domenica 6 settembre 2020

Ansia e panico sono parole abusate, al punto che in qualche modo di dire le intendiamo sinonimi di fico: cioè, da panico, zio. Per compensare cerco di usarle il meno possibile. Per anni non le ho nominate, anche se ci convivevo, ripromettendomi che un giorno avremmo fatto i conti, a parole e non numeri, come al solito, per spiegare a chi non sa com’è rimanere intrappolati sotto la propria pelle, senza trovare l’uscita, mai. Forse quel giorno è arrivato, forse è persino passato, forse il benessere psicofisico è soltanto una chimera di questo millennio, comunque se hai un disturbo di panico, quando poi non ce l’hai, te ne accorgi ed è come riemergere dalla spuma delle onde. I ricordi di ogni volta che hai pensato di morirne restano sassi sulla battigia e le onde possono ingrossarsi, di nuovo, sempre, lo sai, ma capita persino di riuscire a non pensarci e allora la vita diventa una corsa a perdifiato di quando eravamo bambini e ogni pezzo di mondo sembrava giusto così, come nei Lego. Ecco, ci auguro una stagione con più amore che ansia, una di quelle che ricorderemo con scetticismo quando le cose si rimettono male, ma ora ci spacchi le guance di sorrisi involontari. Nel frattempo, c’è da accontentarsi di essere una ragazza da panico.

venerdì 21 agosto 2020

Penso ai miei glutei. Cuscino fra me e il cuscino su un regionale disordinato, freddo e stanco di fine agosto. Non penso quasi mai alle mie chiappe così, nelle vesti di operaie alle fondamenta della seduta, che stasera è davvero scomoda.
Il buio fuori incornicia nel finestrino i ritratti dei passeggeri: siamo pochi e tutti abbiamo fra le mani una luce rettangolare simile a quella su cui compaiono queste lettere. C’è anche il controllore, con la camicia azzurrina e tricolore a maniche corte, spiegazzata. È stanco. Ha freddo. Forse anche lui si chiama RE2084.
Non ci chiede i biglietti, si siede. Posa lo zaino, le mani fra i capelli, sul naso, a stropicciarsi il segno lasciato dagli occhiali neri, squadrati, esattamente come i suoi capelli e gli occhi. Non sa di sembrare il personaggio di una festa in costume a tema dipendenti statali più che un vero capotreno e comunque ormai è troppo tardi. Disordinato, infreddolito e stanco si igienizza le mani, estrae una scatola di plastica e cena, tardi, male, come uno di noi.
Caro Clark Kent delle tratte fra Veneto e Lombardia, tu che anche dopo aver mangiato con le mani, ti disinfetti le mani e appena hai finito sfoderi una caramella alla menta, da far sparire dietro alla mascherina. A te che nel taschino hai la penna di un azzurro per nulla coordinato con la camicia, mentre la parte dalla cinta in giù è di un blu tutto uguale, che la rende la metà sotto di un omino delle scatole TrenitaLego. A te, che dopo esserti incantato a fissare il sedile come fosse stato il tabellone della stazione Buoni Propositi, afferri il telefono e ti incanti sullo schermo spento e che sei qui di fronte a me, a te auguro ci sia qualcuno ad aspettarti al capolinea. Magari un’altra supereroina in borghese, a fianco al cui cuscino tu possa posare l’orologio, tutte le notti, e coi polsi più leggeri finalmente riposare.
Siamo disordinati, infreddoliti e stanchi.
Ti auguro qualcuno che ti faccia dimenticare quel pezzo di vetro e plastica che ora tutti accarezziamo.

lunedì 27 luglio 2020

Del viaggio in Umbria per rivedere casa sua mi restano una civetta di legno, le pagine del diario scritto in auto, in cui mi scusavo non so bene con chi per la grafia traballante. La rotondità del cappuccino alla partenza. Assisi in una giornata di sole, il sapore della coppetta di gelato bicolore, panna e cioccolato, col chiucchiaino incorporato. La paura dei serpenti nell’agriturismo e la piscina; una lite con mia madre. I parenti umbri che in compenso dicono mi terrebbero volentieri lì con loro. La costellazione del Leone indicata da mio padre nel buio, inedito agli occhi di una bimba milanese. Il sorriso di mia nonna.
A sette anni la vita più che un romanzo è una serie di copertine e ora che ne ho quasi venti in più potrei piangere di fronte a ognuna. 
Non so bene cosa significhi avere addosso quasi un secolo, se sulle spalle si sente di più il peso dell’atmosfera, se le costellazioni tornano a sembrare più simili al nome che gli hanno dato, se come si moltiplicano i ricordi da pianto, così quelli dei sorrisi, in un bagaglio che per la maggior parte del tempo resta chiuso ma sempre con noi. Di certo so che nonna se li porta da dea e se ogni volta che la guardo penso a tutte le ricette che dovrei ancora chiederle, provo anche una strana gratitudine per tutto quello che non so. Perché spesso le cose più importanti non si dicono.
Allora, facciamo che lo scrivo solo, con una grafia un po’ traballante, sulle pagine del diario digitale che non sai che esiste: grazie, nonna. Per i pranzi e le merende di una vita e tutte le parole e gli sguardi sorridenti che mi porto in valigia. Soprattutto, per avermi regalato un’occasione per andare un po’ lontano da qui.

venerdì 19 giugno 2020

A volte bisogna sparire. 
Quando non si può partire, almeno lasciare disabitati i social può aiutare. Anche perché nella mia vita sono quasi sempre rimasta: fra chi ha cambiato città dopo le superiori, gli Erasmus all’università, quando i miei si sono separati, in mezzo all’andirivieni di ragazzi e durante una pandemia, io sono sempre rimasta. 
Ma chi resta si priva del sussidio per distrarsi.
Sono le cinque e mezza di un mattino molto blu; al posto dei paesaggi in movimento fuori dai finestrini, solo lo specchio, a misurare con le occhiaie i chilometri che non abbiamo fatto. Anziché facce e voci nuove, ci riempiamo occhi e orecchie solo di noi, fino a sentirci estranei e alla fine arriva comunque la nostalgia, ma di qualcosa o qualcuno per cui non serve un treno, una nave, un aereo, neppure un’astronave. 
Quelli che restano sono gli inconsolabili. Paradossalmente chi resta è il più restless. 
A volte sparisce. Poi ritorna. Quando impara la magia di poter tornare, senza dover tornare.

domenica 5 aprile 2020

Ho contato le piastrelle del cortile. Quando butto la spazzatura mi regala un po’ di cielo, spingo lo sguardo in alto, perpendicolare al suolo per cercare di ingannare gli occhi: guardatelo così, senza confini, senza i tetti o le imposte delle finestre a multarlo, anche se rimangono. 
Non sono mai stata chiusa in casa così a lungo, nemmeno quella volta che mi ero presa la varicella, quando stabilii il mio record di appannamento finestre, con la fronte schiacciata contro il vetro, per la gioia della nonna. Da che cammini e mi ricordi, non sono mai stata così a lungo neanche senza salire sui mezzi pubblici. Mi mancano e sì, avevo pensato che potessero mancarmi, persino la novanta, però io sono specializzata in mancanze e mancansie. 
Mi manca camminare, per strada, al parco, in edifici di cui non ho contato le piastrelle, mi manca la libertà di movimento, le corse. Mi mancano le facce delle persone sparite dietro alle mascherine, il vociare, persino un po’ di traffico che non sia di sirene e quello schifo di rimanete-in-casa di sillabe metalliche; mi manca l’arrotino e questo no, non l’ho mai pensato prima.
Sento la mancanza di una lunga lista di umani e mete che portano il nome di cibi. Di risate, abbracci, saluti a inizio e a rimandatissima fine serata, soprattutto degli sguardi senza sospetto. Mi manca anche il mio sguardo senza la mappa dei possibili percorsi di germi, e due occhi senza una lente di paura, che però mi sa che non mi sono appartenuti mai. Mi mancano le parole fuori dai telefoni e le persone fuori dagli schermi, che consideriamo normali e infatti devono tornare ad esserlo. Vi confesso: non vedo l’ora che torniamo a darli per scontati. Perché dai, nemmeno una pandemia cambierà l’indole che ci ritroviamo e tutte le millenarie imperfezioni della nostra specie. Però magari, quando ne saremo fuori, una volta, una sera, una qualunque uguale ad altre centinaia che abbiamo già archiviato e passato, come se niente fosse o persino giustamente scocciati perché la metro ha tardato di un minuto, ci fermiamo e ce lo diciamo che, tutto sommato, può essere felicità.

giovedì 27 febbraio 2020

Alle medie studiavo tedesco e inglese – con grandi risultati, figuratevi che la professoressa di tedesco, che qualche anno prima era stata un professore, aveva manifestato a mia madre una certa apprensione per la mia natura di outsider, perché a differenza di gran parte dei miei fighettissimi compagni di classe, non potevo dire che i miei fatturavano l’equivalente del pil svizzero. Comunque, nonostante quel Medioevo buio che sono state le medie, riuscivo, ogni tanto, a stupirmi: proprio allora iniziavo a scrivere e ricordo che rimanevo stregata di fronte a una certa assonanza fra la parola Mailand e my land. 
Milano era la mia terra e a giudicare dalle mie competenze geografiche, non poi troppo maturate negli anni a venire, Milano era anche la mia Terra. Certo, una terra di asfalto e palazzoni, aguzzini del cielo, ma così mi ha insegnato la fantasia. Milano è una maestra severa, un collegio alla moda, ma che ospita conferenze internazionali. Milano è la mia nostalgia, un sentimento a cui mi sono arresa, negli anni di lotte intestine fra me, figlia ingrata, e lei, madre di incostante ma grossa presenza. Cara città, fra le tante lamentele che ti rinfaccio, ogni inverno mi ricordi che non hai il mare e di quanto mi manchi – non tu, ma il mare; almeno quanto mi manchi tu, quando sono via. 
Stasera mi farò un bagno, chiuderò gli occhi, penserò ai pescatori del porto, al profumo del panettiere dietro casa dei bisnonni, alla voce di mio nonno, che si abbronzava con il colore delle olive taggiasche. Sono sicura, sentirò un po’ di sale.

lunedì 24 febbraio 2020

Un anno fa indossavo una mascherina per la prima volta nella mia vita e per l’ultima volta nella mia vita provavo a credere a qualcosa, senza riserve. Qualche settimana più tardi avrei imparato che persino i medici più megalomani non sono onniscienti e io, che avevo provato, sincera e disperata, a credere in loro, non potevo credere che mio padre fosse scivolato dalla parte sbagliata delle percentuali. 
Qualche mese più tardi prendevo il volo e da qualche parte fra l’aeroporto e la stratosfera scattavo una foto all’alba, incorniciata dal finestrino di un aereo su cui, nonostante tutto, in molti pensavamo di morire. Invece. 
Ho troppe e profonde paure per dirvi di essere coraggiosi e poche conoscenze per spiegarci qualcosa delle meccaniche dei nostri corpi, quindi non pronuncerò la parola coronavirus. So solo che a vedervi con le mascherine la parte più dolorosa della mia testa non è occupata dal trend topic del momento, ma da qualcosa di più intimo e personale – unico, purtroppo, ho imparato anche questo – e così ho pensato che sarà anche per altre, innumerevoli persone, che ora stanno meglio, o forse peggio. Bisogna condividerlo. 
Non possiamo farci carico del dolore di tutto il mondo, per fortuna. Ma ricordiamocene, ogni tanto, anche se non lo dicono alla tv. 
Ora scusate, torno a iperventilare per questo carnevale in mascherina. Che poi, alle albe ho sempre preferito i tramonti.