lunedì 16 dicembre 2024

Ciao. Ho curato un libro. 

È verde, grande, ma non pesante e sa di libro. 

Dentro ci sono persone care, alcune a cui posso telefonare, altre no, altre non più e 366 poesie – una al giorno, compreso il 29 febbraio, perché non diciamo mai di no a un sole in più. 

Ho imparato che per curare, non bisogna essere maghi, medici, o terapeuti. Ho dormito poco e male e ho tenuto il segreto, come di un regalo. Ho pianto e sorriso, quando una domenica d’estate, alle sei e mezza spaccate del mattino, ho finito questo libro, mentre per strada la voce di un bambino chiedeva al papà perché dovessero partire così presto.
 
Sull’agenda di quel giorno ho scritto: Mi sento intendente.

Se la vita di un insignificante animale umano ha un senso, è proprio di cercarselo, che suona molto simile a crearselo. 

Si può trovare dove abitano i libri, in libreria. 

Secondo me, si parte presto, perché nel silenzio del mattino ancora tenue, ci ascoltiamo meglio. 

Questo libro è un crocevia, dove darci appuntamento. 



domenica 19 marzo 2023

Non pubblico quasi mai video delle poesie che da anni mi portano sui palchi. Mi piace preservare la loro irripetibilità come qualcosa di sacro, soltanto per chi c’è – dal vivo. Ma oggi voglio fare un’eccezione e immortalare quella volta che in un teatro elisabettiano in Svizzera avevo un gran mal di testa, la testa piena di distruzioni da cui è difficile distrarmi, ma comunque sufficiente fiducia che le parole siano il farmaco più potente e più diffuso, perché il linguaggio è l’unico mezzo che abbiamo per superare i confini delle nostre solitudini, senza dissanguarci.
Ricorda: non smettere mai il coraggio di parlare.
Non credo alle religioni, ma capita che una sera lasci il tuo stato per andare a dire parole su un palco e finisci occhi negli occhi di sconosciuti; qualcuno racconta, qualcuno ascolta, d’improvviso il presente è un posto in cui stare bene, scendi dal palco e scopri che le parole che hai scritto non sono solo tue: sono nostre, mie, tue, loro e ancora un’altra volta mi inchino a dire grazie, perché questa è poesia e mi salva la vita. Grazie di costruire senso, insieme, nonostante tutto. Inganniamo la morte. 
Questa poesia si chiama Cassiopea e puoi ascoltarla e vederla qui


lunedì 6 marzo 2023

Come stai, in una parola? 5

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Incenerito
L’aveva avvertito che sarebbe stato un rischio grosso da correre e davvero sconsiderato durante le settimane del palio, quando le contrade si animano di rancori antenati, ma S. aveva un conto aperto al tavolo dei sentimenti da quando alle superiori le aveva parlato per la prima volta: vent’anni dopo voleva riscuotere e puntare tutto su di lei, quindi le aveva scritto, si erano visti ed era successo quello che volevano, ma non doveva succedere.
Stamattina S. esce da casa con l’espressione involontaria e trasognata di chi sta bene e ancora non se lo spiega. Sorride, le chiavi in mano, inciampa e prima di accorgersi di aver dimenticato il casco, davanti a lui lo scooter incenerito sembra un’opera incomprensibile della biennale. Non sorride più, per un istante si sente sollevato, prima di bestemmiare. 

Crollo
Per alcuni è difficile distrarsi da se stessi, gli altri invece stanno peggio, A. farfuglia qualcosa di simile davanti allo specchio, mentre cerca di stirare con le mani le pieghe sulla maglietta, che da quando vive solo gli ricordano quanto sia strano vivere solo, dopo anni in cui solo era diventato un aggettivo desueto. Ora invece, come i nomi di nonni che dopo qualche generazione tornano nelle anagrafi, se lo diceva spesso: era solo, anche single, e giorno dopo giorno assisteva alla deviazione dei gesti divenuti automatici, poi all’incrinatura di ogni abitudine, infine al crollo degli affetti stabili.
Parlare da solo non sostituisce parlare a chi manca, però bisogna ascoltarsi, soprattutto quando rimaniamo gli unici a capirci. È allora che nonostante tutti, realizzi che l’importante è non abbandonarci noi, altrimenti sarebbe solo una maglietta stropicciata, invece senti un uomo solo cosa può dirsi davanti a uno specchio. 

Stropicciato
Ormai nella decima decade le scale sono una fatica difficile da spiegare, ma I. non rinuncia ad andare a guardare la sua città dall’alto. Il battito del bastone sugli scalini dà ritmo all’ascesa e segna una pausa alla fine di ogni rampa: alza la testa, come un olimpionico a fine vasca riprende fiato e riparte dopo un paio di colpi di tosse, finché in cima si abbandona: “guarda che bella, è sempre bella.” Poi come ogni domenica va fino alla terza panchina da sinistra, poggia il bastone, tira fuori il portafoglio e si siede. Da una fessura fra i soldi e la carta d’identità estrae un foglietto stropicciato che titola: “Caro I., la città è più silenziosa senza di te.”
Come ogni domenica, gli occhi lucidi sulla terza panchina da sinistra mi ricordano di cercare anch’io l’ispirazione che mi faccia sopportare cent’anni di scale. 

Impanicato
– Che hai?
– Panico. 
– Cosa?
– Attacco di panico.
– Non ti sento!
– Sono impanicato!
– Vieni, usciamo. 
A. si aggrappa al braccio dell’amico che lo trascina fuori dal locale, lontano dai faretti di luce bollente e dal rumore di musica e divertimento obbligato. Fa un respiro profondo. 
– Fa’ un respiro profondo. Va meglio?
A. annuisce, poco convinto, ma annuisce. Il sudore inizia a diminuire, gli tornano pensieri diversi dalla morte per soffocamento. 
– Grazie. 
– Figurati. Possiamo restare qui fuori quanto vuoi. Dentro c’è una puzza! E guarda che luna. 

Perso
C. ha sei anni, al suo compleanno il desiderio più grande che è riuscito a formulare è stato di vedere i dinosauri. Quando al parco con la sua classe, ha scoperto che ci sono delle gigantesche riproduzioni di dinosauri, ma non ci sono i dinosauri, con la scusa di andare in bagno è scappato e ora alla fermata della navetta aspetta di tornare a casa con tutta la delusione nello zaino. 
– Ti sei perso?
Scuote la testa all’autista. Non si è perso, sa bene dov’è. 
– Non puoi stare qui da solo. Dobbiamo trovare le maestre. 
C. scuote la testa, braccia conserte e sopracciglia aggrottate. 
– Ok, stiamo qui. Mentre aspettiamo, ti va di dirmi qual è il tuo dinosauro preferito? Quando avevo la tua età mi piacevano tanto, che avrei voluto averne uno e ancora adesso mi piacerebbe un T-Rex. 

sabato 4 febbraio 2023

In una società ingiusta essere un fallimento è cosa buona e giusta.

Mercoledì una studente 19enne si è suicidata nei bagni dell’università, lasciando una lettera: scusate, sono un fallimento. La sera prima, ho finito i miei esami, 29enne, sono andata sui social a vantarmi della mia media.

Perdonate il tempismo. E il ritardo. 


Anch’io mi sento un fallimento. 


Non voglio parlare di una ragazza di cui non sappiamo nemmeno il nome, perché sarebbe irrispettoso e nemmeno di me, perché sarebbe fuori luogo. Voglio però dire che in un mondo di imprenditori miliardari e miliardi di persone che ancora non hanno accesso all’acqua potabile, siamo tutti falliti. Anche se non lo ammettiamo. 


Non possiamo salvare chi ha smesso di respirare e vi confesso pure che chiamarlo salvataggio credo sia presuntuoso, perché io rispetto la decisione di chi si toglie la vita, per quanto estrema sia. Vorrei però parlare a chi ancora può leggermi e forse ha bisogno di sentirsi dire quello di cui ho bisogno anch’io: facciamo tutti schifo. Punto.

Proviamo a cambiare prospettiva.


Chiunque può essere un fallimento, perché il punto è che saremo sempre falliti per qualcuno, in qualcosa, per forza: gli antifascisti sono un fallimento per i fascisti. Gli eroi di qualcuno saranno sempre i nemici di qualcun altro e qualunque scelta faremo, qualcuno ne sarà deluso. La rivoluzione è scegliere noi. Scegliere noi, nel senso sia di scegliere noi chi deludere, chi vince e chi perde e da che parte stare, sia di scegliere, fra tutti, noi stessi, unici, giusti e sbagliati così come siamo – come chiunque altro. È difficile, lo so. 


Non è privilegio di tutti avere dentro un animale che, nonostante le altre bestie, ci convinca che continuare a vivere vale la pena, ma tuttə dovremmo avere la possibilità di nutrirlo, quindi ascolta: onora la tua unicità. Della tua vita fai quello che vuoi e quello che puoi e se ti sembra diversa, strana, imperfetta, vuol dire che è tua. 

Mandiamo affanculo chi ci vuole omologare, perché l’unica normalizzazione di cui abbiamo bisogno è quella della diversità. 

Se possiamo, ammettiamolo: sono un fallimento. 

Se possiamo, accettiamolo: mi sento un fallimento. Ma chiediamocelo: cosa fa di una persona, per me, un fallimento?


Se una 19enne si sente un fallimento perché non riesce a dare gli esami, per me, abbiamo fallito tutti. Prima di prendercela con la società, ricordiamoci che la società siamo noi. La prossima volta che sottoscriviamo, per noi o per gli altri, il paradigma che ci vuole disumani più che umani, impeccabili, perfetti e soprattutto sempre produttivi, come papà capitalismo ci ha fatti, fermiamoci e perdiamo un po’ di tempo a pensare: questa vita è mia e la gestisco io. Così non mi va.


Vorrei dire ai nostri nonni che la guerra non è finita e in un certo senso è peggiorata, si è fatta subdola e oggi più che mai è l’occasione di partecipare: seppelliamo l’indifferenza, prendiamo posizione, in un mondo immondo, fallire significa pretendere un mondo migliore. Un mondo dove non si confondono persone e fabbriche e si ammettono i propri privilegi e fortune, così come le fragilità. Dove chiunque possa accedere ai diritti di base e studiare e lavorare non siano una fatica mortale. Dove non sentirsi male, perché si vorrebbe stare bene. Desiderare un posto dove poter vivere, non solo sopravvivere. 


In una società ingiusta essere un fallimento è cosa buona e giusta. 

giovedì 2 febbraio 2023

All’ultimo slam è sparito un poeta. 
Ho chiuso l’ennesima clausura, che mi impongo quando devo coccolare i miei mostri. Poi esco e la vita è uno spettacolo incredibile.

Mi piace camminare, dopo la mezzanotte di un giorno feriale per strada siamo tutti personaggi del Mago di Oz: un uomo grasso con le bretelle appoggiato a un paletto, fa spegnere e riaccendere il lampione con lo sguardo, comunica un messaggio morse all’aldilà, mentre una ragazza tutta di nero, con le cuffie e i capelli in tasca gli passa a fianco. Ho cantato Wonderwall senza dissimulare il labiale, la Luna ci è stata testimone.

La prossima volta che mi sento inutile e non mi viene da scrivere, mi metto per strada con il cartello “ritiro amsa” e vediamo cosa succede.

Quando d’inverno manca Milano d’estate, basta camminarla di notte. Una coppia si bacia come nelle poesie di Prévert, un cane porta fuori il padrone, all’incrocio sono passata col rosso, perché se non la rischi, cosa ce l’hai a fare la vita? Senti come tira il futuro.

Ho spesso scarpe scomode e mi spacco i piedi, però guarda quanti passi abbiamo fatto, ancora. Nonostante tutto il dolore, ancora scrivere poesie. Perché ogni giorno è resistenza. 

Secondo me, il poeta che è sparito, è andato a cercare se stesso. Secondo me, torna.

sabato 31 dicembre 2022

Buoni spropositi

Facciamo schifo

Quando ti senti da meno, guardati intorno. Magari non lo mostriamo sui social ma fidati, siamo tutti dei sacchi di merda, letteralmente. 

Certo, qualcuno sembrerà migliore degli altri, per fortuna: tieniti stretto chi infonde la speranza di un mondo migliore, nonostante tutto, ma accettiamo che queste persone sono rare, limitate e umane.

Mi raccomando, occupati della tua pattumiera, prima di ravanare in quella degli altri. 



Serve tempo


In qualsiasi caso, c’è bisogno di tempo. Pensare di non averne è il modo più veloce per perderlo. Ci hanno insegnato che bisogna sempre andare veloce, ma è un’idea della società iperproduttiva e consumistica, che ci vuole stanchi più che soddisfatti e comunque in imbarazzo.

Avere fretta è una cazzata, a meno che non si voglia farlo male e non godere.



Incazzati


Nessuno si piace arrabbiato – figuriamoci arrabbiata – perché la rabbia è l’emozione meno accettata dall’educazione alla compostezza che ci hanno imposto, anche se vuol dire ipocrisia. Invece incazzarsi fa bene e la rabbia è un motore potente. Pensa che mondo peggiore sarebbe, se nella storia qualcuno non si fosse così incazzato da fare opposizione, resistenza e rischiare di rimetterci la faccia o la vita.

Più arrabbiati, meno rassegnati, ché non manca mai qualcosa o qualcuno per cui lottare. 



Il dolore ci ricorda che siamo vivi


Bella consolazione, lo so. Ma qual è l’alternativa? Negare? Far finta? Distrarsi?

L’unico modo di trattare il dolore è patirlo. E il dolore è dolore: un rifiuto, uno sbaglio, una separazione, una brutta notizia, il dolore è sempre dolore. Ma parliamoci chiaro, le canzoni che ci scrivevamo sui diari a scuola, non si compongono con la spensieratezza e ogni tanto fa bene anche stare male. Per esempio, nascere non è una passeggiata per nessuna delle parti coinvolte, ma l’alternativa è la morte.

Se soffri, almeno ti assicuri di aver vissuto.



Nessuna famiglia è sana 


Il Natale è stato inventato perché potessimo sentirci ancora più frustrati, obbligati a passarlo in famiglia (se ne abbiamo una) a confrontare la propria con l’immagine – ma è solo un’immagine – delle famiglie degli altri. Però dietro le foto c’è tutt’altro scenario, perché nessuno cresce indenne ai traumi e, diciamocelo, i dolori più grandi ce li possono procurare proprio quelli che ci generano: etimologicamente i parenti, la nostra prima fonte di amore, anche quando non è amore, che poi finiamo a replicare su chi proviamo ad amare e somministriamo anche a noi stessi. Per crescere bisogna separarsi.

Ci auguro di abbandonare al più presto la coltivazione di sensi di colpa, o almeno di procurarci le colpe.



Gli elefanti non scopano con i conigli 


Così, plagiando un’immagine del Kamasutra, per dire che non siamo tutti uguali, perché non abbiamo tutti le stesse possibilità – economiche, sociali, geopolitiche, ma pure mentali, emotive, immaginative. In questa parte di mondo privilegiato mi sembra che ancora la mia generazione si divida fra chi guarda l’abisso e chi, immobile sul precipizio, non osa lo sguardo oltre la punta dei piedi. Capisci come sei, non biasimare troppo chi non è come te e fattene una ragione, anche quando non è per niente ragionevole. La diversità è ricchezza, anche se ogni tanto ti viene da contraddirti. 



Non capiamo un cazzo


È un casino. I momenti di epifania in cui sembra che la vita abbia senso non sono la normalità, così come la felicità non è la quotidianità e non è una scelta. Sopravvivere è faticoso, figuriamoci sentire, resistere, provare. Se ci riusciamo, cinque alto, è un miracolo a cui prestare fede; altrimenti non sentiamoci sbagliati, se in un mondo immondo ci viene solo da piangere – sarebbe allarmante il contrario.

I social pullulano di frasi motivazionali e va bene, perché è sintomo che siamo demotivati e che pensiamo di poter comprare una cura e che sia veloce. Ma ti svelo un segreto: nessuno ci ha capito nulla. Nemmeno io. E va bene così. 



Godi più che puoi


Duemila anni fa, lo diceva già Orazio: oggi abbiamo un giorno in meno e il futuro non ci è dato conoscerlo. Prenditi questo presente, che non a caso si chiama così, perché è un regalo. Scartalo, consumalo e ricordati che è l’unico che abbiamo, irripetibile. Ma non pensarci, Leuconoe, piuttosto fai e fai quello che ti fa stare bene. E se ora non puoi, osa mutare, bastano cambia-menti piccoli per iniziare, poi un giorno ci svegliamo dentro menti cambiate e di nuovo starai bene, fidati di te come ti fidi degli altri; meglio, persino. Ricorda allora che panta rei, quindi, ancora una volta goditela finché puoi. 



Esci


Vai fuori. Vai fuori dai luoghi comuni, dai destini, dagli oroscopi che non ti conoscono e dalle opinioni degli altri. Prova ad andare fuori dai pensieri che hanno fissa dimora nella tua testa e vai fuori di testa, che è prerequisito a innamorarsi e se non ti innamori, cosa stai facendo? Vai fuori di te ogni volta che puoi, altrimenti è un lockdown, che rischia di farti odiare le pareti che portano il tuo nome. Fuori, è vero, potresti ammalarti, ma non è preferibile morire sanissimo.

Vai fuori, o restando dentro, esci dalla vita. 



Dimentica


Anche se non vuoi, lascia andare.

Fatti annientare e rinasci nuovo, senza ricordi.

La vita è una, ma la letteratura ci insegna che possiamo contenerne di più, a costo della fiducia, immensa e fragilissima, di riavviare i motori e ripartire. Quindi, non annoiarti. Magari domani sei già in un altro film, in cui stai bene, vivere è piacevole e difficile il giusto, te la godi, esci e quando rientri, ritrovi gli arredamenti diversi, ma in ordine, magari inviti qualcuno a salire. Perché alla fine, la vita è fica e tu non sei da meno – infatti ricorda da dove vieni. Dimentica capodanno e passa solo una serata indimenticabile, anche se la dimenticheremo.

Senti, non fa poi così schifo. 

domenica 11 dicembre 2022

Memorandum

Se la testa si fa labirinto, esci. 

Se necessario, fingi di essere normale. In ogni caso, vestiti. 


Hai assaggiato la carne di cavallo: ti piace. La te che ha fatto sei anni di equitazione è sotto shock in un angolo, forse della testa, forse dello stomaco. Comunque fa’ la signorina, tieni per te qualsiasi battuta su Cicciolina.  


Puoi ancora uscire alle quattro da un locale e andare a mangiare un panino lurido con patatine fritte. Occhio però al freddo. 


Ricordati i guanti. 

Ricordati che hai un’auto in cui il tasto per disappannare il lunotto consiste in te che scendi e cerchi di sgelare il vetro da fuori. 

Ricordati che non è una buona idea farlo a mani nude. Nemmeno a bestemmie. 

Hai parcheggiato dopo il passo carraio. 


Il superpotere dei quasi astemi è che ti basta un gin tonic per pensare meno. Dopo due, inizi a ricordare meno automaticamente come si torna a casa. Dove. Quando. Perché. 


Ballare è meglio di parlare. 


Sudare però è meglio d’estate. 


Se domani ti svegli raffreddata, non farti gaslighting: è tempo di tornare a rischiare di ammalarsi in cambio di una bella serata. 

giovedì 10 novembre 2022

Come stai, in una parola? 4

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Stufa

Devo confessarti che più albe vedo, più mi convinco che la bellezza sia inesauribile, però si contamina con le brutture, che di tanto in tanto ci sporcano la vista e la vita.

Vedi, qui non ho molto: una stanza di legno con l’acqua ghiaccia, un tavolo sghembo, un letto e una stufa che puzza, ma tu spingi gli occhi là fuori. Le montagne ci guardano, sembrano enormi santuari votati alla Luna, che in cambio le fa brillare e giocare con le ombre. Mi ricordano che, a volte, per combattere le delusioni, basta il coraggio di uscire e lasciarsi stupire. Tu ora non demordere. In cambio, vedrai, le montagne restano lì ad aspettarti. 


Incolto

Stamattina il signor M. si è alzato diverso. Beninteso, la sveglia è suonata solita, precisa, ha fatto tre squilli come ogni giorno, è stata spenta e dopo lo stiracchiamento di cinque secondi e mezzo, anche le gambe hanno avuto il quotidiano incontro con le pantofole, giù dal letto, parallele sul tappeto. Poi tutto è proceduto regolare fino al bagno, tredici passi, uno sbadiglio, una grattata alla chiappa sinistra, lo sciacquone e un altro sbadiglio. Il rubinetto aperto tutto dal lato caldo, due pompate di sapone liquido, un colpo di tosse, ma poi, riflesso nello specchio, sulla faccia di M. è apparso qualcosa che non vedeva da anni: la ricrescita della barba, che la sera prima si è dimenticato di farsi. I secondi a toccarsela, incredulo, hanno scompaginato l’intera tabella di routine del mattino e, ormai perduta, M. si è ricordato di avere delle ferie arretrate e una gran voglia di rimanere così, incolto, almeno fino alla prossima sveglia. Perché a volte la pratica migliore è non fare. 


Fluttuare

Credo che le coperte abbiano un potere ancestrale. Quando si sveglia prima della sveglia, rimane con la bocca sotto le lenzuola a far finta di non voler prendere sonno di nuovo. Sono soffici e sanno di casa e lui adora fluttuare in uno stato di paralisi appagante, come quando ci si sta per addormentare, così quando ci si dovrebbe alzare: tutto ciò che ingombra la testa sembra più gestibile, lento, silenzioso, come di fronte all’oceano. L’importante è non affogare nel mare di coperte, mentre ci si convince che uscirne o non uscirne non faccia alcuna differenza. Invece la fa e che ogni umano ne fosse consapevole, sarebbe l’inizio di una società del benessere. 


Wof

Fuori, il grigio del cielo fa risaltare i tetti, gli edifici sembrano più spigolosi. Dentro, fa freddo, i capezzoli delle centraliniste innalzano un controcanto all’architettura esterna, sotto i tendoni fatti dai maglioni. 

Un’altra giornata di turni al Wof - World of fetish procede, fra una chat con uno che vorrebbe leccare piedi e una telefonata per noleggiare una croce di sant’Andrea. Tutto regolare.

F. sta parlando di lubrificanti e ne consiglia  uno al silicone per l’occasione, una penetrazione anale con un toy tentacolare, intanto in mezzo all’archetto dell’auricolare si fa strada un pensiero strano, imbarazzante e proibito: vorrei un lungo abbraccio. 


Perdo

Maledetta ora solare, si accendono i lampioni prima che uno esca dall’ufficio, così per mantenerci, finiamo a barattare il sole. Se lo ripete in silenzio G. e scuote la testa, mentre cerca le chiavi dell’auto. Le trova, quando nelle cuffie gli parte la penultima dell’ultimo album dei Phoenix: ogni volta che mi innamoro, perdo un po’ di musica. Skippa la traccia. Torna alle chiavi. Le infila nella serratura, in un secondo è sul sedile, va alla cintura di sicurezza con un gesto automatico.

Nella vita quanto è difficile combaciare.

Clic. 

Torna alla traccia che aveva saltato e parte. 


Vivo

Caro A., se torni su questa pagina significa che la mattina fai di nuovo fatica ad alzarti. Non incolparti. Ecco alcuni consigli direttamente da te stesso.

Respira fino in fondo. 

Mentre tieni gli occhi fissi sul nulla supino, o ti accartocci tra le lenzuola, pensa che in un universo parallelo un altro te, né più né meno meritevole, sta ridendo fino alle lacrime, un altro senza motivi apparenti si sente perso ma orgoglioso, riceve un premio, un altro sta avendo un orgasmo. In qualunque momento puoi ricongiungerti a loro e superarli. Basta provarci. Come? Provando. Al netto dei disgustosi privilegi, è così per chiunque e tu non sei da meno. Tu meriti di stare bene. Lo so che non basta volerlo, ma provarci è già stare meglio e per provarci, basta provarci. 

Lo senti il corpo? Ce l’hai, ti serve da una vita. Metti su quella canzone che ti faceva ballare. Muoviti a tempo. Senti? Sei vivo.

Ora decidi se perché te lo devi, perché comunque puoi, o perché vuoi, in ogni caso lavati, vestiti, portati fuori e trattati con gentilezza. Perché – lo so che è sfiancante – tu sei tu e nessuno può sostituirti. Riprenditi il diritto di immaginarti felice e provaci. Magari ci riesci, magari no, ma intanto perderai il conto di quanti universi hai creato, solo vivendo.

martedì 9 agosto 2022

Come stai, in una parola? 3

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Eroso
Nel 4B da tre mesi, subito dopo i pasti, il rumore ostinato di una goccia pervade la cucina, poi smette, lascia gli inquilini stupiti e stupidi, di fronte a una casa priva di gocce, ma che per venti minuti fa come se gocciolasse, due volte al giorno. M. ha pure chiamato la proprietaria, ma anche lei non ci ha capito nulla. Nessuno ha capito che quando i piatti bagnati approdano sullo scolapiatti, lo inclinano, l’acqua scivola fino al muro eroso, si infiltra e poi sgocciola, attutita, timida, tra un mattone e un mattone sbeccato, nel muro. 
Lo chiamano il Mistero. Hanno ipotizzato coinquilini morti, che portano il digestivo dopo i pasti e ora tutti i giorni se lo aspettano, come le campane, quasi hanno paura che smetta. Che alla fine, avere spiegazioni per tutto, non è gran cosa. Meglio tenersi la spinta di fronte a qualcosa che vorremmo capire e ancora ci sfugge. Sembra un innamoramento. 

Sola + Altalenante + Mutuo 
In una metropoli dagli affitti per coppie, difficile è l’equilibrio fra solitudine e dipendenza.
Da quando ha divorziato dal suo più recente amore, nel suo bilocale all’ultima fermata di metro, E. si sente come Mina in Città vuota, ma più orgogliosa, quindi procede, altalenante, fra il desiderio di indipendenza e la netta sensazione che siano salvezza altre due braccia per infilare il copripiumino. 
– Smettila.
Così, D. rompe il silenzio che cala quando finiamo di lamentarci e aspettiamo le coccole. 
– Smettila. Tu sei più di un bilocale, sei più di un mutuo da pagare, per lasciarlo pagato allo stato quando moriremo. Non lo vedi? Guarda: la cartina, il mondo. Hai idea di quante possibilità moltiplicate per ogni continente, nazione, regione, città, paese, persona? Riesci a quantificare la perdita che rischi, a chiuderti in una scatola strapagata, che nemmeno vuoi e in cui sentirti abbandonata? Smettila con questa storia. 
Diresti mai a un’isola che è sola?
A una montagna? A un lago? Al mare?
Ecco, guarda: tu sei tutto quello che puoi immaginare. Lo capisci che non ci sta manco in casa della Ferragni?
Ti prego, smetti di stancarti e lasciati vivere come puoi. 

Ristrutturazione 
Domani chiudo le palpebre per ventiquattr’ore: spolvero i ricordi, lavo i pavimenti alle stanze dei pensieri e riordino quei maledetti libri scontabili, che immagazzino ogni volta che mi sento in colpa negli scatoloni del dubbio. Ma la vera ristrutturazione dovrebbe occuparsi degli oggetti dai contorni mobili: l’irrazionale, ne sbatto i tappeti che cambiano forma, ritinteggio le pareti dei sentimenti che mutano colore e rivernicio gli infissi delle emozioni, incontenibili.
Vorrei riaprire le palpebre ed essere una versione migliorata di me dove abitare, pulita, almeno durante le vacanze. Ma la verità è che qualsiasi ristrutturazione di noi stessi anzitempo finisce in muffa, così come i riordini sono destinati a venire disordinati, sennò non si vive. Bisogna avere pazienza e lasciarsi asciugare, col tempo; le vite, se serve. 

Scarica
Il cielo era nero, le nuvole impronte di scarpe sporche in un appartamento con la luce a intermittenza da lampadine rotte e impolverate. Quanti danni ci ha fatto il Romanticismo, pensava, pensando al cielo così consonante con il suo paesaggio interiore: fanculo Werther, ti è bastato spezzarti il cuore una sola volta per toglierti la vita. Eri proprio un coglione privilegiato, le labbra pronunciano fra di loro questa frase, mentre un fulmine si scarica sul parafulmine della casa di fronte. Uno spettacolo mai visto. Resta un odore elettrico e G. con il telefono fra le mani, batteria quasi scarica, però un video si poteva tentare. 
Comunque Goethe è sopravvalutato. 
Niente, non è successo nient’altro. 

Attonitogioioso
A quelli che dicono che conta come reagisci a ciò che ti capita, più di ciò che ti capita, nella vita non dev’essergli capitato proprio un cazzo – e sì, con quel pronome pleonastico, a sottolineare che nelle nostre vite le cose che dipendono da noi contano ben poco, vedi le parole.
Per esempio, oggi T. non si è fermato un attimo, ha preso quattro treni, due passaggi in auto, cambiato un paio di alberghi e poi comunque con quel vizio di scuotere frenetica una gamba, anche a stare fermo, non sarebbe stato fermo. Solo alle 20:02 si è concesso di prendere una sedia, tenere a bada la gamba e guardarsi il palmo della mano sinistra, carta idrografica di sudore e calli, ma chi l’avrebbe mai immaginato che si sarebbe posata una coccinella? Nella pianura fra Tigri e Eufrate, proprio al centro della mano e T., tutto fermo, per la prima volta nelle ultime quarantotto ore, può dirsi meno tristemovimentato e più  attonitogioioso. Le apre anche l’altro palmo, vicino, magari ha bisogno di passeggiare. 

Germanizzato
Oggi altro colloquio. No, quello è saltato, invece per quello di lunedì mi hanno già scritto che mi hanno scartata, questo è un altro. Sì, speriamo. Ma quando ho chiuso la videochiamata, sai a cosa ho pensato? Ti giuro, al popolo latino germanizzato dopo il crollo dell’impero. Sarà colpa del Manzoni e Thierry: dovevano sentirsi davvero spaventati, disorientati e atterriti. Chissà. Poi di nuovo fronte china e a lavorare, qualsiasi cosa accada. Ecco, D., io te lo dico: ci è costato tre lauree diventare gli oppressi. 

Lussureggiante + Sudato
L’ultima estate migliore di quelle a venire. Otto del mattino, trentacinque gradi, sulle lenzuola abbiamo già sudato l’acqua che berremo a Ferragosto. Più che dormire, ci dissociamo per qualche ora, tu ora sdraiata al mio fianco non sei ancora rientrata in te e a finire la ricreazione arriverà la sveglia, fra sette minuti. Sette minuti per osservarti inosservato, a dare ritmo alla maglietta, lento, con le labbra socchiuse e madide. Leggo i geroglifici che i capelli ti disegnano sulla nuca, mentre il resto della pelle lucente che percorre il materasso, da qui è una scultura di quelle paesaggistiche, imponenti, che si vedono alla Biennale, un simbolo liquido, come il mare che riga la battigia quando l’onda si ritrae: non conosco l’alfabeto lussureggiante che ti veste quando seminuda mi dormi a fianco, ma purtroppo suona la sveglia e forse un’altra estate te lo chiederò. 

Fragola
– Fragola e panna. 
– Come, scusi?
– Mi ha chiesto che cosa mi motiva: ecco, la risposta più onesta e attuale e immediata che posso darle è fragola e panna. Ho riscoperto questi gusti semplici, da bambini, mi piace prenderlo così ultimamente. Non ha pensato che anche adesso, io e lei, potremmo andarci a prendere un gelato, anziché rimanere in questa stanza con le finestre sigillate a fingerci la versione migliore del nostro cv? Perché i colloqui non si fanno davanti a un gelato, chi l’ha stabilito? Se l’è mai chiesto? E sa perché proprio fragola e panna? Perché quando avremo finito qui e avremo proprio finito, perché fuori dal suo ufficio ho incontrato altre ragazze con qualche master in più e si sa che i titoli contano, forse un’evoluzione di quelli nobiliari, chissà? Ecco, io sono entrata già sconfitta. Ma quando avremo finito, io uscirò di qui e andrò a prendermi un gelato panna e fragola da 2,70 perché quello ancora non me l’avete tolto. E sa cos’altro non mi toglierete e rimpiangerete? Questa testa.

lunedì 1 agosto 2022

È il 4 agosto 2012, compi 19 anni e ti rifiuti di scriverli in numeri, perché le parole in numeri, dai; follia.

Hai diciannove anni e grossi piani fra i capelli, che tieni raccolti perché hai paura che il vento ti spettini e insieme disordini i pensieri, così precisi, ritagliati dai libri e dai film, che ti hanno estorto qualche sabato sera al prezzo dei primi baci, in cambio di una testa pettinata, mica come quella pazza di Ermengarda, con le trecce sparse sul petto in accusativo di relazione. No, noi saremo Carlo Magno, la notte di Natale.

Hai diciannove anni, le cose che ti fanno paura le hai cacciate sotto lo chignon, lontano dagli occhi lontano dal cervello, tanto sotto, che quasi osi dire che non ti spaventa niente, perché niente rimane vergine di spiegazioni sotto quella testa acconciata; nulla può andare storto.

Dieci anni dopo posso dirti che nulla andrà come credevi. 

Se si potesse tornare indietro e se gli output fossero prevedibili dagli input, mi piacerebbe che ascoltassi da te stessa alcune parole numerate. 

  1. La vita non è una tragedia scritta da Manzoni. 
  2. Le persone sono un casino. 
  3. Tu sei una persona. 
  4. Quello che ti sembra normale, non è normale. Vale anche per l’amore, soprattutto. 
  5. Cerca di non vergognarti, perché non esiste vergogna così imbarazzante da meritare il silenzio. 
  6. Parlare con gli altri, a volte, salva la vita. La tua è fra quelle. 
  7. Non sei come i tuoi genitori, per fortuna.
  8. Nessuno è ciò che gli capita. Questa sarà dolorosa da capire e difficile da mantenere, ma prima impari cos’è l’ingiustizia e l’immobilità sociale, prima puoi denunciarle.
  9. Non hai colpa degli errori degli altri. 
  10. Nonostante i tuoi inesausti sforzi ad accontentarli, non sei l’anticristo che ti hanno soprannominato. 
  11. Meriti di essere felice. Sarà forse la scoperta più faticosa che farai e ancora devi difenderla, ma fidati, vuoi, puoi e devi stare bene. Se qualcuno insinua il contrario, mandalo affanculo, chiunque sia. Se qualcuno sei tu, vai in psicoterapia. 

Il 4 agosto 2022 compirai 29 anni. Ora scrivi anche i numeri.

Il futuro rimane un parco giochi invisibile; se giochi, ti spettini, ma stai un gran bene.

sabato 4 giugno 2022

Come stai, in una parola? 2

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]


Piena

Stamattina C. non ha preso il caffè. Se ne pente appena approda sulla banchina affollata e il treno fermo con la gente schiacciata fra le porte, in filodiffusione la vocina arrugginita del conducente: lasciar chiudere le porte. È scocciato.

Nulla è cambiato dalla pandemia, pensa, immobile, dopo un’altra nottata insonne non sbatte più le palpebre.

“È piena.” Una voce, non metallica, distrae il suo sguardo.

“Dico la metro. È piena.”

“Già.”

“Poco male, aspetteremo quella dopo.”

Con il vento artificiale del vagone che si allontana, C. e P. spalla a spalla, come sulla copertina di un manga ambientato a Tokyo, iniziano a parlare e, perfetti sconosciuti, ancora non sanno che guarderanno film dallo stesso divano, spalla a spalla. 


Boh

– Ma ti rendi conto?

L. si rende conto. È finita. Lo sanno entrambi, ma è difficile ammetterlo e ancora di più dirselo a vicenda. Quando si smette di coincidere, bisognerebbe lasciarsi come i procioni nei meme, dopo che hanno scopato attoniti sui tetti o, se preferisci qualcosa di meno animale, come tappo e tetrapak, pacificati, ognuno nel proprio bidone della differenziata. Mai più insieme, per sempre un po’ simili. Come due foglie della stessa palma. 

Queste similitudini non le condivide. 

– Allora, hai qualcosa da dire?

– Boh. 

– Davvero, sei serio?

– Senti, ho capito, lo so. Domani inizio a portare via la mia roba. Ma adesso ti va di andare a guardare le stelle sul tetto?


Sbilenco

Questo superpotere dei trenta, per cui stai bene con gli altri ma stai tanto bene da solo, a G. non piace. È la dodicesima persona con cui esce in questo mese e mentre gli parla, vede il bivio: uscire tenendosi per mano, oppure tornare a casa a mani vuote. Uscire insieme, dormire insieme, rifarlo e fidanzarsi, sposarsi, litigare insieme e disimparare la solitudine, sempre insieme, oppure restare uguali a se stessi, finché si può. Si sente sbilenco, come lo sgabello su cui finge di ascoltare, spostando il peso da una gamba all’altra, da un epilogo a un altro e comunque, il vero superpotere è sapere di poter scegliere.

Si alza. 


Diluito

Ormai è una tradizione che ha paura di infrangere. Venerdì, arriva l’ora di chiudersi dietro la porta dell’ufficio per due giorni interi. Estrae il telefono, apre Tinder, il primo profilo distante almeno cinque chilometri, con gli occhiali: match! Stasera però il drink è più diluito, comunque abbastanza da evitare la solitudine della fine – settimana – o quantomeno anestetizzarsi un po’, in due, prima che i doveri tornino a soffocare il vuoto dei desideri. 


Effervescente

Le file in farmacia sono meno monotone da quando la macchinetta sputa biglietti grida il reparto in cui si fanno acquisti, così se qualcuno è qui per i profilattici possono intuirlo tutti, tipo ora: il verdetto è igiene personale, allora ragazzo, normali, sottili, ritardanti, o dentifricio? XL? Io e la signora con l’integratore effervescente con ferro e vitamina c vogliamo saperlo; chissà chi avrà la serata più effervescente. 


Ansia

Scale, biglietto, tornello, scale, banchina e lanciati!

Metro presa. Le porte si chiudono, la gente mi guarda, batticuore, in galleria le finestre diventano specchi non richiesti: ho ancora i capelli bagnati che sembra che abbia sudato, merda, il vestito forse è troppo scollato e questo cuore in gola perché non rimane nel petto?

Mi ero scordata che l’ansia a volte viene anche per le cose belle. Rivedersi dopo dieci anni. Ma cosa pensiamo? È cambiato e ricambiato tutto. Anche a quarant’anni ci si può sentire adolescenti alle prime volte? Almeno il sorriso mi sta proprio bene. 


Via Lattea

Dopo il terzo drink e qualche sigaretta, che tanto non conta perché è festivo, F. cammina verso casa con le mani in tasca. Odia tenerle ciondoloni, come se non sapesse che farsene, come non sa che fare con quell’opportunità di lavoro all’estero, pagata uguale, ma più scomoda, diversa, lontana e chissà. 

La via è buia, silenziosa e deserta, finché un petalo di geranio non gli plana sul naso. Estrae le mani e alza gli occhi, scopre che di notte anche le metropoli sono supervisionate dalle stelle.

Se avessimo la certezza di essere soli nella Via Lattea, non esisterebbe più cura alla depressione. Per fortuna non sappiamo nulla, nemmeno dove mettere le mani quando guardiamo il cielo e proprio per questo conviene andare a tentare tutte le vie che si può. 


Insoddisfatto

Insoddisfatto è il mio secondo nome, vorrebbe interromperla per dirglielo, ma non è il caso di sfoderare simpatia allo sportello della posta. Si limita a dirselo a voce alta nella testa, ride anche, guardando il proprio riflesso nel vetro di fronte e indirettamente il viso dell’impiegata. M. vorrebbe tracciarne il profilo con le dita, come facevamo da piccoli sulle finestre appannate, poi aggiungerle un fumetto che dice: buongiorno e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte! Ma anche questo rimane solo nella testa, però uscito di lì, passerà di fronte alla gelateria e per una volta entrerà a prendersi un gelato, tutto puffo, senza rimpianti per una volta, come faceva da piccolo. 


Sciolta + Spalancato 

Qualcuno nel condominio di fianco ascolta una vecchia canzone. Anche quest’anno l’estate in città si preannuncia una granita sciolta nel portabicchieri durante una gita in montagna, strabordante per tutti i sensi. Chi cresce immaginando il mare fra i palazzi, sa fin dall’infanzia che questa stagione è pericolosa, appiccica addosso i pensieri, rallenta i riflessi, breve ma piena di tornanti. Il problema è che ci lascia sospesi a fare i conti con la nostra limitata umanità, di bassa pressione e alte pressioni, aspettative, ambizioni. Da soli. La nausea.

Almeno la Luna rimane in città, I. ha spalancato la finestra per farla entrare. Stasera i ricordi sono come fumo sopra un tavolo da poker, eppure dopo ventisette anni dalla sua morte Mia Martini ancora canta: La voglio in faccia la verità / E se sarà dura / La chiamerò sfortuna.

Per alcuni l’estate è un dolore che sa di solitudine e immobilismo, ma anche le peggiori sfortune poi passano e resta la musica. 


Britneyspears

F. balla e come capita ogni volta che si dimena con un bicchiere in mano in mezzo a gente che non parla la sua lingua, pensa a tutto e a nulla che ricorderà una volta sorto il sole. Peccato, perché in tutto quel sudore realizza che alla fine l’insegnamento che davvero conta è fregartene dei giudizi degli altri e vivere come Britney Spears, ma senza padri.

sabato 7 maggio 2022

Come va?
Mi piacerebbe mandare questo messaggio a tutta la rubrica: due parole e un punto di domanda per un totale di sei semplici fonemi, che però chissà che differenza farebbero nella giornata di qualcuno, almeno, almeno nella mia. 
Se la risposta è bene, siamo fortunati. Forse vi risponderei con uno smile e di certo mi sorprenderei a immaginarvi sorridenti, sorridente, perché per me sarebbe una gran conquista imparare a contattare chi pensiamo, anche fuori dai film. Bastano coraggio, spensieratezza e fiducia q. b. e gli stessi ingredienti valgono per non vergognarci di essere chi siamo, che di solito è una buona base al benessere. 
Se invece la risposta al come va è male, mi dispiace; ci dispiace, ché l’empatia è altro allenamento a coraggio, spensieratezza e fiducia.
Se va male, vi direi – nulla, perché quando stai male, stai male e non c’è niente da consigliare. Solo il tempo e qualche fortuna possono curare. Però una cosa non riuscirei a trattenerla: fidati, si può stare bene. E anche se non posso fare niente, voglio almeno essere testimone, che stare bene è possibile e un diritto, che dobbiamo pretendere fortissimo. Quindi, se va male, fai spazio per una sola stupida idea, a cui prestare tutta la fede che riesci a elemosinarti: possiamo essere felici, nonostante tutto. Capita, davvero, che un giorno ti svegli e senza dirtelo, sei una persona diversa. Hai cambiato interni, l’arredamento è di tuo gusto, non sbatti più contro tutti quegli spigoli, ora c’è più spazio, una finestra da cui entra il sole e tu balli in mutande, anche se i vicini ti vedono. E ogni gesto diventa piacevole e ogni minuto sensato e ogni pensiero possibile e i respiri vanno fino in fondo; vivere non è più faticoso, al massimo stancante, ma va bene, come alla fine di uno spettacolo in cui siamo attori, autori, pubblico pagante e siamo andati in scena, nonostante tutto ed è stato un successo.
Allora, come va?

sabato 30 aprile 2022

Come stai, in una parola? 1

[Sul mio profilo Instagram ho usato il box domande per chiedere: Come stai, in una parola? Alcune risposte sono diventate spunti per i seguenti brevi testi.]

Zukunftsangst
Tornare indietro, anche di poco, per addormentarmi guardo le foto di quando ero piccolo, la nonna parlava tedesco, mi piace pensare al passato, soprattutto se non l’ho vissuto, Foscolo mi pare, la letteratura classica per consolare del presente, no? Boh, la nonna, c’era una parola: Zukunftsangst. Ho paura di quello che non conosco, il futuro mi fa paura, dicono che è dei giovani perché vogliono sbarazzarsene, perché è una bomba in una scatola chiusa, io ho paura di domani, del secondo che è ora e non so dove va a finire, e quello dopo e quello dopo ancora, del sogno che sta per arrivare, forse, incubo. 

Gnocchi

La stanza si è riempita di parole e sguardi, come un lampadario invisibile e pesantissimo, appeso a un filo. Poi le parole sono sparite e sono rimasti soprattutto i suoni, senza senso, prima incalzanti, poi più alti, fino a urlati. Silenzio. Nei piatti gli gnocchi sono diventati pezzi di neve e grandine. Gli occhi non si incontrano più e le bocche sigillate guardano i piatti, che assistono al litigio più infame della storia del 3C. 


Accartocciato

Mi sentivo al sicuro, caldo, accarezzato, importante. Avevo una ragione per continuare a vivere e mantenermi presentabile, stirato, pulito, in ordine. Uscivo ogni ora e potevo rientrare nel posto sicuro, sicuro che ci fosse una ragione. Ora è freddo, buio e polvere. Ieri G. mi ha accartocciato e buttato nel bidone della carta. Insieme a fazzoletti sporchi, tovagliolini e un cartone della pizza non ho più senso e so che nessuno avrà memoria della lista di cose da fare che mi aveva scritto sulla pancia di quadretti e cellulosa. 


Swish

Il vento parlava ai poeti del Novecento, ai duemilleschi forse resta la nostalgia del silenzio e lo smog. A questo penso, aspettando il treno ogni sera, come se potessimo davvero scrivere i pensieri, come se pensassimo davvero come parliamo, comunque in sottofondo un gran freddo e a frusciare solo gli altoparlanti mal funzionanti, mi sale il mal di testa…

– Swish. 

– Come?

– Il vento. Il vento fa swish. 

Annuisce imbarazzato. Potrebbe essere l’inizio di un film, forse alla fine chiama la vigilanza perché non è rassicurante un estraneo che ti dice swish sulla banchina, ma pensa tutto e niente di queste parole. Guarda una cartaccia sui binari: volteggia. 

 

Verza

Piove. Silenzia il telefono. Sulle soglie dell’orto non odi parole che dice metalliche, nei vocali velocizzati, di stress metropolitano, ma odi parole più nuove, che parlano gocciole e foglie: ascolta. Piove. Sulla verza, che abbraccia la sua verzura, mentre noi andiam di aiuola in aiuola e il tran tran non è che un ricordo. Qui l’unico suono umano concesso sono respiri. Taci. Baci. Piove. 


Pesante

Il laghetto del parco è uno specchio di cielo riflesso. Con qualche foglia fra le nubi e i pesci che volano, sembra un acquario di qualcuno con molta fantasia e tanta voglia di disorientare Nemo. Si aggiunge anche la pioggia e le gocce, che mi chiedo fino a che grado di profondità mantengano la loro identità, prima di diventare laghetto anche loro, come le gocce d’acqua che già c’erano, le foglie, i pesci, forse anche le nubi, poi il suono di qualcosa di più pesante: il telefono di una ragazza ha fatto spluf. Lo guarda, nuovo sasso sul fondo, o forse anch’esso acqua ormai e lei, al contrario, se ne va più leggera. 


Stanca 

La musica esce stanca dalle casse. È tardi, talmente tardi che forse questo tardi si può chiamare presto e la gente è già a letto, o ancora a letto. Anch’io sono stanca, ma non abbastanza per trascinarmi a letto – o forse troppo stanca per trascinarmici. 

Vorrei chiudere gli occhi, riaprirli con il sole e dieci anni di meno, un futuro più lungo e la storia – e le storie – ancora a trama aperta, migliorabili. Sono stanca degli antagonisti e del genere tragico e che, nonostante tutto, per sopravvivere, ci si debba convincere che siamo in una commedia, scritta al buio. 


Astronauta

La Luna è vicina, incorniciata, a portata di mano; una perla imperfetta e luminosissima. Vorrei ricordarmi più spesso quanto sono piccolo e quanto piccolissime siano le pietre che mi appesantiscono la testa, polvere, rispetto all’immensità del possibile, che alla fine è proporzione con la nostra immaginazione: basta allenarla per tentare quello che sembrava impensabile.

Come un astronauta in missione, D. dà le spalle al poster della Nasa. Per la prima volta da quando si è trasferito, nota una macchia a forma di viso sul pavimento. Sorride. Domani si alzerà e sa che cercherà di non calpestarla. 


Male

Male male male, pensa. Si accorge di aver schiacciato il tappo della penna fino a imprimersi il tondino nel pollice. Ora pulsa. 

La campagna non sta andando come dovrebbe, dopo quattro stage non retribuiti, un full time che pagava solo l’affitto, gli straordinari, i fine settimana da cameriera e le gambe gonfie, finalmente un posto decente, ma la campagna non sta andando come dovrebbe, nonostante la luce nella sala conferenze entri come in un romanzo. 

– It’s a boy?

– Yes.

It is a male, pensa – non capirebbero, vivere lontana dalla lingua madre oggi dà la nausea. Forse anche la pancia le pulsa. 

– Congrats!


Recuperando

L’asfalto gocciola, oggi il caldo lo scioglie e le sneakers di migliaia di corpi asciutti e muscolosi lo modellano, passo passo. Mai avrebbe pensato di partecipare a una maratona e mai avrebbe pensato di non arrivare ultimo, ma A. marcia, non si ferma e sta recuperando posizioni. Mentre corre guarda avanti, ma non vede niente di preciso, corre e basta, tutti i sensi si sono rivolti all’interno: si ascolta, sa che arriverà al traguardo a un certo punto e allora lì, sì, si fermerà, starà male qualche secondo e dopo essersi appoggiato all’asfalto caldissimo, i palmi all’ingiù e gli occhi all’insù, vedrà, vedrà che ce l’ha fatta. Può spuntarla dalle cose da fare almeno una volta nella vita. Realizzerà che si è allenato, è andato avanti per ore, senza realizzarlo, poi solo pochi minuti, secondi forse, alla fine, ha visto e vissuto davvero il presente. Esattamente come tutti giorni, anche quando non indossa le sneakers. 


Nevica

Qui la primavera è arrivata inattesa, come al solito, ho ancora la giacca invernale e le calze pesanti, non ti dico al sole che caldo. Pensa che sono proprio dietro scuola, al parco, ti ricordi quando venivamo qui con i libri di chimica? Finivamo per non capirci niente e tanta era la luce che quasi non riuscivamo a leggere le pagine, tutte bianche sul prato, e le brioches alla nutella del bar che c’era? Tu avevi sempre il telo, io non portavo nulla. L’acqua forse... Pronto, ci sei ancora?

Sto passando sotto i mandorli, quelli di fianco alla statua della tipa, con le panchine intorno. Col vento perdono petali, sono ancora bagnati per l’acquazzone. Praticamente nevica. Da te com’è?


Intrappolata

Mi dispiace leggerti così. Forse dovremmo smettere questa corrispondenza, le lettere sono per i vecchi, o i morti giovani e a te invece serve sole, vive voci e qualche amore sbagliato. Me li racconterai quando verrai a trovarmi qui. 

Vedi, tesoro, quando avevo la tua età, mi sentivo intrappolata.

Non capivo che era una bugia per compensare la paura grande che mi procurava la libertà di avere ancora tutti gli anni davanti. Ascolta la tua vecchia nonna. Da’ tempo al tempo, vivi più che puoi, come puoi, non rimproverarti mai. Un giorno ti sveglierai e con gli occhi ancora socchiusi penserai di essere a un passo dalla felicità. Invece, sarai già felice, ma tu non dirtelo. 


Grandinata

A. non usciva da nove giorni. Non sono tanti in confronto ai lockdown, ma stavolta non ha mai mosso le tapparelle: dev’esserci stato più del lavoro e della pigrizia. A me fa strano chiedere il numero alla mia dirimpettaia, quindi fingo di farmi i fatti miei. Mi limito ad andare tutte le mattine sul balcone e controllo se qualcosa nel palazzo di fronte, allo stesso piano mio, si è mosso. 

Stamattina una finestra era aperta a metà. Vorrei appendere un cartello e scriverle CIAO! Anch’io a volte non voglio alzarmi. A volte spesso. Ma mi sento stupida e il cartello forse neanche lo vedrebbe.

Spero abbia trovato qualche chicco di ghiaccio ancora sul davanzale e si sia stupita di come la città sembri un cocktail dopo la grandinata. 


Felice

La sala è piena, gente seduta, gente in piedi, avevamo paura che dopo il covid non avremmo più saputo vivere come prima, invece quando siamo insieme dimentichiamo l’angoscia e torna la voglia di parlare, abbracciare, incontrare. Si fanno strada fra i tavolini e raggiungono gli altri due. Un appuntamento a quattro non è mai una buona idea, ma da qualche parte bisogna riniziare. 

– Ciao!

– Ciao. 

– Lui è Felice.

– Ciao, piacere.

– Piacere, ti senti rappresentato dal tuo nome?


Colla

Ieri ho rotto un vaso. Fanculo Pandora, ho giocato al puzzle dei cocci e l’ho ricostruito, ma maledetto attaccatutto, di nome e di fatto; ho ancora la colla sulle dita, la sento come se potessi toccarmi senza toccarmi – domande da bambini saggi, alla fine noi non tocchiamo sempre noi stessi? All’epoca però la colla era vinilica e ci divertivamo a strapparcene le pellicine dalle mani e che buono quell’odore un po’ tossico. 

Stasera c’è la pizzata con i compagni di scuola. Mi chiedo cosa penseranno dei miei polpastrelli ruvidi. Avrò una stretta graffiante. Il vaso mi guarda, la pianta ringrazia. Non mi interessa cosa pensano gli altri, non siamo più a scuola e mi sento ancora bambina ma, per carità, non voglio essere saggia. 


Scrocchiarello

– Scrocchiarello!

– Come prego?

Il capo lo fissa per qualche secondo e con una coreografia degna delle più inquietanti esibizioni di nuoto sincronizzato, anche il resto dei colleghi si volta a fissarlo. F. ha sonno, è l’ultima riunione della settimana e il cambio di stagione inizia ad avere un significato dopo i trenta. Non ha del tutto realizzato di aver emesso suoni dalla bocca, ancora spera di averlo solo pensato, mentre fissa concentrato il blocco di fogli davanti a sé, con la tavola rotonda a contemplarlo, ma il collega di fianco interrompe ogni speranza, sottovoce:

– Come nome di un farmaco per l’artrosi?


Lisbona

In Rua dos Douradores soffia un vento secco, caldo, S. si sente abbracciata, è così tutte le volte che atterra a Lisbona e per un attimo si sente sveglia e calma, un equilibrio che a Milano sembrava impossibile. Tira fuori il telefono, fa una foto alla via, apre whatsapp, cerca la chat e a memoria digita Pessoa: Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. Invece. Guarda il destinatario, ma prima di abbassare il dito sull’invio, alza lo sguardo ai fili del tram: questa sera è proprio una buona sera. 


Strettocanaglia

– Signora, siamo in ritardo.

– Su su, veloci, finite di preparare, la carrozza è già fuori.

– Strettocanaglia!

– Clara! Non sono parole che si addicono a una signorina.

– Ma mamma!

– Nessun ma, quel corsetto più di così non può stringersi. Per favore, vogliate allacciarlo, grazie. E veloce infilati il vestito, che tuo padre è già in carrozza e Dio solo sa quanto odi aspettare. Dov’è tuo fratello?

– Non so.

T. era già all’ingresso, faccia a faccia con il ritratto del bisnonno. Estrae l’orologio dal taschino, guarda l’ora, guarda l’antenato, sente il padre gridare dalla carrozza e decide di slacciarsi l’ultimo bottone della camicia.