mercoledì 21 marzo 2018

lunedì 5 febbraio 2018

Cara Debora, l’hai mandato affanculo, lo so. E lui? Niente. Non ha manco visualizzato, è entrato su Whatsapp e non ti ha nemmeno degnata delle spunte blu.
Ha risposto al gruppo Calcetto del mercoledì, ha scritto qualcosa in quello di Quelli che hanno avuto il prof Non Ho Fatto In Tempo A Leggere, poi è tornato nella schermata delle chat e ti ha lasciata lì, in compagnia del tuo uno fra parentesi.
Ma Debora, si erano aperte le porte, siamo arrivati a Missori, Debora, abbi pazienza, dovevamo scendere tutti da quel lato, doveva spostarsi, per forza ha dovuto rimettere il telefono in tasca. Ascolta, io non mi faccio mai i cazzi miei in metro, sennò mi sale il panico e penso ad Allah, ma ti assicuro che non ha fatto niente di male, aveva persino le tempie con le goccioline di sudore, perché ha corso da moviola per salire in metro e poi non ha mai alzato lo sguardo dallo schermo, stava fisso su un articolo ma si vedeva che pensava ad altro, come quando è comparsa la tendina del tuo Vaffanculo e lui l’ha guardata e poi non l’ha nemmeno toccata, ha aspettato che sparisse da sola, mentre io stavo per mettergli le mani sullo schermo: oh, ma che fai, non dici niente a Debora?
Però, fidati. Mentre tu sarai alla terza chiosa al ventiduesimo commento del libro di congetture su perché non ha nemmeno visualizzato, Debora, ovunque tu sia, voglio farti arrivare le parole che ripeteva sempre la mia prof di tedesco delle medie, che prima era un prof, poi è diventata una prof, quindi chi meglio di lei può saperne?
“Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere.”
Non sono la De Filippi, continuo a capirne più di astronomia che di uomini e donne, figurati. Ma Debora, abbi pazienza. Non darti fastidio. È quasi san Valentino Nappi, è qui che dobbiamo essere tutti più buoni, non a Natale.
Debora, magari è impanicato e pensa ad Allah.
Debora, fidati. Sarebbe più proficuo cercassi quante varianti di te esistono con l’acca.

sabato 2 luglio 2016

Raccogli-menti

Dalla radice MÀN- la parola “mente” evoca l’atto del pensiero: mmm… Provate a chiedere a un bambino dove pensa, vi indicherà la bocca.
Parola e pensiero sono parenti, così come mente e poesia. I miei versi si offrono a raccolta, in raccolta, a chiunque voglia cogliere e raccoglierli: fogli fra le foglie da (rac)cogliere, per raccogliersi.
Un momento di medit.azione – Oṃ, stesso etimo – che coniughi poesia, natura e pace. A ricordarci la nostra radice di animali parlanti, pensanti; di non solo uomini, ma umani.

Vieni a (ri)prenderti – la poesia.


Foto di Federica Duvia – La Voce del Corpo 2016

domenica 26 giugno 2016

Cardiogramma

La voglia
insofferente
di avere il possibile in pugno
e stringere
poterlo chiudere fino a
dimenticarmene.
Manca il fiato,
fisso le mosche
compagne di inutilità
a tempo indeterminato,
il cuore stantuffa
extrasistole:
penso troppo
a nulla credo.
Questa poesia è
un attacco di panico
scampato.
Voleva essere
una poesia d’amore
in cui vivo
al mare
perché così posso sentire
nei tuoi capelli
la salsedine
sulla pelle
quando ci fondiamo
per assomigliarci un po’ meglio.
Voleva la sabbia tiepida
di fronte a un tramonto
la musica delle onde
i sospiri della risacca
e la bontà
delle storie di gente di mare
dei miei nonni
che ho dimenticate.
Voleva la tachicardia
di una corsa in spiaggia
col mare mosso
una volta c’erano i cavalloni
dovevi correre
scegliere
quale scarpa salvare.
Di quando scivoli
sugli scogli:
un grido
un braccio
una mano che ti afferra.
Livido e sorriso.
Di quando fai
l’amore.
Voleva essere una poesia
semplice;
acqua
farina,
un filo d’olio
sale e pepe,
cotta in teglia di rame
servita avvolta nella carta
del giornale.
Voleva solo
i brividi di una carezza
della tramontana
del sole che hai preso
quando è scesa la sera.
Del gelato
di quando non avevo
un gusto preferito
bastavano mille lire
e senza sensi di colpa
mi ci sporcavo tutta.
Anche il fiatone
a rincorrere l’uomo
dei krapfen
e le vertigini sotto il sole
nelle ore più calde,
perché dei servizi
di Studio Aperto
non te ne frega una minchia,
o comunque non vuoi
essere un anziano
da bollino nero.
Questa poesia voleva
tante cose
– almeno lei.
Ma, soprattutto,
voleva
essere letta.    

giovedì 26 maggio 2016

La posizione della Vaporella

Io odio
quando fissi un punto
al sole
e ti rimane l’alone
negli occhi,
fantasma
senso di colpa
ché dovevi
farti i cazzi tuoi.
Io, invece
anarchica
arrogante
autolesionista
spio i vicini.
Ma con onestà
non mi nascondo,
davanti alla finestra
spalancata
o direttamente sul balcone:
io vedo la gente
che stende
che annaffia
che pulisce,
che butta la spazzatura,
che ramazza,
che spazza;
mai che scopi.
Solo i piccioni
ogni tanto
sui cornicioni.
Allora mi demoralizzo
torno in casa

di isteria invasa,
vado sul computer, a digitare
siti di
mondatori professionisti
www.YouColf.com
xSwiffer
DashTube
MasterLindo

Ajax-xxx
PuliscimiPiùForte.org

CifHub

Presto
Svelto
Finish.
Spesso però le scritte
fitte, chiare su fondo
scuro e i riquadri
delle dimostrazioni
di scopatura
anche loro
mi rimangono
negli occhi
e mi preoccupo
che sia un po’ vera
quella storia
della cecità.
Dopo cinquanta sfumature
di Grey
ottimo direi!
mi tocca
spegnere il computer
– si surriscalda.
Torno alla finestra.
Perché
in fondo
è sempre meglio vedere
senza sche(r)mi;
lo stesso vivere.
E poi – chissà
può sempre capitare
che alla coppia del secondo
si spacchi
quella maledetta

tapparella.

lunedì 21 marzo 2016

Il ventuno a primavera

Quieta
non so stare,
non sono
bravo fonico
delle voci
che ho nella mente,
che mi dimentico
sei un verbo
di cui non mi posso
fidare,
quando diluisci i colori
del Naviglio
al tramonto
che ho negli occhi
e tu, Milano,
mi sembri una madre
ubriaca,
quieta
non so stare.
Come una mendicante
cerco qualcuno, per
parlare;
cara Alda
sei stata
il mio primo poeta
contemporaneo.
Ora
la contemporaneità
è solo un ricordo
noi
siamo post-contemporanei
orfani
del nostro tempo
dimenticati
da noi stessi,
a far naufragio
sui social,
ma abbiamo capito:
non è la pazzia
a uccidere,
si muore
di solitudine
e l’unico farmaco
è mettere in comune,
comunicare
s-partire
verso l’isola di meraviglie
che non c’è
che sono,
che ognuno è
monstrum bellissimo.

Anche a Milano, oggi
l’aria si colora
di primavera,
mi lascio in pace
e passo in Darsena.
Che vivere
ci ammazzi
di stupore.