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lunedì 16 dicembre 2024

Ciao. Ho curato un libro. 

È verde, grande, ma non pesante e sa di libro. 

Dentro ci sono persone care, alcune a cui posso telefonare, altre no, altre non più e 366 poesie – una al giorno, compreso il 29 febbraio, perché non diciamo mai di no a un sole in più. 

Ho imparato che per curare, non bisogna essere maghi, medici, o terapeuti. Ho dormito poco e male e ho tenuto il segreto, come di un regalo. Ho pianto e sorriso, quando una domenica d’estate, alle sei e mezza spaccate del mattino, ho finito questo libro, mentre per strada la voce di un bambino chiedeva al papà perché dovessero partire così presto.
 
Sull’agenda di quel giorno ho scritto: Mi sento intendente.

Se la vita di un insignificante animale umano ha un senso, è proprio di cercarselo, che suona molto simile a crearselo. 

Si può trovare dove abitano i libri, in libreria. 

Secondo me, si parte presto, perché nel silenzio del mattino ancora tenue, ci ascoltiamo meglio. 

Questo libro è un crocevia, dove darci appuntamento. 



domenica 26 giugno 2016

Cardiogramma

La voglia
insofferente
di avere il possibile in pugno
e stringere
poterlo chiudere fino a
dimenticarmene.
Manca il fiato,
fisso le mosche
compagne di inutilità
a tempo indeterminato,
il cuore stantuffa
extrasistole:
penso troppo
a nulla credo.
Questa poesia è
un attacco di panico
scampato.
Voleva essere
una poesia d’amore
in cui vivo
al mare
perché così posso sentire
nei tuoi capelli
la salsedine
sulla pelle
quando ci fondiamo
per assomigliarci un po’ meglio.
Voleva la sabbia tiepida
di fronte a un tramonto
la musica delle onde
i sospiri della risacca
e la bontà
delle storie di gente di mare
dei miei nonni
che ho dimenticate.
Voleva la tachicardia
di una corsa in spiaggia
col mare mosso
una volta c’erano i cavalloni
dovevi correre
scegliere
quale scarpa salvare.
Di quando scivoli
sugli scogli:
un grido
un braccio
una mano che ti afferra.
Livido e sorriso.
Di quando fai
l’amore.
Voleva essere una poesia
semplice;
acqua
farina,
un filo d’olio
sale e pepe,
cotta in teglia di rame
servita avvolta nella carta
del giornale.
Voleva solo
i brividi di una carezza
della tramontana
del sole che hai preso
quando è scesa la sera.
Del gelato
di quando non avevo
un gusto preferito
bastavano mille lire
e senza sensi di colpa
mi ci sporcavo tutta.
Anche il fiatone
a rincorrere l’uomo
dei krapfen
e le vertigini sotto il sole
nelle ore più calde,
perché dei servizi
di Studio Aperto
non te ne frega una minchia,
o comunque non vuoi
essere un anziano
da bollino nero.
Questa poesia voleva
tante cose
– almeno lei.
Ma, soprattutto,
voleva
essere letta.    

giovedì 26 maggio 2016

La posizione della Vaporella

Io odio
quando fissi un punto
al sole
e ti rimane l’alone
negli occhi,
fantasma
senso di colpa
ché dovevi
farti i cazzi tuoi.
Io, invece
anarchica
arrogante
autolesionista
spio i vicini.
Ma con onestà
non mi nascondo,
davanti alla finestra
spalancata
o direttamente sul balcone:
io vedo la gente
che stende
che annaffia
che pulisce,
che butta la spazzatura,
che ramazza,
che spazza;
mai che scopi.
Solo i piccioni
ogni tanto
sui cornicioni.
Allora mi demoralizzo
torno in casa

di isteria invasa,
vado sul computer, a digitare
siti di
mondatori professionisti
www.YouColf.com
xSwiffer
DashTube
MasterLindo

Ajax-xxx
PuliscimiPiùForte.org

CifHub

Presto
Svelto
Finish.
Spesso però le scritte
fitte, chiare su fondo
scuro e i riquadri
delle dimostrazioni
di scopatura
anche loro
mi rimangono
negli occhi
e mi preoccupo
che sia un po’ vera
quella storia
della cecità.
Dopo cinquanta sfumature
di Grey
ottimo direi!
mi tocca
spegnere il computer
– si surriscalda.
Torno alla finestra.
Perché
in fondo
è sempre meglio vedere
senza sche(r)mi;
lo stesso vivere.
E poi – chissà
può sempre capitare
che alla coppia del secondo
si spacchi
quella maledetta

tapparella.

lunedì 21 marzo 2016

Il ventuno a primavera

Quieta
non so stare,
non sono
bravo fonico
delle voci
che ho nella mente,
che mi dimentico
sei un verbo
di cui non mi posso
fidare,
quando diluisci i colori
del Naviglio
al tramonto
che ho negli occhi
e tu, Milano,
mi sembri una madre
ubriaca,
quieta
non so stare.
Come una mendicante
cerco qualcuno, per
parlare;
cara Alda
sei stata
il mio primo poeta
contemporaneo.
Ora
la contemporaneità
è solo un ricordo
noi
siamo post-contemporanei
orfani
del nostro tempo
dimenticati
da noi stessi,
a far naufragio
sui social,
ma abbiamo capito:
non è la pazzia
a uccidere,
si muore
di solitudine
e l’unico farmaco
è mettere in comune,
comunicare
s-partire
verso l’isola di meraviglie
che non c’è
che sono,
che ognuno è
monstrum bellissimo.

Anche a Milano, oggi
l’aria si colora
di primavera,
mi lascio in pace
e passo in Darsena.
Che vivere
ci ammazzi
di stupore.

lunedì 30 novembre 2015

A Rob Brezsny

Caro Rob,
caro Roby. Bob,
Ro’, Bobby;
Robertino
Bertuz.
Caro uomo delle stelle
dalle stelle
alle stalle,
caro Starman
rinnegato da Bowie
uomo delle previsioni
senza cartine alle spalle
e nemmeno la bacchetta
per accarezzare
le migrazioni di pollini.
Amico di tutti
ma l’unico escluso
a capodanno
dal novero di Paolo Fox.
Caro Roberto,
che ti immagino
a collezionare feticci
da luoghi fuori dalle mappe
di continenti da favola
da paesi
che manco mezzo padiglione all’Expo
perché
semplicemente
non esistono.
Caro Bobby,
che ti penso
a casa
cogli scacciasogni pure al cesso – che poi non ho mai capito se i sogni li scaccino o acchiappino, ma non mi pare il caso di scriverci una poesia.
Ebbene, caro
omonimo del frontman
dei Pooh
non so se l’hai letto nelle palle degli occhi della Luna, o nelle palle – e basta – di Giove oppure, magari, l’hai captato nelle mie parole, comunque, caro Rob, è così:
m’hai rotto il cazzo.


Davvero,
mi hai del tutto annoiata
con le tue preveggenze
cieche,
le tue ipotesi
senza tesi,
le anticipazioni
che non spoilerano mai un cazzo di niente,
i tuoi presentimenti
senza sentimento
che non sentono nemmeno l’ovvio,
che se chiedessi a mia nonna come creare una web agency di successo, ne saprebbe di più, di quanto tu, uomo di cui non so pronunciare il cognome, non sappia sul mio futuro.
Sì, Rob, sì
perché sono proprio
incazzata. Con te, anche.
Perché ti abbiamo ascoltato
e tu
a tradimento
ci hai insegnato solo
che la vita
è prevedibile.

Tu ci hai fatto credere che la vita sia qualcosa di stabilito
di stabile:
confezioni
dosi
di destino
da somministrare ogni giovedì, come se si potesse vivere in base al pronostico dato con qualche ora di anticipo.
Ma non è così.
Infatti non si vive.
Hai sbagliato, Rob;
abbiamo sbagliato
e ora, diventati incapaci
disabili
all’esistenza,
dai nostri follower
perseguitati
non ci accorgiamo delle porte fuori uso, finché è troppo tardi per spostarci
per muoverci
per riaversi
per svegliarsi.
Siamo distratti
Siamo disadatti
a noi stessi. Divertirsi, sempre. Barattare il parlare con il cinguettare, pensare in 140 caratteri, spazi inclusi, emozioni deprezzate dai social-saldi,
dai saldi social
noi
invece
siamo volubili.

Non siamo alieni;
siamo alienati:
non serve un osservatore dei pianeti, esperto in carte natali, fatali, per capire che la vita senza like non ci piace.
Ormai ci sembra frustrante non poterci specchiare coi filtri e ricordare a tutti, ogni ora, che respiriamo ancora.
L’importante è divertire
de-vèrtere
distogliere
allontanare
allentare
l’attenzione
l’azione
non appena la vita
non sta nei pixel.
Emoticon spaesato
perché la vita
non sta
in cinque righe
nove, proprio quando il Sole sposa la Luna, Marte Venere, contattano Il boss delle cerimonie e ti invitano al matrimonio.
Il punto, Rob, è che la vita non entra in tot righe new age, che impieghi una settimana a scrivere.

L’esistenza esonda
Persone muoiono
anche se sono del nostro stesso segno
(No, non parlerò di Parigi.)
L’oroscopo
non prevede gli attentati
(No, niente Francia, non insistete.)
Lo zodiaco
non ti dice in che angolo di mondo starai meglio
sarai salvo
nemmeno in quale teatro
o sala concerti
(Ho detto niente Parigi. No.)
Non dirò che sono morti, che non sono gli unici e che ho pianto. E che Rob non ha previsto quante stronzate avete vomitato nei giorni seguenti, quanto patriottismo Vive la France ha acceso chi, fino al 13 novembre: Po-popopo-popopo.
Perché non interessa
il confronto
fare informazione
empatizzare e commuoversi.
L’importante
è cambiare foto del profilo.

Abbiamo tanta paura
della morte
e altrettanta paura di
vivere.

Ma dobbiamo insistere:
ricordare
che esistere
vale
le pene
se non semplifichiamo,
se accettiamo
questo star svegli
ogni tanto sognare
chiamato vita,
senza amputazioni
senza immobilizzarsi di fronte alla complessità, ché la vita
è un mostro
bellissimo.

Siamo così forti e facili
da rompere
che talvolta mi sale una fame
di esistere
e l’ansia
diventa smania
di fare
di dire.
La casualità non esiste, come il destino; esistono gli occhi
che scelgono
di guardare
e di vedere;
che il mondo
è ancora tutto da leggere.

Gli oroscopi me li scrivo da me.

Rob, ti ringrazio, perché sta settimana ci hai preso: mi si è fuso il modem, ho finito i gigabyte sul telefono. Ora non posso più sentirti.
Grazie.

lunedì 2 novembre 2015

Non voglio toccare stereotipi delle società maschiliste o di una storia millenaria, che vede l’uomo migliore della donna e tutti noi, in qualche tempo, protagonisti e colpevoli. Non voglio finire a fare il rapper e dire che se sei figa, non sarai mai abbastanza figa, e se sei cessa, non sarai mai abbastanza credibile quanto un uomo. Soprattutto, non voglio scivolare nel banale, no.
Voglio, invece, mandare affanculo chiunque si sbigottisca di fronte alla parola: mestruazioni. Cordialmente.
Sì, affanculo e affanculo è ancora poco, perché siete ridicoli e imbarazzante è il vostro imbarazzo.
Lo so, siete in tanti, ma io so essere molto presuntuosa.
Le donne sono meraviglie. Non “belle”, non “carine”, me-ra-vi-glio-se, che vi riempiano la bocca; spettacolari e spaventose, come la vita, come qualsiasi cosa valga il prezzo di questo tempo che ci invecchia.
Le donne – e di solito sono donne proprio per questo – hanno un pertugio, un organo, nel basso ventre, fra le gambe, detta rosa o altri fiori e/o animali allegorici, a cui gran parte dell’arte è stata dedicata. Comunque la si voglia chiamare, porta di giada, fica, vulva, con quella, le donne, possono fare miracoli: oltre a risolvere e innescare guerre epiche (ciao Cicciolina, ciao Omero), anche avere orgasmi multipli, esplosivi, squirtare, dare la vita, procurarsi e spacciare endorfine gratis.
Fin qui tutto bene. Quasi, purché non si alluda a ragazze che si masturbano, purché non si tratti di donne che fanno sesso “come uomini”, perché di entrambe si può parlare solo, con passione ma nascosta-mente, in alcune categorie di siti porno.
Purché non si tratti di qualcuna che conosco.
Purché a scrivere non sia una lei (che vergogna!)…
Che vergogna.
Vergogna, già. Vergognatevi.
Per una vita ci siamo imposti di sottovalutarle, sottovalutarci, abbiamo imparato bene a vergognarci di cosa, di chi siamo. Ora basta.
Ora, è ora di non occultare più le mestruazioni sotto il termine generico e sottovoce di “cose”. Se è così facile ammettere di provenire da uno spermatozoo, è ora che altrettanto semplice sia ringraziare il ciclo di tua madre.
Metti i bastoni
fra le vuote
convinzioni
vincolanti
ma colanti.
Penso femmina
se penso la Luna
se penso la vita
se penso la gioia
se penso l’uomo:
tu, dona,
donna
la meraviglia
che sei motore
di questo esistere. Se
finora
sei stata poesia
– credimi!
puoi esser poeta.
   

giovedì 15 ottobre 2015

[ poesia poliglotta ]

Quando ti guardo
mi abita un duende1;
per me sei wēijī 2.

La prima volta
è stata un rasāsvāda3
ma tu sai essere
il fanā4
in te mi annullo
perché ti voglio
più di me. Sei il mio
più ostinato dor5,
fino a prometterti
ya’aburnee6

Però
dopo ogni catastrofe
calcinacci e petali
addosso ancora una speranza:
siamo
la nostra querencia7.


1. Spiritello. Risposta emotiva a un'opera d'arte.
    Spagnolo
2. Crisi ma anche possibilità di successo, in una situazione ad alto rischio.
    Cinese
3. Degustazione di esistenza. Stare bene libera-mente.
    Sanscrito
4. (Auto)distruzione.
    Arabo
5. Desiderio inestinguibile e intraducibile.
    Rumeno
6. "Seppelliscimi". Augurio di sopravvivere meno di chi si ama, per non viverne la mancanza.
    Arabo
7. Dove sei te stesso, senza compromessi.
    Spagnolo

domenica 19 luglio 2015

Non so scrivere poesie d'amore

Smettila.
È inutile che insisti
è inutile che mi riempi
di cuoricini
cioccolatini
bacini
e post di pagine Facebook
con la parola Anima
ficcata nel titolo
e le fotografie
in bianco e nero
o finte polaroid
unte di Neruda, per
utenti
usurai di parole
che distanziano le lettere
per fare più effetto
– m a c h e c c a z z o ? !
Io non le so scrivere
poesie d’amore.
Non so dirti
che non è prendere e dare
ma lasciarsi andare
senza cautele
completamente
completa mente;
completa me in te:
affittami tutto,
l’ombelico per la colazione
le gambe per i pranzi
e le cene fra i capelli
ma soprattutto le mani
che non siano più vuote
di notte.
Vieni a vivere in me,
porta tutto, cosicché
dovessi andartene
io sia disabitata
come una casa scoperchiata
come le stanze senza tende
ma non voglio pensarci,
riflettere invecchia
con te non voglio che cresciamo
restiamo bambini
mai adolescenti,
per giocare a tempo perso
a tempo indeterminato
senza vinti e vincitori:
stiamo insieme
per stare insieme.
Perché non ti basti
una vita
a conoscermi tutti i nei
a toccarmi tutti i pensieri
leccarmi le idee.
Io non so scrivere poesie d’amore
dove ci annodiamo le ginocchia
sciogliamo i capelli
liberiamo le asole
e i passanti delle cinture
dove semplifichiamo le parole
per confonderci le lingue
e il tempo non è
che un ricordo vago
non importa
io e te
nell’era di Planck
il tempo zero della creazione
un tempo prima del tempo
subito dopo il Big Bang.
Davvero
io non so scrivere
poesie d’amore
perché si nominano
le cose che non ci sono
e se ci fossero
parlare
serve da scongiuro
io invece te le giuro.
Io queste cose te le prometto.
Non le so scrivere
le poesie d’amore, perché
mi impegno
a scriverci un mondo
nuovo
dove le poesie possano
occuparsi solo di noi.

venerdì 3 luglio 2015

MILANO BRUCIA

Milano, BRUCIA!
Ci hai insegnato a stare in compagnia
per sentirci soli:
sfilate di sguardi ciechi
accecati dall’asfalto bollente
su cui scivolare impastati.
Siamo masse ammassate che rotolano
a fare jogging sulle scale mobili.
Addestratori di frette senza meta:
vivere sempre in metropolitana
quando non sai dove scendere,
nei vagoni zeppi
come piazze deserte
sulle banchine sale d’attesa
di un medico nomade.


MILANO BRUCIA
e fa finta di niente
nei padiglioni di questo evo di mezzo
che chiamiamo Expo 2015.
Fa finta che vada tutto bene
coi cinesi a fotografare estintori
al Fuorisalone;
Fuori-is-alone;
tisane al Lexotan
apericena col Maalox
mentre scambiano i barboni
per installazioni urbane
del Salone dell’Immobile,

perché MILANO BRUCIA

Brucia, cazzo, Brucia!
Brucia, col dito in culo di Piazza Affari
agli studenti che ipotecano le madri
svendono speranze
per pagarti un buco
senza riscaldamento
senza finestre
senza porte
gabbia open space,
ma col wi-fi.


MILANO BRUCIA
insieme agli hashtag
#solocosebelle #100happydays
di giorni tutti uguali
che sai occupare, non sai più impiegare
parassita del tuo tempo
abusivo nella tua esistenza.


MILANO BRUCIA
sotto le molotov dei Black Bloc
ringraziamo Federico Clapis
per averci regalato un’altra distrazione.
Sotto i riflessi dei cartelloni
possiamo andare da Unieuro
a farci scontare l’ira del 22%:
in questi tempi di persone jpeg
ci linciamo via web
e se non lo sai dire
ci pensa Spotify
a pensare al tuo posto.


MILANO BRUCIA
Con lei noi
che ci arrendiamo a resistere
a esistere
nelle disumanizzazioni
disurbanizzazioni
disfunzioni
gastrointerinali del pensiero,
inquieti versus inconsapevoli
disturbati contro distratti.
Noi, generazione agenerazionale
di disillusi recidivi
che cerchiamo qualcuno
non qualcosa
che ci sprechi le giornate
per aspettare insieme
il tramonto riflesso nei vetri
dei palazzi che grattano il cielo.
La solitudine
è la dipendenza più grave
lo sappiamo noi
che troviamo il tempo
per confondere le scie degli aerei
cogli aloni sulle finestre
e che ci sdraiamo all’aperto
a interpretarne le rotte,
noi che facciamo lavori che poi:
“si, ma di lavoro” ?


MILANO BRUCIA
e noi con lei.   

sabato 2 maggio 2015

BLACKBUSTER

L’odore di chiuso
le mani sudate
appiccicose
a sbavare sulle tastiere
ansimanti
lubrificate le frasi fatte
indurite i luoghi comuni
eccitati
come cani al sole d’agosto
sopra una ciotola di sputi.

Ma il Nepal?
Non avete voglia
di un bel video del terremoto
di mandare sms salvifici
dire che se la sono cercata
perché trattano male gli animali
anche se a Pasqua l’agnello non lo mangiano?

Oggi non vi va
di parlare dei barconi,
magari una foto
del bimbo appena nato, affogato
perché bisogna sparargli
affondarli
prima che vengano qui
a rubarci il lavoro
come volontari Expo
a rapirci i bambini
che poi a chi facciamo crollare addosso
i soffitti?

Potremmo speculare un po’
sul pilota che si è suicidato
egoista
cattivissimo
non si fa così:
lasciare solo la scatola nera,
da noi le tragedie restano
incagliate per anni
al Giglio,
ma oggi non vi va,
nemmeno sparisse la salma di Mike.

Oggi si deve parlare di ieri,
la nostra Milano bellissima
che fino a ieri l’altro
era solo pavé e ritardi,
delle auto incendiate
le vetrine imbrattate
i fumogeni
AMMAZZATELI TUTTI!!!
scrive la mia vicina, anni 16

Attenti però; poi
che alibi avremmo
per le Diaz?


Questa masturbazione di gruppo
ci renderà -

venerdì 6 marzo 2015

(il)legale

Oggi, in piazza, coriandoli
bambini
piccioni
turisti
piccioni
giovani più o meno vecchi
musici di strada
e mitra
neri
in braccio ai soldati
davanti alle porte del Duomo.
Mi chiedo: questo
è normale
è legale?

Nella mia città
strade ingombre di camionette
“sicurezza urbana”
ma l’unica sicura
è quella che non c’è alle armi
nelle mani di uomini,
anche se hanno una tuta mimetica
anche quando indossano una divisa;
soprattutto, forse. Lo so.
Non c’è bisogno
di un altro Aldrovandi.
Allora mi domando
cos’è legale?

Se la legalità
diventa illegale,
se la giunta anticorruzione
chiede tangenti, a Palermo,
se le tasse sono insostenibili
per chi le paga,
se legale non rima con uguale
e la sanità è un lusso
e avere un tetto non è un diritto,
meglio lasciare le disabitazioni,
se i tempi della giustizia
fanno ritardo,
se l’Europa spara
addosso ai migranti,
se Stefano Cucchi non è stato il primo,
non sarà l’ultimo,
perché
la legge?

Di legale
sembrano rimanere: l’imperativo
alle detenute
di qualche manicomio criminale
e gli studi degli avvocati,
almeno sulle targhe.
Il resto
è la frase di un vecchietto
in piedi sull’autobus:
ognuno pensa a sé
e per gli altri se ce n’è.
Ma io non mi accontento
non li lascio fare.
Ho i miei comandamenti.
Non essere presentisti.
Mai ammutolire.
Risignificare la legalità
è la speranza
è la volontà
d’essere giusti
nel giusto stato.
Come chi non è stato
responsabile di aver delegato
i propri diritti.