dirti che nulla andrà come credevi. 

Se si potesse tornare indietro e se gli output fossero prevedibili dagli input, mi piacerebbe che ascoltassi da te stessa alcune parole numerate. 

  1. La vita non è una tragedia scritta da Manzoni. 
  2. Le persone sono un casino. 
  3. Tu sei una persona. 
  4. Quello che ti sembra normale, non è normale. Vale anche per l’amore, soprattutto. 
  5. Cerca di non vergognarti, perché non esiste vergogna così imbarazzante da meritare il silenzio. 
  6. Parlare con gli altri, a volte, salva la vita. La tua è fra quelle. 
  7. Non sei come i tuoi genitori, per fortuna.
  8. Nessuno è ciò che gli capita. Questa sarà dolorosa da capire e difficile da mantenere, ma prima impari cos’è l’ingiustizia e l’immobilità sociale, prima puoi denunciarle.
  9. Non hai colpa degli errori degli altri. 
  10. Nonostante i tuoi inesausti sforzi ad accontentarli, non sei l’anticristo che ti hanno soprannominato. 
  11. Meriti di essere felice. Sarà forse la scoperta più faticosa che farai e ancora devi difenderla, ma fidati, vuoi, puoi e devi stare bene. Se qualcuno insinua il contrario, mandalo affanculo, chiunque sia. Se qualcuno sei tu, vai in psicoterapia. 

Il 4 agosto 2022 compirai 29 anni. Ora scrivi anche i numeri.

Il futuro rimane un parco giochi invisibile; se giochi, ti spettini, ma stai un gran bene.

sabato 4 giugno 2022

Come stai, in una parola? 2

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]


Piena

Stamattina C. non ha preso il caffè. Se ne pente appena approda sulla banchina affollata e il treno fermo con la gente schiacciata fra le porte, in filodiffusione la vocina arrugginita del conducente: lasciar chiudere le porte. È scocciato.

Nulla è cambiato dalla pandemia, pensa, immobile, dopo un’altra nottata insonne non sbatte più le palpebre.

“È piena.” Una voce, non metallica, distrae il suo sguardo.

“Dico la metro. È piena.”

“Già.”

“Poco male, aspetteremo quella dopo.”

Con il vento artificiale del vagone che si allontana, C. e P. spalla a spalla, come sulla copertina di un manga ambientato a Tokyo, iniziano a parlare e, perfetti sconosciuti, ancora non sanno che guarderanno film dallo stesso divano, spalla a spalla. 


Boh

– Ma ti rendi conto?

L. si rende conto. È finita. Lo sanno entrambi, ma è difficile ammetterlo e ancora di più dirselo a vicenda. Quando si smette di coincidere, bisognerebbe lasciarsi come i procioni nei meme, dopo che hanno scopato attoniti sui tetti o, se preferisci qualcosa di meno animale, come tappo e tetrapak, pacificati, ognuno nel proprio bidone della differenziata. Mai più insieme, per sempre un po’ simili. Come due foglie della stessa palma. 

Queste similitudini non le condivide. 

– Allora, hai qualcosa da dire?

– Boh. 

– Davvero, sei serio?

– Senti, ho capito, lo so. Domani inizio a portare via la mia roba. Ma adesso ti va di andare a guardare le stelle sul tetto?


Sbilenco

Questo superpotere dei trenta, per cui stai bene con gli altri ma stai tanto bene da solo, a G. non piace. È la dodicesima persona con cui esce in questo mese e mentre gli parla, vede il bivio: uscire tenendosi per mano, oppure tornare a casa a mani vuote. Uscire insieme, dormire insieme, rifarlo e fidanzarsi, sposarsi, litigare insieme e disimparare la solitudine, sempre insieme, oppure restare uguali a se stessi, finché si può. Si sente sbilenco, come lo sgabello su cui finge di ascoltare, spostando il peso da una gamba all’altra, da un epilogo a un altro e comunque, il vero superpotere è sapere di poter scegliere.

Si alza. 


Diluito

Ormai è una tradizione che ha paura di infrangere. Venerdì, arriva l’ora di chiudersi dietro la porta dell’ufficio per due giorni interi. Estrae il telefono, apre Tinder, il primo profilo distante almeno cinque chilometri, con gli occhiali: match! Stasera però il drink è più diluito, comunque abbastanza da evitare la solitudine della fine – settimana – o quantomeno anestetizzarsi un po’, in due, prima che i doveri tornino a soffocare il vuoto dei desideri. 


Effervescente

Le file in farmacia sono meno monotone da quando la macchinetta sputa biglietti grida il reparto in cui si fanno acquisti, così se qualcuno è qui per i profilattici possono intuirlo tutti, tipo ora: il verdetto è igiene personale, allora ragazzo, normali, sottili, ritardanti, o dentifricio? XL? Io e la signora con l’integratore effervescente con ferro e vitamina c vogliamo saperlo; chissà chi avrà la serata più effervescente. 


Ansia

Scale, biglietto, tornello, scale, banchina e lanciati!

Metro presa. Le porte si chiudono, la gente mi guarda, batticuore, in galleria le finestre diventano specchi non richiesti: ho ancora i capelli bagnati che sembra che abbia sudato, merda, il vestito forse è troppo scollato e questo cuore in gola perché non rimane nel petto?

Mi ero scordata che l’ansia a volte viene anche per le cose belle. Rivedersi dopo dieci anni. Ma cosa pensiamo? È cambiato e ricambiato tutto. Anche a quarant’anni ci si può sentire adolescenti alle prime volte? Almeno il sorriso mi sta proprio bene. 


Via Lattea

Dopo il terzo drink e qualche sigaretta, che tanto non conta perché è festivo, F. cammina verso casa con le mani in tasca. Odia tenerle ciondoloni, come se non sapesse che farsene, come non sa che fare con quell’opportunità di lavoro all’estero, pagata uguale, ma più scomoda, diversa, lontana e chissà. 

La via è buia, silenziosa e deserta, finché un petalo di geranio non gli plana sul naso. Estrae le mani e alza gli occhi, scopre che di notte anche le metropoli sono supervisionate dalle stelle.

Se avessimo la certezza di essere soli nella Via Lattea, non esisterebbe più cura alla depressione. Per fortuna non sappiamo nulla, nemmeno dove mettere le mani quando guardiamo il cielo e proprio per questo conviene andare a tentare tutte le vie che si può. 


Insoddisfatto

Insoddisfatto è il mio secondo nome, vorrebbe interromperla per dirglielo, ma non è il caso di sfoderare simpatia allo sportello della posta. Si limita a dirselo a voce alta nella testa, ride anche, guardando il proprio riflesso nel vetro di fronte e indirettamente il viso dell’impiegata. M. vorrebbe tracciarne il profilo con le dita, come facevamo da piccoli sulle finestre appannate, poi aggiungerle un fumetto che dice: buongiorno e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte! Ma anche questo rimane solo nella testa, però uscito di lì, passerà di fronte alla gelateria e per una volta entrerà a prendersi un gelato, tutto puffo, senza rimpianti per una volta, come faceva da piccolo. 


Sciolta + Spalancato 

Qualcuno nel condominio di fianco ascolta una vecchia canzone. Anche quest’anno l’estate in città si preannuncia una granita sciolta nel portabicchieri durante una gita in montagna, strabordante per tutti i sensi. Chi cresce immaginando il mare fra i palazzi, sa fin dall’infanzia che questa stagione è pericolosa, appiccica addosso i pensieri, rallenta i riflessi, breve ma piena di tornanti. Il problema è che ci lascia sospesi a fare i conti con la nostra limitata umanità, di bassa pressione e alte pressioni, aspettative, ambizioni. Da soli. La nausea.

Almeno la Luna rimane in città, I. ha spalancato la finestra per farla entrare. Stasera i ricordi sono come fumo sopra un tavolo da poker, eppure dopo ventisette anni dalla sua morte Mia Martini ancora canta: La voglio in faccia la verità / E se sarà dura / La chiamerò sfortuna.

Per alcuni l’estate è un dolore che sa di solitudine e immobilismo, ma anche le peggiori sfortune poi passano e resta la musica. 


Britneyspears

F. balla e come capita ogni volta che si dimena con un bicchiere in mano in mezzo a gente che non parla la sua lingua, pensa a tutto e a nulla che ricorderà una volta sorto il sole. Peccato, perché in tutto quel sudore realizza che alla fine l’insegnamento che davvero conta è fregartene dei giudizi degli altri e vivere come Britney Spears, ma senza padri.

sabato 7 maggio 2022

Come va?
Mi piacerebbe mandare questo messaggio a tutta la rubrica: due parole e un punto di domanda per un totale di sei semplici fonemi, che però chissà che differenza farebbero nella giornata di qualcuno, almeno, almeno nella mia. 
Se la risposta è bene, siamo fortunati. Forse vi risponderei con uno smile e di certo mi sorprenderei a immaginarvi sorridenti, sorridente, perché per me sarebbe una gran conquista imparare a contattare chi pensiamo, anche fuori dai film. Bastano coraggio, spensieratezza e fiducia q. b. e gli stessi ingredienti valgono per non vergognarci di essere chi siamo, che di solito è una buona base al benessere. 
Se invece la risposta al come va è male, mi dispiace; ci dispiace, ché l’empatia è altro allenamento a coraggio, spensieratezza e fiducia.
Se va male, vi direi – nulla, perché quando stai male, stai male e non c’è niente da consigliare. Solo il tempo e qualche fortuna possono curare. Però una cosa non riuscirei a trattenerla: fidati, si può stare bene. E anche se non posso fare niente, voglio almeno essere testimone, che stare bene è possibile e un diritto, che dobbiamo pretendere fortissimo. Quindi, se va male, fai spazio per una sola stupida idea, a cui prestare tutta la fede che riesci a elemosinarti: possiamo essere felici, nonostante tutto. Capita, davvero, che un giorno ti svegli e senza dirtelo, sei una persona diversa. Hai cambiato interni, l’arredamento è di tuo gusto, non sbatti più contro tutti quegli spigoli, ora c’è più spazio, una finestra da cui entra il sole e tu balli in mutande, anche se i vicini ti vedono. E ogni gesto diventa piacevole e ogni minuto sensato e ogni pensiero possibile e i respiri vanno fino in fondo; vivere non è più faticoso, al massimo stancante, ma va bene, come alla fine di uno spettacolo in cui siamo attori, autori, pubblico pagante e siamo andati in scena, nonostante tutto ed è stato un successo.
Allora, come va?

sabato 30 aprile 2022

Come stai, in una parola? 1

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Zukunftsangst
Tornare indietro, anche di poco, per addormentarmi guardo le foto di quando ero piccolo, la nonna parlava tedesco, mi piace pensare al passato, soprattutto se non l’ho vissuto, Foscolo mi pare, la letteratura classica per consolare del presente, no? Boh, la nonna, c’era una parola: Zukunftsangst. Ho paura di quello che non conosco, il futuro mi fa paura, dicono che è dei giovani perché vogliono sbarazzarsene, perché è una bomba in una scatola chiusa, io ho paura di domani, del secondo che è ora e non so dove va a finire, e quello dopo e quello dopo ancora, del sogno che sta per arrivare, forse, incubo. 

Gnocchi

La stanza si è riempita di parole e sguardi, come un lampadario invisibile e pesantissimo, appeso a un filo. Poi le parole sono sparite e sono rimasti soprattutto i suoni, senza senso, prima incalzanti, poi più alti, fino a urlati. Silenzio. Nei piatti gli gnocchi sono diventati pezzi di neve e grandine. Gli occhi non si incontrano più e le bocche sigillate guardano i piatti, che assistono al litigio più infame della storia del 3C. 


Accartocciato

Mi sentivo al sicuro, caldo, accarezzato, importante. Avevo una ragione per continuare a vivere e mantenermi presentabile, stirato, pulito, in ordine. Uscivo ogni ora e potevo rientrare nel posto sicuro, sicuro che ci fosse una ragione. Ora è freddo, buio e polvere. Ieri G. mi ha accartocciato e buttato nel bidone della carta. Insieme a fazzoletti sporchi, tovagliolini e un cartone della pizza non ho più senso e so che nessuno avrà memoria della lista di cose da fare che mi aveva scritto sulla pancia di quadretti e cellulosa. 


Swish

Il vento parlava ai poeti del Novecento, ai duemilleschi forse resta la nostalgia del silenzio e lo smog. A questo penso, aspettando il treno ogni sera, come se potessimo davvero scrivere i pensieri, come se pensassimo davvero come parliamo, comunque in sottofondo un gran freddo e a frusciare solo gli altoparlanti mal funzionanti, mi sale il mal di testa…

– Swish. 

– Come?

– Il vento. Il vento fa swish. 

Annuisce imbarazzato. Potrebbe essere l’inizio di un film, forse alla fine chiama la vigilanza perché non è rassicurante un estraneo che ti dice swish sulla banchina, ma pensa tutto e niente di queste parole. Guarda una cartaccia sui binari: volteggia. 

 

Verza

Piove. Silenzia il telefono. Sulle soglie dell’orto non odi parole che dice metalliche, nei vocali velocizzati, di stress metropolitano, ma odi parole più nuove, che parlano gocciole e foglie: ascolta. Piove. Sulla verza, che abbraccia la sua verzura, mentre noi andiam di aiuola in aiuola e il tran tran non è che un ricordo. Qui l’unico suono umano concesso sono respiri. Taci. Baci. Piove. 


Pesante

Il laghetto del parco è uno specchio di cielo riflesso. Con qualche foglia fra le nubi e i pesci che volano, sembra un acquario di qualcuno con molta fantasia e tanta voglia di disorientare Nemo. Si aggiunge anche la pioggia e le gocce, che mi chiedo fino a che grado di profondità mantengano la loro identità, prima di diventare laghetto anche loro, come le gocce d’acqua che già c’erano, le foglie, i pesci, forse anche le nubi, poi il suono di qualcosa di più pesante: il telefono di una ragazza ha fatto spluf. Lo guarda, nuovo sasso sul fondo, o forse anch’esso acqua ormai e lei, al contrario, se ne va più leggera. 


Stanca 

La musica esce stanca dalle casse. È tardi, talmente tardi che forse questo tardi si può chiamare presto e la gente è già a letto, o ancora a letto. Anch’io sono stanca, ma non abbastanza per trascinarmi a letto – o forse troppo stanca per trascinarmici. 

Vorrei chiudere gli occhi, riaprirli con il sole e dieci anni di meno, un futuro più lungo e la storia – e le storie – ancora a trama aperta, migliorabili. Sono stanca degli antagonisti e del genere tragico e che, nonostante tutto, per sopravvivere, ci si debba convincere che siamo in una commedia, scritta al buio. 


Astronauta

La Luna è vicina, incorniciata, a portata di mano; una perla imperfetta e luminosissima. Vorrei ricordarmi più spesso quanto sono piccolo e quanto piccolissime siano le pietre che mi appesantiscono la testa, polvere, rispetto all’immensità del possibile, che alla fine è proporzione con la nostra immaginazione: basta allenarla per tentare quello che sembrava impensabile.

Come un astronauta in missione, D. dà le spalle al poster della Nasa. Per la prima volta da quando si è trasferito, nota una macchia a forma di viso sul pavimento. Sorride. Domani si alzerà e sa che cercherà di non calpestarla. 


Male

Male male male, pensa. Si accorge di aver schiacciato il tappo della penna fino a imprimersi il tondino nel pollice. Ora pulsa. 

La campagna non sta andando come dovrebbe, dopo quattro stage non retribuiti, un full time che pagava solo l’affitto, gli straordinari, i fine settimana da cameriera e le gambe gonfie, finalmente un posto decente, ma la campagna non sta andando come dovrebbe, nonostante la luce nella sala conferenze entri come in un romanzo. 

– It’s a boy?

– Yes.

It is a male, pensa – non capirebbero, vivere lontana dalla lingua madre oggi dà la nausea. Forse anche la pancia le pulsa. 

– Congrats!


Recuperando

L’asfalto gocciola, oggi il caldo lo scioglie e le sneakers di migliaia di corpi asciutti e muscolosi lo modellano, passo passo. Mai avrebbe pensato di partecipare a una maratona e mai avrebbe pensato di non arrivare ultimo, ma A. marcia, non si ferma e sta recuperando posizioni. Mentre corre guarda avanti, ma non vede niente di preciso, corre e basta, tutti i sensi si sono rivolti all’interno: si ascolta, sa che arriverà al traguardo a un certo punto e allora lì, sì, si fermerà, starà male qualche secondo e dopo essersi appoggiato all’asfalto caldissimo, i palmi all’ingiù e gli occhi all’insù, vedrà, vedrà che ce l’ha fatta. Può spuntarla dalle cose da fare almeno una volta nella vita. Realizzerà che si è allenato, è andato avanti per ore, senza realizzarlo, poi solo pochi minuti, secondi forse, alla fine, ha visto e vissuto davvero il presente. Esattamente come tutti giorni, anche quando non indossa le sneakers. 


Nevica

Qui la primavera è arrivata inattesa, come al solito, ho ancora la giacca invernale e le calze pesanti, non ti dico al sole che caldo. Pensa che sono proprio dietro scuola, al parco, ti ricordi quando venivamo qui con i libri di chimica? Finivamo per non capirci niente e tanta era la luce che quasi non riuscivamo a leggere le pagine, tutte bianche sul prato, e le brioches alla nutella del bar che c’era? Tu avevi sempre il telo, io non portavo nulla. L’acqua forse... Pronto, ci sei ancora?

Sto passando sotto i mandorli, quelli di fianco alla statua della tipa, con le panchine intorno. Col vento perdono petali, sono ancora bagnati per l’acquazzone. Praticamente nevica. Da te com’è?


Intrappolata

Mi dispiace leggerti così. Forse dovremmo smettere questa corrispondenza, le lettere sono per i vecchi, o i morti giovani e a te invece serve sole, vive voci e qualche amore sbagliato. Me li racconterai quando verrai a trovarmi qui. 

Vedi, tesoro, quando avevo la tua età, mi sentivo intrappolata.

Non capivo che era una bugia per compensare la paura grande che mi procurava la libertà di avere ancora tutti gli anni davanti. Ascolta la tua vecchia nonna. Da’ tempo al tempo, vivi più che puoi, come puoi, non rimproverarti mai. Un giorno ti sveglierai e con gli occhi ancora socchiusi penserai di essere a un passo dalla felicità. Invece, sarai già felice, ma tu non dirtelo. 


Grandinata

A. non usciva da nove giorni. Non sono tanti in confronto ai lockdown, ma stavolta non ha mai mosso le tapparelle: dev’esserci stato più del lavoro e della pigrizia. A me fa strano chiedere il numero alla mia dirimpettaia, quindi fingo di farmi i fatti miei. Mi limito ad andare tutte le mattine sul balcone e controllo se qualcosa nel palazzo di fronte, allo stesso piano mio, si è mosso. 

Stamattina una finestra era aperta a metà. Vorrei appendere un cartello e scriverle CIAO! Anch’io a volte non voglio alzarmi. A volte spesso. Ma mi sento stupida e il cartello forse neanche lo vedrebbe.

Spero abbia trovato qualche chicco di ghiaccio ancora sul davanzale e si sia stupita di come la città sembri un cocktail dopo la grandinata. 


Felice

La sala è piena, gente seduta, gente in piedi, avevamo paura che dopo il covid non avremmo più saputo vivere come prima, invece quando siamo insieme dimentichiamo l’angoscia e torna la voglia di parlare, abbracciare, incontrare. Si fanno strada fra i tavolini e raggiungono gli altri due. Un appuntamento a quattro non è mai una buona idea, ma da qualche parte bisogna riniziare. 

– Ciao!

– Ciao. 

– Lui è Felice.

– Ciao, piacere.

– Piacere, ti senti rappresentato dal tuo nome?


Colla

Ieri ho rotto un vaso. Fanculo Pandora, ho giocato al puzzle dei cocci e l’ho ricostruito, ma maledetto attaccatutto, di nome e di fatto; ho ancora la colla sulle dita, la sento come se potessi toccarmi senza toccarmi – domande da bambini saggi, alla fine noi non tocchiamo sempre noi stessi? All’epoca però la colla era vinilica e ci divertivamo a strapparcene le pellicine dalle mani e che buono quell’odore un po’ tossico. 

Stasera c’è la pizzata con i compagni di scuola. Mi chiedo cosa penseranno dei miei polpastrelli ruvidi. Avrò una stretta graffiante. Il vaso mi guarda, la pianta ringrazia. Non mi interessa cosa pensano gli altri, non siamo più a scuola e mi sento ancora bambina ma, per carità, non voglio essere saggia. 


Scrocchiarello

– Scrocchiarello!

– Come prego?

Il capo lo fissa per qualche secondo e con una coreografia degna delle più inquietanti esibizioni di nuoto sincronizzato, anche il resto dei colleghi si volta a fissarlo. F. ha sonno, è l’ultima riunione della settimana e il cambio di stagione inizia ad avere un significato dopo i trenta. Non ha del tutto realizzato di aver emesso suoni dalla bocca, ancora spera di averlo solo pensato, mentre fissa concentrato il blocco di fogli davanti a sé, con la tavola rotonda a contemplarlo, ma il collega di fianco interrompe ogni speranza, sottovoce:

– Come nome di un farmaco per l’artrosi?


Lisbona

In Rua dos Douradores soffia un vento secco, caldo, S. si sente abbracciata, è così tutte le volte che atterra a Lisbona e per un attimo si sente sveglia e calma, un equilibrio che a Milano sembrava impossibile. Tira fuori il telefono, fa una foto alla via, apre whatsapp, cerca la chat e a memoria digita Pessoa: Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. Invece. Guarda il destinatario, ma prima di abbassare il dito sull’invio, alza lo sguardo ai fili del tram: questa sera è proprio una buona sera. 


Strettocanaglia

– Signora, siamo in ritardo.

– Su su, veloci, finite di preparare, la carrozza è già fuori.

– Strettocanaglia!

– Clara! Non sono parole che si addicono a una signorina.

– Ma mamma!

– Nessun ma, quel corsetto più di così non può stringersi. Per favore, vogliate allacciarlo, grazie. E veloce infilati il vestito, che tuo padre è già in carrozza e Dio solo sa quanto odi aspettare. Dov’è tuo fratello?

– Non so.

T. era già all’ingresso, faccia a faccia con il ritratto del bisnonno. Estrae l’orologio dal taschino, guarda l’ora, guarda l’antenato, sente il padre gridare dalla carrozza e decide di slacciarsi l’ultimo bottone della camicia.

martedì 26 aprile 2022

Quando diventiamo cattiva compagnia per la nostra ombra, andiamo al mare. 
In valigia lo stretto necessario. Una penna, l’odore della pioggia, il tetris che gioco con i libri della mia libreria, un po’ di calma ingiustificata e di stupidità. Tutti i ricordi allegri d’infanzia, le cose che non dico e il rumore che fa la mandibola quando mi concentro fino a dimenticarmi del corpo. Un corpo senza colpe, inizio solo ora a volergli bene, a dirgli che mi scuso e lo ringrazio di essere sempre con me. Potremmo diventare la mia storia più lunga.
Lo ammiro, mentre infila nella borsa anche un album di tutti gli amori tentati, con le rispettive colonne sonore, insieme a una trousse di buoni propositi. 
Un giorno vorrei trovare l’incoscienza di diventare madre. Porterei mio figlio a giocare alla Besana, di domenica, e così, sotto il sole, farei pace con gli uomini. Soprattutto, penso, mi impegnerei a non diventare mai la causa per cui si senta senza senso: in me troverà solo spiegazioni convincenti alla bontà della sua esistenza, perché (ho imparato a mie spese) da lì nasce il bene, quello vero, da qualcuno che testimoni che siamo meritevoli di felicità. Di desiderare, immaginare e sentire tutto quello che vogliamo – alla faccia dei ricchi. Il resto sarà altro amore come viene, fra errori e gioia, come quello che ho ricevuto e replicato. 
Mi porto anche la fantasia di andare alla Besana, vecchia, senza nessun figlio, a trovare comunque il modo per praticare i buoni propositi di cui sopra.
Metto via anche le epifanie di una paesaggiata con la musica nelle orecchie e i pensieri registrati dal cuscino quando fatico a prendere sonno, perché mi rigiro e sorrido. Un solo ricordo cattivo, medio-grande, scelto con cura e ripiegato stretto, che serva a raddrizzarmi la schiena ogni volta che, per sbaglio, permetta ancora di rimproverarmi – a me o ad altri. 
Tu cosa porti?
Andiamo al mare a scucirci le ombre, che di tanto in tanto diventano strette per contenerci tutti. Hanno bisogno di vacanze – e noi lo stesso. 
Le idee più ingombranti le spediamo poi col camion dei traslochi, oppure le lasciamo proprio a casa, che tanto non servono per svestirci e stare bene.