Il piccione appollaiato sul lurido cartello stradale che
indica la trentatreesima sembra essere l’unico in apprensione per un’anziana,
seduta sulle strisce pedonali.
Quando stava attraversando l’incrocio, la vecchietta è inciampata nelle borse
della spesa. Mentre cerca di rimettersi in piedi incalzata dai clacson degli
automobilisti, un ragazzo mi si avvicina divorando con morsi feroci una delle
mele che ora ricoprono l’attraversamento pedonale.
Io e alcuni miei colleghi stiamo rientrando dalla consueta pausa pranzo.
Prima di riprendere il lavoro in cima al grattacielo, dove non c’è mai campo,
faccio un paio di telefonate per confermare la prenotazione al ristorante sotto
casa. Stasera credo proprio che John si deciderà a chiedermi di sposarlo.
Nel frattempo i miei colleghi hanno ripreso le loro postazioni di lavoro: tra
poco l’Empire avrà i riflettori puntati addosso, quindi anch’io mi sbrigo a
rientrare e a salire al mio piano, l’ottantunesimo.
Raggiungo la mia scrivania. Finisco di riempire uno scatolone con gli oggetti
rimasti sul tavolo e lo porto a Camille, a cui è stato affidato il compito di sistemare
le nostre cose al sicuro, prima che la cosiddetta evacuazione abbia inizio.
Ho appena impilato la mia scatola sulle altre, quando suona l’allarme. Mi volto
verso Camille: “È in anticipo.” “Hai ragione” mi dice. Insieme ci avviamo verso
l’ascensore come prestabilito, mentre la sirena continua a squillare
assordante.
“Ho dimenticato la borsa!”
“Ok, muoviti e valla a prendere.”
Corro energicamente verso la mia scrivania: mi tremano le mani e il torace.
Facendo un respiro profondo mi getto la tracolla sulla spalla sinistra. Intanto
la sirena smette di suonare e io corro di nuovo verso l’ascensore.
Non c’è più nessuno.
Chiamo insistentemente l’ascensore ma non c’è niente da fare, l’hanno già messo
fuori uso.
Mi fiondo giù per le scale di emergenza finché, arrivata fino al
sessantatreesimo piano, un crampo mi contrae un polpaccio e due guardie mi
afferrano per le braccia; prima che io possa mostrargli di essere dello staff,
mi strattonano in una delle stanze blindate adibite a contenere i visitatori
prescelti durante l’evacuazione.
Non può essere vero.
Mi ritrovo in una saletta di circa venti metri quadrati insieme ad altre due
persone.
Sbatto i pugni, le mani, gli avambracci, i piedi contro la porta, ma i due tizi
vestiti da guardie se ne sono già andati. Sono spacciata insieme a un uomo e a
una donna che sembrano non essersi mai visti prima.
I due mi guardano disorientati e la donna subito mi domanda: “Dicono che c’è
una bomba, è vero?”
Mi si mozza il fiato.
Cercando di inghiottire lo sguardo con le palpebre, mi limito a risponderle in
apnea: “Non so.” Scivolo lungo la parete di fianco alla porta e lì mi accuccio
con la guancia destra contro il muro.
Dopo un secondo, un minuto o forse una mezzora, la stanza vuota incomincia a
riempirsi delle parole dei miei consorti: la loro voce convinta e convincente
si scambia battute di breve conforto. Poi si mostra più fragile e i due si
rivolgono parole interrogative, spezzate, come se stessero per scoppiare a
piangere, sacrificando la fluidità della conversazione, allo scopo di evitare
lo sgorgare imminente delle lacrime.
Entrambi si gettano contro la porta. All’inizio cercano di aprirla, ma appena
percepiscono la durezza della serratura chiusa a più mandate, iniziano a
batterla con tutta la violenza che riescono a trovare nelle nocche sottili, nelle
dita appiattite, nelle spalle, nella punta delle ginocchia, nella suola delle
scarpe e persino nella fronte.
Mentre il ragazzo continua a colpire la porta con pugni echeggianti, la donna
indietreggia con le mani spalancate, tremanti e violacee. Inizia a camminare freneticamente
per la stanza. Vede il condotto dell’aria: è ad altezza d’uomo, basterà un po’
di forza e di agilità per mettersi in salvo, pensano entrambi, ora che l’hanno
visto. Tentano insieme di sradicarlo. Cercano di eliminare la grata a chiusura
del condotto: la tirano, la spingono, la strattonano, la implorano, invano.
Loro non sanno che è stata sigillata un paio di giorni fa insieme a tutte le
altre possibili vie di fuga, in quella come in altre decine e decine di stanze
del grattacielo.
Quando hanno ormai completamente saggiato la loro impotenza, lei si siede al
mio fianco, singhiozzante.
Mi racconta che suo figlio sta per laurearsi alla NYU e che questo pomeriggio
ha lasciato suo marito in albergo, perché voleva farsi un giro per la città. Dice
che non è mai stata nella grande mela, come se la macchina fotografica ancora
appesa al collo insieme alle guide che le spuntano dalla borsa non lo dimostrassero
inequivocabilmente; le sue lacrime ininterrotte mi fanno capire che questi
fatti, a lei, moglie e madre, che non era mai stata a New York, sembrano
motivazioni più che valide per cui tutto quello che ci sta accadendo non possa
essere reale.
Nel frattempo il ragazzo si è spostato davanti alla finestra: con il cellulare
in mano contempla quel rettangolo di cielo crepato dalle punte dei tanti grattacieli
che, simili a rami disarmonici di un albero infetto, scrutano dall’alto le
colonne gialle di taxi, immobili lungo le strade come se fossero foglie secche.
“Non c’è campo” gli dico, mentre la signora soffoca un gemito a causa dell’ennesima
prova che siamo intrappolati. Lui si infila il telefono in tasca senza distogliere
lo sguardo dalla finestra. Sembra ancora anelare a liberarsi dall’inespugnabile
sessantatreesimo piano. È uno di quei soggetti che non immagineresti mai di
incontrare a una mostra, soprattutto da soli.
Passavo interi pomeriggi a osservare i tipi come lui attraverso i monitor delle
telecamere di sorveglianza, quando si facevano sentire acuti i dubbi riguardo
alla benignità di questa evacuazione.
Inizialmente sembrava un buon progetto. Avrebbe risollevato le finanze dei
proprietari dell’Empire, gonfiato conseguentemente gli stipendi dei dipendenti
ed evitato i licenziamenti che incombevano innumerevoli. Però non ci avevano
spiegato chiaramente il fulcro del progetto: una volta che fu precisamente
esposto, divenne troppo tardi per tirarsi indietro e quel fondamentale particolare
trascurato diventò una vera e propria minaccia per tutti noi al corrente della
programmata evacuazione.
L’unico dipendente a opporsi nonostante tutto era stato Sam.
Il giorno in cui ci hanno convocati individualmente, sicuri di raccogliere un
consenso unanime, lui solo si era rifiutato di acconsentire. Da allora non lo
abbiamo più rivisto.
Nessuno ha mai saputo che cosa abbia detto durante quel colloquio, ma
l’immagine di lui che sbatte la porta dell’ufficio, in cui ci chiamavano a pronunciare
la scelta, era stata il principale oggetto dei bisbigli tra colleghi in
ascensore. Tuttavia, dal momento in cui la sua scomparsa era divenuta evidente,
non ne parlò più nessuno; non so se perché ormai aveva assunto la macabra
pericolosità di una notizia di cronaca nera o perché risvegliava un certo senso
di colpa in noi, che conoscevamo la sua opinione, ma mai e poi mai avremmo
creduto che sarebbe giunto a tanto per difenderla.
La donna al mio fianco smette per un attimo di piangere e rivolge gli occhi
assorti verso il condotto dell’aria. Dalle stanze più vicine alla nostra ci
raggiungono le voci degli altri inconsapevoli detenuti e la saletta si affolla
di fantasmi, che piangono, imprecano, urlano, stanno in silenzio.
Nel generale grido di disperazione si staglia il rombo di un elicottero sopra
di noi.
I miei due compagni si avvicinano alla finestra, schiacciandosi contro il
vetro. Gli occhi lucidi della signora ci dicono che probabilmente sono venuti a
salvarci. Io mi alzo e li raggiungo alla finestra.
Come immaginavo, l’elicottero è della Cablevision, l’azienda proprietaria del
Newsday. È questo il quotidiano insieme a cui i proprietari dell’Empire hanno concordato
l’odierna evacuazione, per risanare il deficit nei rispettivi bilanci. Gli accordi
sono stati elementari: il grattacielo fornisce al giornale e alla compagnia di
telecomunicazione una notizia sostanziosa, in cambio riceve una parte
abbondante dei guadagni ricavati dallo spettacolo inscenato.
Se l’elicottero è già arrivato, significa che mancano ormai pochi minuti allo show. Pochi minuti allo scoppio delle
bombe posizionate a metà del grattacielo.
I visitatori rinchiusi nel gigante di cemento sono l’inconsapevole moneta di
scambio dei proprietari dell’Empire: l’evacuazione, anziché servire a metterli
in salvo, era l’espediente per incastrarli.
Io sono rimasta impigliata nella rete dopo averla tessuta.
Il ragazzo e la signora mi stanno vicini tanto da sentire sulle braccia il
tremito del loro respiro. Improvvisamente un primo scoppio li fa gridare: mi
stringono ancora più forte e piangono ansimando.
Gli occhi mi bruciano e un fastidio mi occlude la gola all’altezza delle
tonsille. Il ragazzo rimane pietrificato, ma il suo sguardo non corre più fuori
dalla finestra, fissa la stanza rimbalzando dalle pareti alla porta, poi sul
pavimento, sul soffitto e ancora sulla porta.
Era dal 2012 che non piangevo più.
Riesco a sentire la voce crescente della donna, che alle mie spalle incalza
continui: “No no no”, finché un tonfo polveroso fa calare il buio.
Mi ritrovo sudata e ansimante nel mio letto.
La sveglia sta suonando sul comodino di John. Mentre io rimango seduta sul
materasso sconvolta, la tachicardia sembra incalzata dal ritmo rapido e
penetrante della sveglia.
John fa arrestare l’allarme e, appoggiandomi una mano sulla gamba sinistra, mi
chiede con gli occhi ancora socchiusi se va tutto bene.
Un respiro profondo riesce a rallentare la contrazione del mio organo cardiaco,
che continua a rimbombarmi in gola. Accenno una serie di si con la testa, prima
di lasciarmi ricadere sul materasso con gli occhi appesi al soffitto.
Oggi non vado al lavoro.
Penseranno gli altri all’evacuazione.