martedì 26 marzo 2013

Giuri di dire la falsità tutt'altro che la verità, dica: lo giuro.

Nell'aula di tribunale il sole mi faceva male. Mi pesava sulla pelle.
A un metro dal soffitto colpiva controluce la polvere che brancola nei vuoti della stanza. Insieme costruivano uno spesso soppalco di nulla che minacciava dall’alto, grigiastro e scomposto, denso come uno sciame di moscerini annoiati.
Anche da là sopra riusciva a soffocarmi: sembrava voler crollare e schiacciarci col suo peso inconsistente. Ansioso mi vedevo lottare, ricoperto da quella fanghiglia di aria e pulviscoli, mentre trattengo il fiato e mi divincolo in mezzo al magma fatto di nulla.
Forse i colpevoli che passano lì sotto possono trovarlo persino consolatorio, ho pensato. Una specie di pacca sulla spalla di un senza speranze.
Mi tornò in mente ciò che mio nonno cantilenava fra sé, a voce alta: pulvis es et in pulverem revertis. Sei polvere e polvere ritornerai. In origine doveva ammonire i superbi, a quanto ricordo, ma tutto dipende da quali orecchie sono in ascolto.
Qui dentro, se sei l’imputato sotto processo può sembrarti un velo che nasconda quanto di bello ti stanno per togliere, ti stai per togliere.
Hai sbagliato, d’accordo, però non ti perdi poi tanto, se finisci dentro per il resto della vita; una cosa così, insomma.
Peccato che io ero nel posto sbagliato, come al solito, e quella nebbia solida continuava a fissarmi.
Mandò in esplorazione qualche particella sopra al mio avvocato, già abbastanza polveroso grazie alla patina di forfora che gli inamidava il colletto della camicia marrone. Marrone come scarpe, valigetta, completo e capelli.
Anche calze e cravatta. Una perfetta mimetizzazione col mobilio color castoro.
Credo lo aiutasse a sentirsi a suo agio nell’atmosfera giudiziaria.
Infatti, devo ammettere che dava i suoi frutti: io mi uccidevo in silenzio a colpi di spasmi paranoici, lui visionava carte come se fosse a letto, di domenica mattina, con colazione e quotidiani. Aveva la stessa compostezza di quando ci incontrammo la prima volta.
Le mani una dentro l’altra, sopra il sottomano di pelle sulla scrivania conficcata nella moquette; mi spiegò che il mio tentato omicidio, fallito, era stato preso per una rapina a mano armata.
“A me la verità la può dire, davvero, anche perché, siamo franchi, oggigiorno a chi interessa più uccidere qualcuno?” Disse dopo avermi mostrato tutti i passaggi legislativi che avevano reso effettivo il recente declassamento dell’omicidio all’interno del codice penale.
“I soldi invece fanno gola a tutti, lo so bene io.” E sparse un contenuto ammiccamento in direzione dei suppellettili che componevano il suo studio marrone.
“La rapina è l’omicidio di oggi. Ma non li legge i giornali?”
Poi riposò le mani stratificate sopra il tavolo.
Mi fissò qualche secondo, finché un ghigno non gli scosse la testa: destra, sinistra, desta, sinistra, destra, un respiro profondo. “È in trappola. Rischia grosso se non confessa” con la solita voce priva di intonazione, che rende difficile distinguere le affermazioni dalle domande, simile a quella di Mike Bongiorno quando non intimava “Allegria!”
“Confermo la versione dei fatti che le ho raccontato, non posso fare altro” gli risposi.
“Senta, lei è giovane, va incontro alla pena più grave. Se ne rende conto?
Quello che mi ha raccontato è a dir poco ridicolo. Non ci credo nemmeno io, come può pensare che se lo beva il giudice? Per non parlare dell’accusa… Un politico, proprio un politico doveva rapinare?”
“Le ripeto che non è mai stata mia intenzione rapinarlo. Avevo un’arma in mano perché volevo ucciderlo, non derubarlo.”
“E ci risiamo con la tiritera dell’omicidio. Ragazzo, rischia il peggio, c’è poco da scherzare, e se continua a mentire persino al suo avvocato non va affatto bene.”
Allora sollevò la pila di mani dalla scrivania e se le posò sulle gambe, la stessa posizione assunta sotto al soppalco di luce e polvere nell’aula di tribunale, quando mi sussurrò: “In piedi, c’è la sentenza. La smetta di alzare gli occhi al cielo. Non aiuta.”
Il cielo era il soffitto pieno di nubi minacciose, impasti di sole e sporcizia. Io ero davvero spaventato dalla loro soffocante consistenza e non riuscivo ad abbassare lo sguardo.
Volevo vederle se mi fossero cascate addosso.
“Ragazzo, si tolga quel sorrisetto, non è il caso.”
Avvocato, il mio ridere è ridere di disgusto.
Digrigno i denti perché la polvere mi spaventa e il sole non mi dà fastidio, mi fa proprio male.
Contraggo le guance perché sei mono-tono.
Raggrinzo gli occhi perché avrei dovuto ucciderlo quel bastardo. Altro che rapina, avrei dovuto freddarlo a occhi chiusi.
Il Tribunale di Milano, Sezione Nona Penale… Avrei dovuto farlo senza ripensarci e invece sempre dubbi. Dubbi, dubbi, dubbi dei dubbi e dubbi dei dubbi dei dubbi.
Tutta colpa della mia pensosità cronica.
Considerato il reato di rapina a mano armata… È che mi serve tempo per capire il caos che mi disordina gli organi.
Ogni volta devo attraversare le mie fauci ed evitare le voragini che mi scavano. Devo prima orientarmi nei miei vuoti.
Mi serve del tempo per fronteggiare le mie rivolte intestine.
Condanna l’imputato… Io tendo all’entropia, l’entropia è il mio destino.
Confusion will be my epitaph. Confusion will be my epitaph.
Alla pena di… Io volevo ucciderlo, lo giuro.
Immortalità.

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