sabato 30 giugno 2018

Ci guardiamo imbarazzati come colpevoli, in biblioteca, d’estate, a Milano.
La tipa che condivide con me tavolo e concentrazione non spegne mai lo schermo del telefono. Sposta lo sguardo dalla carta al vetro senza soluzione di continuità e così mi illumina il manuale: Onnipotenza della lingua. Paragrafo un po’ presuntuoso penso, un po’ teologico, politico, un po’ erotico, un po’ sei indietro, cazzo ti permetti di alzare lo sguardo? “Il linguaggio verbale umano può dare espressione a qualsiasi contenuto”. Persino a se stesso, persino a me che lo fisso da una decina di girate di caffè, persino alle girate di caffè che mia nonna e solo mia nonna chiama rugate, da cui l’espressione “dagli una rugata” prima che da piccola mangiassi uno yogurt, per poi pentirmene e lasciarlo a metà.
“Quello che provo
Non si spiega a parole”
Tocca la notifica.
Sorride.
Più sotto si dice che la funzione metalinguistica si sviluppa tardi. Se a un bambino di sei anni chiedi di dirti una parola lunga, è normale che risponda “treno”.
Prova a chiedere al tuo destinatario, vedi se digita “noi”.
E adesso chi me lo leva dalla testa Tiziano Ferro?
Io
non me lo so
spie
ga
re

mercoledì 4 aprile 2018

– Va in Bocconi?
– No. 
Quando do ripetizioni sembro professionale e più ricca, come conferma la signora che alla fermata del quindici mi scambia per bocconiana: mi tocca smentirla. Poi attacca a lamentarsi delle modifiche di percorso ai tram, di un anno fa, mi chiede se so dove sto andando, prova allora col tempo. Appena si aprono le porte, ancora parla, annuisco un’ultima volta e mi lancio sul vagone dopo. Oggi non parlo con gli sconosciuti. 
Ho passato due ore a spiegare a un bambino il verbo essere. Tempo presente, modo indicativo, le persone, il numero, esempi e frasi. Come hai fatto a parlare finora? Cosa hai capito in tutti questi anni di scuola? Perché nessuna maestra non si è mai accorta di parlare a vanvera? In italiano e in inglese. Ripetiamolo, se quindi adesso ti chiedo: la prima plurale? Plurale, non singolare. Siamo. La persona, noi siamo, due ore, così, per realizzare quanto difficile sia insegnare a coniugare a figli di separati.

mercoledì 21 marzo 2018

lunedì 5 febbraio 2018

Cara Debora, l’hai mandato affanculo, lo so. E lui? Niente. Non ha manco visualizzato, è entrato su Whatsapp e non ti ha nemmeno degnata delle spunte blu.
Ha risposto al gruppo Calcetto del mercoledì, ha scritto qualcosa in quello di Quelli che hanno avuto il prof Non Ho Fatto In Tempo A Leggere, poi è tornato nella schermata delle chat e ti ha lasciata lì, in compagnia del tuo uno fra parentesi.
Ma Debora, si erano aperte le porte, siamo arrivati a Missori, Debora, abbi pazienza, dovevamo scendere tutti da quel lato, doveva spostarsi, per forza ha dovuto rimettere il telefono in tasca. Ascolta, io non mi faccio mai i cazzi miei in metro, sennò mi sale il panico e penso ad Allah, ma ti assicuro che non ha fatto niente di male, aveva persino le tempie con le goccioline di sudore, perché ha corso da moviola per salire in metro e poi non ha mai alzato lo sguardo dallo schermo, stava fisso su un articolo ma si vedeva che pensava ad altro, come quando è comparsa la tendina del tuo Vaffanculo e lui l’ha guardata e poi non l’ha nemmeno toccata, ha aspettato che sparisse da sola, mentre io stavo per mettergli le mani sullo schermo: oh, ma che fai, non dici niente a Debora?
Però, fidati. Mentre tu sarai alla terza chiosa al ventiduesimo commento del libro di congetture su perché non ha nemmeno visualizzato, Debora, ovunque tu sia, voglio farti arrivare le parole che ripeteva sempre la mia prof di tedesco delle medie, che prima era un prof, poi è diventata una prof, quindi chi meglio di lei può saperne?
“Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere.”
Non sono la De Filippi, continuo a capirne più di astronomia che di uomini e donne, figurati. Ma Debora, abbi pazienza. Non darti fastidio. È quasi san Valentino Nappi, è qui che dobbiamo essere tutti più buoni, non a Natale.
Debora, magari è impanicato e pensa ad Allah.
Debora, fidati. Sarebbe più proficuo cercassi quante varianti di te esistono con l’acca.

sabato 2 luglio 2016

Raccogli-menti

Dalla radice MÀN- la parola “mente” evoca l’atto del pensiero: mmm… Provate a chiedere a un bambino dove pensa, vi indicherà la bocca.
Parola e pensiero sono parenti, così come mente e poesia. I miei versi si offrono a raccolta, in raccolta, a chiunque voglia cogliere e raccoglierli: fogli fra le foglie da (rac)cogliere, per raccogliersi.
Un momento di medit.azione – Oṃ, stesso etimo – che coniughi poesia, natura e pace. A ricordarci la nostra radice di animali parlanti, pensanti; di non solo uomini, ma umani.

Vieni a (ri)prenderti – la poesia.


Foto di Federica Duvia – La Voce del Corpo 2016

domenica 26 giugno 2016

Cardiogramma

La voglia
insofferente
di avere il possibile in pugno
e stringere
poterlo chiudere fino a
dimenticarmene.
Manca il fiato,
fisso le mosche
compagne di inutilità
a tempo indeterminato,
il cuore stantuffa
extrasistole:
penso troppo
a nulla credo.
Questa poesia è
un attacco di panico
scampato.
Voleva essere
una poesia d’amore
in cui vivo
al mare
perché così posso sentire
nei tuoi capelli
la salsedine
sulla pelle
quando ci fondiamo
per assomigliarci un po’ meglio.
Voleva la sabbia tiepida
di fronte a un tramonto
la musica delle onde
i sospiri della risacca
e la bontà
delle storie di gente di mare
dei miei nonni
che ho dimenticate.
Voleva la tachicardia
di una corsa in spiaggia
col mare mosso
una volta c’erano i cavalloni
dovevi correre
scegliere
quale scarpa salvare.
Di quando scivoli
sugli scogli:
un grido
un braccio
una mano che ti afferra.
Livido e sorriso.
Di quando fai
l’amore.
Voleva essere una poesia
semplice;
acqua
farina,
un filo d’olio
sale e pepe,
cotta in teglia di rame
servita avvolta nella carta
del giornale.
Voleva solo
i brividi di una carezza
della tramontana
del sole che hai preso
quando è scesa la sera.
Del gelato
di quando non avevo
un gusto preferito
bastavano mille lire
e senza sensi di colpa
mi ci sporcavo tutta.
Anche il fiatone
a rincorrere l’uomo
dei krapfen
e le vertigini sotto il sole
nelle ore più calde,
perché dei servizi
di Studio Aperto
non te ne frega una minchia,
o comunque non vuoi
essere un anziano
da bollino nero.
Questa poesia voleva
tante cose
– almeno lei.
Ma, soprattutto,
voleva
essere letta.